A modo mio

Le Pulsar di Margherita

di Luigi Troiani

La programmazione invernale dell’Auditorium di Roma, ha fatto eseguire al Pmce (Parco della Musica Contemporanea Ensemble) "Il Nero delle Stelle", per sei percussionisti nastro magnetico e segnali astronomici. La partitura, del francese Gérard Grisey (1946-1998), è stata introdotta dall’astrofisico Margherita Hack. La scienziata ha spiegato che le pulsar sono stelle rotanti di neutroni scoperte nel 1967 con radiazioni emesse in impulsi rapidi e ripetuti su tutte le lunghezze d’onda, che il loro effetto acustico può essere catturato, che la scienza può guardare con simpatia a un discorso musicale che integri ritmi e suoni con quelle "voci" intersiderali.

   Dalla prospettiva musicologica, sulla questione era intervenuto l’autore, nella prima assoluta all’inizio degli anni ’90, raccontando come Le Noir de l’Etoile fosse nato a Berkeley nel 1985, durante un incontro con  Jo Silk, astronomo e cosmologo, che aveva introdotto al suo sapere le pulsar e i loro toni, lasciandolo in particolare sedotto da Vela. I battiti ritmici delle frequenze gli ispirarono una musica i cui passaggi chiave risultassero la sceneggiatura dell’errare nello spazio delle piccole stelle neutroniche. Le idee da sviluppare, avrebbe lasciato scritto l’autore, erano quelle di rotazione, periodicità, rallentamento, accelerazione, imperfezioni e disfunzioni. Le pulsazioni emesse da Vela, fasci di onde elettromagnetiche, intrappolate in un radiotelescopio, potevano essere rese disponibili per una forma tutta nuova di concerto.

 A quasi novant’anni, l’amabile fiorentina Hack, grandi cervello e cuore, è rimasta sul palco per l’intera esecuzione, mentre il pubblico veniva avvolto dai timbri rarefatti di percussioni, timpani, e metalli, che lo circondavano da sei diverse postazioni. A fasi alterne, dalla distesa celeste, il radiotelescopio faceva bussare il sussulto della pulsar. L’evento ha preso chi si è reso disponibile al flusso di sensazioni regalato dalla combinazione di tecnologia e ricerca scientifica, in linea con lo slogan "Tra possibile e immaginario" che la Fondazione Musica per Roma ha messo in testa al Festival delle Scienze di quest’anno.   

   Non che l’happening del teatro Studio sia piaciuto a tutti. C’è stato anche chi ha accolto con sollievo l’accensione finale delle luci significando a voce alta il proprio disagio. Ma gli applausi convinti che hanno premiato la scelta della Fondazione e del Parco, insieme alla fatica dell’Ensemble e di Margherita Hack, la dicono lunga sulla fame che la gente può avere di prodotti innovativi, frutto della sperimentazione tecnologica e musicale, in un paese dove l’avito "bel canto" e le canzonette sciocchine e tutteuguali continuano a farla da padrone, grazie anche al sostegno del trash nazional-popolare televisivo.

   Quando si denuncia che i fondi italiani per la ricerca sono scarsi e che in rapporto al prodotto interno lordo abbiamo dietro di noi in Europa soltanto Portogallo e Grecia, si afferma che stiamo lasciando invecchiare e forse lentamente morire un intero sistema di scienza e cultura, che include anche la sperimentazione di ambito musicale. In una recente intervista al Messaggero, il fisico Cabibbo ha detto cose gravi: "… è in corso un processo che sembra essere irreversibile. Non c’è quasi più nessun ricambio generazionale all’interno del mondo della ricerca e gli scienziati più anziani non sanno letteralmente a chi trasmettere le loro conoscenze". Però, tranquilli! Anche quest’anno Sanremo non ce lo leva nessuno.