LIBRI/Lo Schindler italiano

di Alessandra Magliaro

Avrebbe compiuto 100 anni il 31 gennaio Giorgio Perlasca (nella foto), lo Schindler italiano che nel 1945 a Budapest fingendosi diplomatico spagnolo salvò dai nazisti migliaia di ebrei, sapendo perfettamente di rischiare la pelle.

"Non si aspetti niente da nessuno. né il suo governo, né qualche altro riconosceranno i suoi meriti. Si accontenti della soddisfazione di avere fatto un'opera buona" furono le parole, rivelatesi profetiche, che gli disse l'amico console Angel Sanz Briz, suo “complice” a Budapest e poi ambasciatore spagnolo presso il Vaticano. Fino al 1990 infatti Perlasca fu per gli italiani un perfetto sconosciuto. Fin quando quella “banalità del bene”, che aveva reso Perlasca un uomo giusto per Gerusalemme, fu fatta emergere da una storica puntata televisiva di Mixer di Giovanni Minoli e dopo dal libro di Enrico Deaglio.

Fino alla popolarità nel 2002, ma a quel punto Perlasca era già morto (15 agosto 1992), grazie ad una fiction televisiva interpretata da Luca Zingaretti e diretta da quell'Alberto Negrin (“Perlasca, Un eroe italiano”) in onda il 27 gennaio su Raiuno con “Mi ricordo di Anna Frank”.

Perché l'Italia lo ha dimenticato perlomeno per oltre 45 anni? Fu un italiano scomodo secondo Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero autori del libro che Chiarelettere pubblica, raccontando la vita di un fascista che da solo salvò migliaia di ebrei. Il libro dei due giornalisti è bello come un racconto d'avventura: la sua militanza nelle camicie nere, il trauma delle leggi razziali, il viaggio tra Zagabria e Belgrado come commerciante di bestiame in cui diventa suo malgrado testimone delle stragi naziste in Europa orientale, la difficile situazione di fascista ostile a Mussolini nell'Ungheria controllata dai tedeschi, la sua scelta di strappare gli ebrei alla macchina dello sterminio di Eichmann, fingendosi diplomatico spagnolo, le frequentazioni con i nazisti per proteggere il suo metodo, il bluff che riuscì a salvare la vita a 70 mila ebrei del ghetto di Budapest, l'arrivo dell'Armata Rossa fino all'epilogo triste con il ritorno in Italia, l'emarginazione, il silenzio delle istituzioni, dei politici (De Gasperi ad esempio non gli rispose mai), degli storici, persino le difficoltà economiche: un eroe solitario e dimenticato per decenni.

"Non ci sono parole per lodare la tenerezza con cui ci avete sfamato e vi siete preso cura dei vecchi e degli ammalati. Che Dio onnipotente possa ricompensarvi" si legge in un biglietto che gli fu consegnato dagli inquilini di una casa protetta di Budapest nel '45. Fra le tante assurdità il diploma di Grande ufficiale della Repubblica accompagnato dalla lettera in cui si faceva presente che se voleva anche la medaglia avrebbe dovuto acquistarla.

Il libro è basato su un'intervista che Perlasca rilasciò nella sua casa padovana a Hallenstein nel '92, un mese prima della morte. E spiega perché fu scomodo: alla sinistra perché non rinnegò mai di essere un uomo di destra nonostante il presunto paradosso ideologico di aver salvato da fascista migliaia di ebrei, alla destra che lo aveva considerato un traditore perché dopo l'8 settembre si era schiarato dalla parte del re contro Mussolini e alla Chiesa cattolica che si dimenticò di lui.

"Quella di Perlasca - scrivono gli autori - è in parte una storia di umanità e di coraggio, in parte il ritratto di un conservatore che non ha mai negato il suo passato fascista e per questo ha pagato un prezzo altissimo. La sua vicenda è quella di un uomo solo che aiutò migliaia di ebrei a salvarsi e poi fu abbandonato da tutti. È la storia amara di un italiano che ha dovuto ricominciare da capo in un'Italia mediocre e piccolo-borghese che, impegnata in una faticosa ricostruzione, non ha avuto l'energia, il tempo e la voglia di pensare a ricomposizioni storiche troppo dolorose e impegnative. Perlasca è stato un grande italiano - dicono Hallenstein e Zavattiero - la vittima sacrificale di una politica e di una storiografia che non lasciano spazio a chi non é vicino al potere".