Il gran cuore dei carabinieri

di GDM

Kristina -  Se c'è un'immagine che mi resterà impressa nella mente della mia permanenza in Kosovo, sarà quella di un carabiniere che tiene tra le braccia una neonata che a malapena ha la forza di respirare. Siamo a Gnjilane ad una cinquantina di km dalla capitale Pristina. Ci uniamo ad una squadra dei Carabinieri del reggimento Msu-Kfor, schierato nell'ambito della forza Nato presente in Kosovo. Sono diretti verso la periferia della città per portare assistenza ad una famiglia povera. Fino a quel momento non avevamo ancora avuto la percezione di cosa fosse veramente la povertà in Kosovo, chi avrebbe mai pensato che nella vecchia Europa ci fosse gente che vivesse in condizioni di tale indigenza e degrado. I nostri militari hanno organizzato una sorta di spedizione per portare assistenza ad una famiglia povera. Ci troviamo davanti ad un scenario poco piacevole. Nella casa, per modo di dire visto che è incompleta, uno scheletro senza alcuna rifinitura interna ed esterna, vivono una coppia con tre figli, un maschietto e due gemelline. Le stanze, divise in modo precario, sono gelide. Ci sono delle stufe che emanano un odore soffocante ma non bastano a combattere il gelo dell'inverno kosovaro. La casa è spoglia, non ci sono arredamenti, solo qualche tappeto e un paio di divani. Su uno di questi divani sono stese le due gemelline che si tengono per mano. È una visione tenera e scioccante allo stesso tempo. Le piccole sono malnutrite, pallide come un lenzuolo e sembra che non abbiano nemmeno la forza per piangere. C'è anche un gatto, lui al contrario si lamenta per la disperazione. Ha fame anche lui.

I carabinieri riempiono una delle stanze con viveri, giocattoli, vestiti, prodotti per l'igiene. Si intrattengono anche a giocare con il figlio più grande mentre due di loro vanno nell'altra stanza e prendono in braccio le due piccoline. Le coccolano come i padri fanno con le proprie figlie e nei loro occhi traspare un sentimento di impotenza: non posso portarle via, trapparle a quella povertà, regalare loro il diritto ad un'infanzia serena e spensierata come tutti i bambini meritano. Questa è l'altra faccia di un paese uscito dalla guerra. Non si combatte più contro un nemico esterno, ma contro mali endemici come la disoccupazione, la povertà. Per noi italiani resta la consolazione di sapere che i nostri militari sono ben voluti ovunque, che il loro approccio quotidiano con la popolazione locale non è di tipo militare, freddo, imparziale, ma di amicizia, fatto di strette di mano e di pacche sulle spalle, di piccoli gesti che ti fanno capire che loro sono lì per aiutarti e non per imporre una condizione "da straniero", da "invasore".

Non stiamo qui a decantare il mito di italiani brava gente, ma per una volta diamo a Cesare quel che è di Cesare: nelle missioni multinazionali quando si tratta di andare in prima linea tra la gente, noi abbiamo una marcia in più. Se ne sono accorte tutte le maggiori potenze militari, Stati Uniti prima di tutti, e si rivolgono alle nostre truppe quando ci sono in ballo operazioni che non posso limitarsi alla strategia militare, ma implicano capacità organizzative e gestionali che hanno poco a che fare con il calcolo matematico o da "dietro la scrivania", piuttosto di maggiore contatto con l'imprevisto, o con quello che è il lato "umano" di ogni situazione.