SPECIALE/REPORTAGE/In Kosovo tra chi ha ancora paura

di Gina Di Meo

ec - Madame Dobrilla è una signora minuta, dice di avere un'ottantina di anni ma i soldati italiani ci suggeriscono che sicuramente ha superato i novanta. È lei la chiave di accesso allo splendido Patriarcato di Pec nel Kosovo nord-occidentale. Il complesso di chiese è la sede spirituale e il mausoleo degli arcivescovi e dei patriarchi serbi. Dal 2006 è considerato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Ci accoglie accompagnati dal maggiore Sergio Suma della Multinational Task Force West guidata dal generale Roberto D'Alessandro della Brigata Pinerolo/Bari. Ha gli occhi vispi ma il primo impatto con noi è piuttosto freddo. Madame Dobrilla è qui dal 1999, è appena scoppiata la guerra e lei decide di tornare a casa da Parigi dove vive con il marito, un cardiochirurgo francese. Da allora è la custode di questo luogo dove viene incoronato il patriarca ortodosso serbo, nel cuore della Serbia ortodossa e ora ridotta ad un enclave in una regione abitata quasi esclusivamente da kosovari albanesi.

Il Patriarcato è sotto la protezione dei militari italiani della Task Force Aquila. Quest'area era una roccaforte dell'Uck, le milizie albanesi ed è stata teatro di durissimi scontri. I serbi sono scappati quasi tutti via ed il pensiero fisso di madame Dobrilla è di farli tornare. Prima di rompere il ghiaccio e di lasciarsi andare, la madame ci fa visitare il patriarcato, il posto è di quelli difficili da descrivere con le parole per la bellezza, ma è anche tanto gelido ed il freddo non ci permette di godere pienamente del tour. Dopo due ore di spiegazione, Dobrilla ci invita dentro e ci offre caffé turco, biscotti che lei specifica essere "serbi" e rakija, una grappa locale, fortissima. Per farla parlare bisogna saperla prendere, ci suggeriscono ancora i militari italiani. Lei si deve sciogliere ma alla fine inizia il suo monologo. Impossibile farle delle domande, è un fiume in piena e non vuol sentire altro. Nel frattempo riceve una telefonata dai soldati italiani che presidiano il patriarcato, c'è una donna con un passaporto yugoslavo che vorrebbe entrare. Lei è intransigene: non esiste più questo passaporto. Prendiamo la palla al balzo per cercare di affrontare la questione della sicurezza dei patriarcati e monasteri serbi. Vogliamo sapere se c'è rischio per loro. Non lo dice esplicitamente ma ci fa capire che lei ha paura, che gli albanesi sono ancora una minaccia per loro. Lei non esce dalle mura del patriarcato. Apre anche una parentesi sulle truppe americane. Ci dice che sono venute lì e poi commenta: "Gli americani sono bravi a farsi alleati che poi diventano loro nemici". Noi rizziamo le antenne. Troviamo un minimo di concretezza nelle voci che abbiamo sentito riguardanti un'eventuale presa di potere dell'Islam radicale e attraverso esso di Al Qaeda, in Kosovo. Come fa il radicalismo a penetrare in un paese così scarsamente praticante e molto filo-occidentale come appunto è il Kosovo?

Una chiave di lettura può essere data dalla dilagante povertà tra la popolazione, il cui tasso di disoccupazione supera il 70%. Non si conquistano menti e cuori, bensì stomaci. Bocche sfamate in cambio di un velo sul capo per la moglie e di un'educazione di tipo integralista per i figli. D'altronde non è una novità che l'infiltrazione di Wahhabiti nel paese dopo la guerra fosse destinata a suscitare qualche preoccupazione e tra gli stessi musulmani moderati. Attualmente la loro presenza è attiva sia nelle zone rurali che in quelle urbane. Hanno uno stile primitivo che quasi spaventa la popolazione perché non è trasparente e favorisce condizioni che alimentano l'odio interreligioso. Essi tentano continuamente di assumere una posizione forte e di controllo all'interno degli organi esecutivi della Comunità Islamica kosovara, anche se in modo sempre molto prudente e nascosto. In alcuni comuni hanno già conquistato il potere e sono diventati maggioranza nella comunità locale. Ci si domanda chi ci sia realmente dietro questi gruppi e a cosa realmente puntino.

Madame Dobrilla non nasconde i suoi timori ma non si spinge oltre, parla dei Wahhabiti come degli uomini in nero e vorrebbe che cattolici e ortodossi si unissero per fronteggiare l'Islam. Ci congediamo dalla madame e lei non ci lascia senza prima aver lodato il lavoro degli italiani. I suoi occhi si distendono quando si rivolge a loro, ed ha quasi un atteggiamento materno verso i nostri militari.

Ci dirigiamo verso un altro villaggio serbo, Goradzevac, qui ci accoglie il capovillaggio. Ci dice che è rientrato nel 2004 grazie ad una donazione del governo italiano, molte altre famiglie invece non sono riuscite per la situazione difficile a livello economico. E in effetti la povertà in cui vivono le famiglie di questa enclave è la prima cosa che balza all'occhio. Il capovillaggio punta il dito sia contro Belgrado che contro Pristina e non lascia fuori neanche la comunità internazionale. Dice che i problemi degli albanesi sono stati risolti subito, quelli dei serbi no anche se il rischio di un'aggravarsi della situazione economica vale per entrambi. «I vecchi sono senza pensione - commenta - i giovani senza lavoro, c'è molto malcontento sociale, e senza l'aiuto delle donazioni non potremmo andare avanti. Credo anche che molti errori siano stati fatti all'inizio. I fondi che sono stati dati per costruire le case dovevano essere usati per far lavorare la gente subito, si doveva investire nell'agricoltura. Ora la gente ha poca fiducia nella terra e vuole guadagnare subito».