SPETTACOLO/Una filosofa in scena

di Tiziana Della Rocca

Arriva all’ora esatta dell’appuntamento, spaccando il minuto, una ragazza sorridente di una bellezza dirompente dai tratti mediterranei, tipici del suo paese, alta, slanciata, bruna, occhi neri, che mi rivolge subito affabilmente la parola, come fosse desiderosa di stabilire un contatto immediato, vero, con il suo interlocutore. È Livia De Paolis, attrice italiana ristabilitasi a New York.

Lei, Livia si è laureata in filosofia, poi ha subito deciso di intraprendere una carriera artistica: quella dell'attrice.

C'è stato un episodio particolare nella sua vita che l'ha spinta verso questa scelta?
«Francamente ho sempre desiderato fare l’attrice - da bambina alla domanda: che vuoi fare da grande? La mia risposta era: l’attrice! La mia famiglia però è sempre stata contraria e così quando si è trattato di scegliere un indirizzo di studi dopo il liceo ho deciso di studiare filosofia, perché mi interessava e perche sembrava avessi una naturale inclinazione verso i dilemmi dell’intelletto. Quello che veramente mi interessava erano le risposte che nei secoli l’uomo aveva dato agli interrogativi posti dalla condizione umana. Nel piano di studi non ho esitato però ad inserire due esami di storia del cinema e due esami di storia del teatro, sensibilmente meno faticosi rispetto ad esami come filosofia teoretica o logica matematica.
Quasi subito decisi di concentrarmi sull’estetica, una disciplina filosofica che si interroga sull’arte e la bellezza ed al termine del mio corso di studi ho discusso una dissertazione sul concetto di “Grazia”. Proprio nella mia tesi di laurea mi sono trovata ad asserire che la filosofia rischia di rinchiudere il pensiero in un circolo vizioso se non si apre all’azione. Nel mio caso l’azione è quella dell’attore. E così alla fine di un corso di studi fortemente teorico mi sono ritrovata ad esigere un’apertura nel campo pratico dell’azione ed ho iniziato a studiare recitazione».  

Lei sembra prediligere il teatro al cinema. Ultimamente ha recitato come protagonista nella “piece” di John Patrick Shanley, «Veronica». Un ruolo creato apposta per lei. Che ricordo serba di quest'esperienza?  
«Il teatro è la mia grande passione e sono stata fortunatissima nell’avere l’opportunità di lavorare con alcuni dei più grandi personaggi del teatro contemporaneo. Nel 2006 ho lavorato come assistente per Richard Foreman, definito dal Village Voice “the king of the philosophical theater in NYC” ed in seguito a questa esperienza ho lavorato come attrice per quasi tre anni, praticamente non stop in una serie di spettacoli tra cui anche la prima mondiale della piece “Fire Island” del noto autore contemporaneo Charles Mee.  

Nel 2007 ho incontrato John Patrick Shanley, premio Oscar per “Moonstruck”, Pulitzer per l’opera teatrale “Doubt” e recentemente candidato ad un secondo premio Oscar per l’adattamento cinematografico dell’opera teatrale “Doubt”. L’incontro non è stato casuale: avevo letto alcune sue opere teatrali (“Doubt”, “Denny and the deep blue sea”, “The dreamer examines his pillow”) ed ero letteralmente pazza di lui. In occasione di una serata pubblica in suo onore mi sono presentata e l’ho invitato a vedere lo spettacolo in cui stavo recitando (“Losing Something”, scritto e diretto da Kevin Cunningham).

Alcune settimane dopo John Patrick Shanley è venuto a vedermi a teatro (ancora oggi mi domando come sia stato possibile) e circa un anno dopo John Patrick Shanley ha scritto una commedia teatrale in un unico atto, su di me. La commedia si intitola, appunto, “Veronica” ed è la storia di un’attrice italiana laureata in filosofia che si ritrova nell’ufficio dell’avvocato newyorkese Doug Palermo.

È amore a prima vista, anche se i due dovranno confrontarsi con le inevitabili differenze culturali e con una serie di fraintendimenti di natura linguistica. Shanley ha diretto me e l’attore Michael Puzzo in un primo workshop nell’estate del 2008, mentre l’anno scorso io stessa ho prodotto un secondo workshop della commedia a Los Angeles, per la regia di Daniel Allen Nelson.  La commedia è ancora in via di sviluppo, ma è stata accolta dal pubblico di Los Angeles con un entusiasmo decisamente incoraggiante. Sono in trattativa con una produttrice italiana per produrre la piece in Italia ed, infine, a New York».  


Vista la sua passione per il teatro, qual è il personaggio che le piacerebbe interpretare?

«Sogno di interpretare Cleopatra, di Sheakespeare, Nina, di Checov, e Leah, personaggio presente in un’opera dal titolo “Burning Burning Burning Burning” dell’autore contemporaneo David Bar Katz. Queste tre donne incontrano tutte una fine tragica e tuttavia salvano la propria dignità nel rifiuto, a qualunque costo, della sconfitta. Sono inoltre personaggi ricchi di elementi di natura diversa: forza e fragilità, tragedia ma anche molta ironia».   


Progetti lavorativi per il futuro?

«Tanti! Al momento sto lavorando ad un adattamento teatrale del film di Fellini “Giulietta degli Spiriti”. È un progetto che sto sviluppando e producendo io stessa per cui chiunque volesse aiutare può contattarmi via e-mail: skinnylivia@yahoo.it  Inoltre, con l’aiuto di una sceneggiatrice professionista sto scrivendo un film - ma il progetto è super top secret».   

Non le chiederò nulla di quest’ultimo progetto ancora segreto. Ma mi piacerebbe sapere, oltre a Federico Fellini, quali altri registi italiani le interessano?  
«Tra i registi italiani che ammiro di più ci sono Marco Bellocchio, Soldini e Matteo Garrone. Probabilmente il mio film italiano preferito è “Pane e Tulipani”. Poi chiaramente sono una grande fan di Roberto Benigni, uno degli artisti che ammiro di più in assoluto».

Bene Livia, è un piacere parlare con lei il suo entusiasmo è contagioso e la porterà lontano. Le faccio i miei auguri per il suo lavoro, e vorrei chiudere con un ultima domanda. Le manca L’Italia?  
«L’Italia mi manca molto, i luoghi, gli amici, gli affetti, i sapori… tutto. Eppure non credo che tornerò a ristabilirmi in Italia nel prossimo futuro. Quando visito sono sempre felicissima di andare e terribilmente triste nel partire, e tuttavia quando rientro a New York mi sento serena, a casa».