STORIA/Primo Levi, la “memoria” e quel treno maledetto

di Alessandra Magliaro

Nomi e cognomi, testimonianze, poesie, emozioni: "la memoria", scrive Primo Levi nel suo ultimo capolavoro «I sommersi e i salvati» uscito un anno prima della sua morte l'11 aprile 1987, "è uno strumento meraviglioso ma fallace". Per questo in tutti i suoi scritti, con il tono pacato, analitico, esatto, scientifico come era del resto il chimico Levi prima di diventare scrittore, c'è quello che gli studiosi hanno definito “il termitaio” di Levi.

E proprio questo valore della memoria fa risaltare l'opera che Chiarelettere ha fatto uscire nell'àmbito del decennale della Giornata della Memoria, qualche giorno prima della serata apposita organizzata al teatro Franco Parenti di Milano, il 27.

Al centro c'è «La tregua», l'Odissea di Primo Levi, il libro sul viaggio a ritroso da Auschwitz che fece dopo la liberazione del '45 per tornare nella sua Torino, lungo 6 mila chilometri e 10 frontiere. Ma non solo: intorno a Levi e su Levi ci sono scritti del maggiore studioso, Marco Belpoliti, curatore delle opere presso Einaudi, Lucia Sgueglia, Massimo Raffaeli, Andrea Cortellessa. E quelli molto toccanti dell'amico Mario Rigoni Stern, il sergente nella neve scomparso il 16 giugno 2008, cui Levi dedicò (a lui e a Nuto Revelli) i versi "Ho due fratelli con molta vita alle spalle / nati all'ombra delle montagne / hanno imparato l'indignazione / nella neve di un paese lontano / e hanno scritto libri non inutili / Come me hanno tollerato la vista / di Medusa che non li ha impietriti / non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni".

C'è il documentario «La strada di Levi», un bel film di Davide Ferrario e Marco Belpoliti in cui gli autori hanno fatto lo stesso viaggio che fece Levi nel '45 per tornare in Italia passando per Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania. Per lui si trattava della tregua fra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l'inizio della guerra fredda, per la piccola troupe cinematografica il “road movie” racconta l'Europa tra nuovi nazionalismi, emigrazione, passato ex comunista.

Il libro «Da una tregua all'altra, Auschwitz-Torino 60 anni dopo» è ricco di tanti spunti sull'universo di Levi, a cominciare da quelli contenuti nei saggi di Belpoliti in cui si pone l'accento sul tema della “vergogna”, centrale ne «I sommersi e i salvati» e non solo (e che sarà oggetto di un libro in fase di gestazione).
Ma la parte più nuova sono le due deposizioni giurate che Primo Levi rese alle autorità giudiziarie italiane e tedesca nel 1960 e nel 1971. Testimonianze che riportano al luogo di Fossoli, il tristemente noto campo di transito dal quale il 22 febbraio 1944 partì il treno maledetto che portò Primo Levi e centinaia dei suoi sventurati compagni in un luogo mai sentito nominare prima: Auschwitz.

Fossoli e il suo maligno “genius loci”: il consigliere giuridico della Gestapo e Judenreferent di Eichmann in Italia, Fridrich Bosshammer. Sotto la sua direzione partirono da Fossoli diretti ad Auschwitz cinque convogli, dal febbraio all'agosto del '44. Catturato dalla polizia tedesca nel dopoguerra a Wuppertal, Bosshammer fu condannato all'ergastolo anche in seguito a questa deposizione di Primo Levi, ecco, appunto il valore della memoria.