CULTURA/EVENTI/Romanzo in versi di NY per l’Italia

di Alfonso Francia

Una guida turistica di New York fatta solo di poesie. Mille pagine di versi per conoscere un’altra faccia di questa città inesauribile, infilandosi nelle strade di Manhattan con gli occhi degli scrittori che nella metropoli hanno vissuto e lavorato negli ultimi sessant’anni. Il titanico lavoro, intitolato “Nuova Poesia americana: New York” e pubblicato pochi giorni fa da Mondadori, è stato presentato a Roma da Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, che insieme a Gianluca Rizzo sono stati i factotum di questa operazione. Dopo averla ideata, hanno selezionato i brani da antologizzare e li hanno tradotti. Il voluminoso risultato è una summa di tutta la produzione letteraria della città, molto utile per il pubblico italiano, che quando si parla di poesia newyorkese fatica ad andare oltre Allen Ginsberg.

La cornice scelta per l’incontro non potrebbe chiarire in maniera più evidente la distanza tra la tradizione culturale italiana e quella americana: la bellissima biblioteca vallicelliana, costruita alla fine del XVI secolo all’interno dell’Oratorio dei Filippini. Un luogo dove è obbiettivamente difficile immaginare i vortici di movimento, auto, insegne luminose e passi affrettati che normalmente si associano a New York. Persino gli oggetti d’arredamento e le sedie devono risalire a un tempo in cui la città era poco più di un insediamento olandese alla foce dell’Hudson River.

 Nel presentare il volume Ugo Rubeo, professore di letteratura angloamericana all’Università La Sapienza, dà subito voce ai pensieri della platea: "Ammettiamolo, ci vuole coraggio per pubblicare un’opera di questo tipo in questo momento. Del resto in America si fa molta più poesia che in Italia, e New York è di certo la scena più variegata e interessante. Qui la scopriamo con un’ottica nuova. Noi europei siamo abituati ad approcciare questa città superando l’Atlantico, mentre nel libro si fa il percorso inverso; si parte dalla California, attraversando a ritroso tutta l’America. Questo volume è infatti il terzo di una serie dedicata alla poesia statunitense: i primi due sono incentrati su Los Angeles e San Francisco. Si tratta quindi di un’esperienza profondamente americana, che ignora per una volta l’ottica europea".

"Ci interessava compilare una storia geografica della poesia americana – interviene Ballerini -. Volevamo capire come certi luoghi hanno agito sugli autori che ci vivono. Abbiamo così scoperto, ad esempio, che Los Angeles non è per nulla una città giovane come si crede, ma è anzi una delle più ‘vecchie’ d’America. Essendo nata per ultima, contiene tutti i sogni e le energie delle esperienze precedenti di chi ha fondato questo Paese". Una conclusione che non era piaciuta a molti critici che hanno un’idea diversa della città degli angeli, ma d’altra parte il destino di queste antologie è favorire le polemiche. "Io stesso, non appena faccio mandare un volume in stampa, ho la tentazione di ricominciare daccapo per inserire quella poesia o togliere quell’altra, o magari cambiare una traduzione".

Ma nel caso del tomo dedicato a New York, si fa fatica a parlare di antologia. Pur essendo una raccolta di poesie il volume può essere letto come un romanzo, che ha inizio in un tempo e in un luogo ben precisi: siamo all’inizio degli anni Cinquanta all’interno della Cedar Tavern, il mitico locale newyorkese rifugio di scrittori beat e pittori espressionisti. È qui che nasce la nuova poesia, beatamente indifferente alle tradizioni accademiche. I maggiori autori presenti nella raccolta, come Frank O’Hara, Barbara Guest e John Ashbery sono partiti da qui. Rubeo cerca di suggerire l’atmosfera che dominava nel bar sessant’anni fa: "doveva esserci un’aria piacevolmente oziosa, satura di fumo e chiacchiere autoreferenziali ma di certo divertenti". Un ambiente per nulla formale insomma, e soprattutto lontano da atteggiamenti pretenziosi. "Non a caso il nume tutelare di questi ragazzi era William Carlos Williams il quale, a chi gli chiedeva come mai facesse il poeta, rispondeva che era più facile portare un foglio piegato nella tasca che un quadro per le strade di Manhattan". Non stupisce quindi che i giovani fossero interessati, più che alla correttezza formale dei loro versi, a calarsi nel segreto di New York, in questa città "che stravolge e ricrea se stessa di continuo, lasciando disorientato chiunque ci arrivi per la prima volta".

Cercando le radici di questa immediatezza Rubeo non può evitare di citare il primo cantore della città, quel Walt Withman col quale gli americani devono sempre fare i conti, esattamente come gli italiani di fronte a Dante. "Ci si imbatte di continuo nel suo spirito, in quei suoi versi tutti assertivi e calati nel presente, che dichiarano di continuo la loro presenza". Ma Rubeo ammette di essere rimasto incuriosito da molti nomi inseriti nella raccolta e a lui sconosciuti, a partire da alcuni con cognomi di indiscutibile origine italiana. "È possibile che questi poeti considerati in tutto e per tutto newyorkesi abbiamo subito l’influsso della cultura e della lingua italiana?".

L’ipotesi ha il suo fascino ma Vangelisti provvede subito a escluderla. "Cognome a parte, non c’è nulla di italiano in loro; semmai erano influenzati dalla poesia francese. Purtroppo gli italoamericani nati negli Stati Uniti hanno un’idea completamente sballata del loro Paese d’origine. Credono di conoscerlo attraverso i racconti dei loro nonni, ma quando finalmente lo visitano rimangono shockati ". Di questo shock Vangelisti deve sapere qualcosa, essendo nato in California da genitori italiani e avendo visitato la patria della sua famiglia per la prima volta a 19 anni. Proprio Vangelisti, che in America è molto apprezzato come scrittore, decide di leggere alcune delle poesie presenti nel libro. Mentre recita i versi di Black dada nihilismus, composizione dell’afroamericano Amiri Baraka, sembra proprio di trovarsi con lui sulla Sessantanovesima strada a Manhattan, "con dei soldi in tasca e il naso dolorante". Anche se siamo seduti in una biblioteca romana riconosciuta con bolla papale da Gregorio XIII nel 1575.