MUSICA LIRICA/ I cento anni de "La Fanciulla del West"

di Mario Fedrigo

Venne, inoltre, evidenziato il fatto che la musica e le parole fossero poco legate. Puccini, infatti, si curò assai meno che in passato della rispondenza tra pensiero musicale e testo letterario, mentre si dedicò maggiormente a far parlare l’orchestra. Venne messa in discussione anche la credibilità della redenzione di Johnson per amore di una Minnie a contorni sfumati. Ma Minnie è senza dubbio l’eroina più nuova del repertorio pucciniano. In lei si intreccia il senso giovanile e ardito con la saggezza di una creatura fortemente credente, la passionalità forte ed immediata si unisce al coraggio smaliziato che culmina nella partita a carte truccata dalla stessa protagonista. In realtà, quindi, non era la multiforme Minnie a non convincere, era il nuovo stile pucciniano che lo rendeva, agli occhi della critica, tanto lontano da Mimì e molto vicino alla poetica del ’900, all’estetica wagneriana. Un vero trapasso al quale la critica, soprattutto italiana, probabilmente non era ancora pronta.

In Europa la prima rappresentazione della “Fanciulla” andò in scena al Covent Garden di Londra il 29 maggio 1911 con Emmy Destinn, Amedeo Bassi e il baritono Dinh Gilly: direttore Cleofonte Campanini.
Dopo pochi giorni, il 12 giugno, fu data al teatro Costanzi di Roma, la prima italiana, diretta da Toscanini, con Eugenia Burzio, Amedeo Bassi e Pasquale Amato. Il successo fu grande nonostante il pubblico e la stampa specializzata si trovassero quasi disorientati ascoltando le nuove alchimie musicali di Puccini. I resoconti giornalistici riconobbero una ricca elaborazione orchestrale e la completa assimilazione dei “procedimenti armonici che l’impressionismo francese, soprattutto, aveva portato sulla tavolozza sonora dell’opera”. Il critico musicale del Giornale d’Italia riscontra nella “Fanciulla” “una novità di armonizzazione e una ricchezza d’istrumentazione che collocano questa partitura fra le più squisite e le più robuste, fra le più organiche e piacenti di cui si onori il teatro italiano moderno”. Sottolinea infine che Puccini nel “rendere il dramma in cui sono a contrasto passioni selvagge e sentimenti teneri, ha trovato nelle melodie e nei ritmi, nelle armonie e negli impasti strumentali, forme espressive corrispondenti”.

Sul Messaggero, Pompei si esprime dicendo che “qui, meglio che nelle opere precedenti, il Puccini apparisce musicista fine e ricercato, padrone di tutti i segreti della tecnica moderna, di quel linguaggio indefinibile che parla al cuore ed esalta la fantasia. Il suo contenuto eminentemente teatrale, la gagliardia delle sue situazioni, la suggestione che talune scene esercitano sull’animo del pubblico consentiranno alla nuova opera di correre il mondo con la eguale fortuna che ha arriso agli altri lavori dell’illustre maestro lucchese”.

Così Giovanni Pozza nel Corriere della Sera: “...mai come in questa opera il Puccini mostrò un più sicuro dominio del suo ingegno e della sua arte”.

Lionello Spada, nella Vita, riporta e giustifica quel senso di stupore e disorientamento che fu percepito alla prima romana e così lo interpreta: “...davanti ad ascoltatori impreparati la rivelazione di un nuovo Puccini può da prima sconcertare e anche ritardare il successo clamoroso. Ma non per chi segua con attenzione, meditatamente, tutto lo svolgersi del lavoro. Per me, questa Fanciulla del West, è musicalmente la più forte fra le opere di Giacomo Puccini”.

La “Fanciulla del West”, dopo i trionfi americani, continua a riscuotere consensi, in maggio e giugno dell’11, al Convent Garden di Londra, ma la regina Alessandra, cui l’opera è dedicata, non potrà presenziare a causa del lutto per la morte del marito Edoardo VII, si complimenterà col Maestro donandogli un gioiello.
In giugno, dopo la  prima italiana al Costanzi di Roma, approda, in luglio, a Buenos Aires, poi, in agosto, va in scena a Brescia. Puccini, tranne che in Argentina, accompagna dappertutto la sua “Fanciulla”.
Anche Lucca insegue il Maestro e questi le risponde più volte con affetto di figlio; così scrive al suo Sindaco:
«(Milano) 28 Otto. 910

    Illustrissimo Sig. Sindaco
L’augurio e il saluto del Consiglio comunale mi hanno commosso e prego Lei di volersi rendere interprete dei miei grati pensieri verso il nobile consesso che Ella così bene e onorevolmente presiede”.
Scrive ancora da New York il 21/12/’10 sempre al Sindaco informandolo dei suoi movimenti “Io partirò di qui il 28 corr. facendo capo a Londra per uno o due giorni dovendo essere ricevuto dalla Regina Alessandra cui dedicai l’opera mia. Sarò dunque a Milano verso il 6 o 7 gennaio e a Torre del Lago prima (spero) del 15 genn.
Distinti e cordiali saluti dal suo dev. e aff.
Giacomo Puccini».        

A Lucca, intanto, si costituiscono il “Comitato per le onoranze a Giacomo Puccini” e il “Comitato per la Fanciulla del West”. Puccini manda una raccomandata al Sindaco «(Milano) 9.1-’11 (Raccomandata) Gentilissimo Signor Sindaco. Ho letto sulla Gazzetta di Lucca di festeggiamenti cittadini che dovrebbero accogliermi reduce dall’ America.

Non è frase retorica la mia perché parte davvero dal cuore: il ricordo e l’affetto dei miei concittadini è la più dolce e profonda ricompensa alle mie fatiche - Ma io sono per abitudine e per tendenza nemico d’ogni rumore.       

Io La prego quindi di sconsigliare qualsiasi pubblicità di accoglienze.
Quando sentirò la dolce nostalgia della mia terra nativa - e sarà presto - ripeterò a Lei e ai buoni amici, in tutta confidenza, quanta sia la mia gratitudine per il loro gentile pensiero.
Con tutta stima ed amicizia mi creda aff suo
G. Puccini»

Sulla stampa locale del gennaio si legge che Puccini “ha accolto con piacere l’annunzio che si voglia riformare il teatro del Giglio per rappresentarsi nel settembre prossimo la nuova opera La Fanciulla del West ed ha promesso di aiutare coi suoi consigli l’ingegnere che sarà incaricato del progetto di trasformazione, affinché l’ingrandimento del teatro non riesca a scapito della sua sonorità”. L’11 febbraio, venne a vedere un progetto, si trattenne col Sindaco ed il lavoro venne da lui “pienamente approvato”. In luglio Puccini conferma l’intenzione di fare la “Fanciulla” ma forse le cose vanno troppo lentamente e Puccini ripete che sarà disposto alla rappresentazione “quando si provveda all’ingrandimento indispensabile del palcoscenico”, lavoro che sarà fatto sotto le sue indicazioni. Circa i festeggiamenti, “si stabilisce che in tale occasione sarà collocata solennemente nell’atrio del Teatro la lapide artistica pregevole lavoro del nostro Petroni”.  

Puccini ricambia le premure e consegna al Sindaco la somma di L. 5000 per l’Asilo infantile di Lucca; uno dei tanti suoi gesti di concreta sensibilità. L’opera andò in scena la domenica 10 settembre. Sotto la direzione di Tullio Serafin cantarono Ernestina Poli-Randaccio (Minnie), Oreste Benedetti allievo del M°Angeloni (Jack Rance sceriffo), Giuseppe Taccani (Dick Johnson), Gaetano Pini Corsi (Nick), Pietro Figgi (Ashby), Nella Garrone (Wowkle), Francesco Federigi etc. L’orchestra era composta di 70 professori. Nonostante i prezzi eccezionali non un posto vuoto. Per la cronaca: le chiamate a Puccini furono due dopo il canto della nostalgia, cinque alla fine del primo, sei alla fine del secondo e sette alla fine del terzo atto.
In un’intervista a “la Repubblica” di venerdì 18 aprile 2008, il maestro Lorin Maazel si espresse in questi termini: “Puccini era colto, irrequieto, informato, aperto al confronto col teatro musicale europeo e sempre teso al perfezionamento della propria tecnica. E tecnicamente è uno dei compositori più ardui da eseguire. […] Nella partitura della Fanciulla, specialmente nel primo atto, ci sono passaggi musicalmente complessi, vere e proprie bizzarrie armoniche. La tessitura è avanzatissima, l’orchestra è fastosa […]”.

Ancora una volta Puccini dà il meglio di sé nell’arte descrittiva musicale per dipingere l’ambiente del gold rush, per delineare le azioni e non solo gli stati d’animo. Inserisce motivi autentici americani (“Dooda-dooda-day”, I atto) e canzoni folkloristiche (“The Old Dog Tray”) avvalendosi, persino, di invenzioni strumentali come nel secondo atto quando, per rendere più efficace l’effetto della bufera di neve, viene impiegato cosiddetto eliofono, o macchina del vento con il suo penetrante sibilo.

Nel primo atto, il canto del menestrello del campo, Wallace, è accompagnato da due arpe: una in orchestra, l’altra interna che deve avere un suono particolare ottenuto con «della carta inframezzata alle corde imitando il banjo».

Nel finale dello stesso atto è richiesto l’intervento di una fonica, strumento creato appositamente dal milanese Romeo Orsi con una serie di lamine metalliche vibranti collocate in una cassetta armonica che, opportunamente percosse, emanano uno speciale vibrato.

È qui, infatti, che Puccini può essere davvero ritenuto il precursore dell’arte cinematografica.