LETTERATURA/Tra feudi e confraternite

di Giuseppe Greco

Nonuccio Anselmo (nella foto) torna - con il suo terzo romanzo - alle storie della sua Sicilia. Storie minime, che però sono in grado di rappresentare quelle più grandi, con la esse maiuscola. Come in questo caso. Perché sullo sfondo c’è lo scontro sociale nella profonda campagna siciliana, che parte dall’immediato dopoguerra per trascinarsi fino alla fine degli anni Cinquanta, quando il boom e il benessere spazzeranno via tante cose. È lo scontro che ha insanguinato il feudo - le lotte per la terra - tra “viddani” e poveri artigiani che dal loro lavoro e dal raccolto dipendono, e gli ultimi nobili del paese, i proprietari dei feudi e i loro discendenti, che in un paese rappresentano il potere.

Siamo nel 1957, l’Italia si avvia a quel boom economico che farà sognare l’utilitaria o almeno una Lambretta. Ma nel paese del feudo, anche se certi fatti sono già lontani e fanno parte della storia, le passioni che hanno scatenato, continuano a vivere nell’inconscio. Qui le lotte contadine del dopoguerra, l’occupazione dei feudi, la brutale repressione della mafia, sono ormai lontane e da tempo sono stati sepolti i capipopolo assassinati. Ma lo scontro sociale tra contadini e artigiani e gli ultimi nobili che nel locale immaginario continuano a rappresentare il potere, non è stato ancora assorbito dal boom e può riciclarsi pericolosamente in fatti minimi, come possono essere i riti e la processione del Venerdì Santo. Perché in questo paese della fine degli anni Cinquanta annegato nel feudo, i nobili ed ex nobili, che ancora agli occhi dei contadini e degli artigiani rappresentano il potere, sono riuniti da secoli in una confraternita bianca, patrona dei riti del Venerdì santo cittadino. È di loro “proprietà” anche il Cristo di cartapesta che si va ad appendere in croce su una collina alla periferia del paese.  

Ma i nobili, pure nella Pasqua non sono soli. Anche contadini ed artigiani sono costituiti in diverse confraternite, che però il Cristo possono solo guardarlo e pregarlo da lontano. Non possono toccarlo, non possono deporlo dalla croce, non possono portarlo in processione, tutte incombenze riservate dalla tradizione ai nobili bianchi. Ma alcuni confrati di una di queste compagnie - quella dei “rossi” - non ci stanno.
Secondo loro, visto che almeno Cristo non è proprietà di nessuno ed appartiene a tutti, tutti hanno il diritto di toccare quella statua, di deporla dalla croce, di portarla in processione. Così un manipolo di congiurati, guidato dal bracciante Luca Stellario, un “facinoroso” che dopo le lotte per la terra si è ritirato in campagna, con un colpo di mano va a “rubare” il Cristo.     

A questo scontro sociale, altri scontri “privati” - che comunque dal primo discendono - si aggiungono ad allargare il solco tra “bianchi” e “rossi”. C’è la figlia di un nobile decaduto innamorata di un barbiere che l’ha messa incinta e deve pensare alla “fuitina” per evitare tragedie, e c’è un artigiano caduto nelle grinfie di un usuraio che arriva ad organizzare il suicidio per uscire da una spirale che coinvolgerà tutta la sua famiglia. Finisce in gloria perché lo stesso “facinoroso” di cui sopra, riesce a trovare la soluzione.
Il lieto fine - seppure con scorie dolorose - non riguarderà però tutto e tutti. Ma il finale, ricco di colpi di scena, è bene che chi deciderà di leggere questo libro se lo scopra da sé.

Qui si può aggiungere soltanto che tutta la vicenda, tra una folla di personaggi che si muovono nella cornice dei riti della Pasqua in un piccolo centro di campagna, è raccontata da un vecchio maestro - Brasi Ferrante - che con la pensione ha affinato la sua passione per i libri e per la storia. Il suo diario, dove alla cronaca ufficiale si aggiungono anche i fatti e i misfatti minimi della comunità, risulterà prezioso per la narrazione di questa “passione laica” che va ad intrecciarsi con la rievocazione dell’altra Passione. Tra una folla di protagonisti, comprimari e semplici caratteristi che animano questo mondo in dissolvimento della fine degli anni Cinquanta, si arriverà alla conclusione.

Quando il vecchio barone - capo dei Bianchi e rappresentazione di quel potere rurale contro il quale i braccianti hanno combattuto per secoli - alle soglie della notte, scoprirà che la sua classe è stata sconfitta con la complicità dei dollari e della Coca cola e che anche i nobili sono diventati popolo.