TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Una famiglia in scena

di Mario Fratti

Il grande poeta del teatro americano Horton Foote è morto a novantadue anni. Dopo averci dato belle opere teatrali e televisive, ci ha lasciato un poetico regalo. Una serie di brevi testi che narrano la storia della sua famiglia. Il regista Michael Wilson (Hartford Stage) li ha messi in scena prima in Connecticut ed ora al teatro Signature (555 West 42nd Street). Ne ho visti altri tre. Perfettamente diretti, con convincenti attori, sono commoventi e meritano migliaia di spettatori: “Storia di un bambino”.

Nel prologo vediamo il giovane Horace (Bill Heck) in treno. Una signora religiosissima (Pamela Payton-Wright) gli fa tante domande sul suo battesimo e sulle sue preghiere. Horace confessa che non sa niente del suo battesimo e non prega. La signora, scandalizzata, prega per lui, con lui. Comincia il primo dei tre testi. Siamo nel 1902, in Harrison, Texas. Horace ha ora dodici anni (Dylan Riley Snyder) e va a visitare, con la riluttante sorellina Lily (Emily Robinson), il padre morente (Bill Heck). E’ un depresso professore che amava i testi latini e greci ma ha bevuto per dimenticare i suoi guai ed è ora molto malato.. Suggerisce ad Horace studi, libri, cultura. Uomo sfortunato che era stato anche abbandonato da sua moglie, madre di Horace e Lily. Una moglie, Corella (Virginia Kull), che ha ignorato il marito morente e si sposa di nuovo con un glaciale Devon Abner, uomo crudele che accetta Corella (è ora Annalee Jefferies) e sua figlia Lily, ma respinge Horace che viene abbandonato ad una vita difficile ed avventurosa.

Nuovo titolo: “Convicts”. Nel secondo testo siamo nel 1904 e Horace (il quattordicenne Henry Hodges) lavora per uno schiavista, isterico ed avaro, che non lo paga e gli mostra come trattare, punire, uccidere i prigionieri afro-americani. Deve assistere ed aiutare questo feroce Soll (James DeMarse) che sorprende con la sua folle personalità. Porta in scena una bara dove si adagia e vi muore due volte.

Il terzo testo (“Lily Dale”) è il più crudele. Ha come titolo il nome della sorella di Horace (è ora la ventenne Jenny Dare Paulin) che ama il patrigno che l’ha protetta ed allevata e non gradisce la visita del fratello Horace che è timido, vulnerabile e malato. Fa di tutto per umiliarlo e mandarlo via. Per fortuna la madre (A. Jefferies) ha un minimo di pietà e lo aiuta e protegge. Malato, gli vien permesso di restar con loro per qualche settimana. Un quadro di incredibile insensibilità e crudeltà da parte di una sorella.
Tre capolavori che ci narrano la vita dell’autore. Horace è il ritratto di suo padre. Suggerito, raccomandato. Teatro poetico, importante.

Riappare poi, come in ogni stagione, un’opera di George Bernard Shaw. Tocca questa volta al divertente, satirico “Misalliance”, diretto da Jeff Steitzer al teatro N.Y. Center Stage (131 West 55th Street - produzione “The Pearl”). La bella Hypathia (Lee Stark) è vivace ed insofferente. E’ forse destinata a sposare Bentley (Steven Boyer), tipo un po’ sciocco, confuso, irritante. Suo padre John (Dan Daily) è un soddisfatto commerciante, pieno di esuberante entusiasmo. Un uomo contento. Sua moglie (Robin Leslie Brown) interviene sempre negli affari di famiglia. Finora, solo la descrizione di una famiglia più o meno normale. Ma Shaw è un maestro di buon teatro. Ci riserva sorprese. Questa volta, addirittura un aereo che precipita nel loro giardino. Arrivano due personaggi estremamente interessanti. Lui, Joey (Michael Brusasco), è un bel pilota che attira subito l’attenzione e l’amore di Hypathia. Lei, Lina (Erika Rolfsrud), è un’energica polacca che si mostra subito femminista. Piace a tutti gli uomini presenti in questa commedia. Anche a Summerhays (il bravo Dominic Cuskern) che è il padre del confuso fidanzato di Hypathia. Molte risate quando tornano, uno dopo l’altro, dalla palestra dove lei li ha costretti a fare esercizi ginnici per migliorare il loro fisico.

Altra sorpresa alla fine del primo atto. Arriva un misterioso giovane con pistola (Sean McNall) che si nasconde in un bagno turco, scatola presente in scena. Chi è? Nel secondo atto verremo a sapere che è il figlio naturale dell’esuberante John. Sua madre è morta. Viene per vendicarla. Ma in Shaw tutto diventa comico. John riconosce la foto di una delle sue donne ed offre denaro. Sua moglie è brava e generosa. Protegge il giovane che vorrebbe suicidarsi ma non ci riesce. Si ride per due piacevoli ore.

Off Broadway, nel nuovo teatrino 500 West 42nd Street, abbiamo “Safe Home” di Sean Cullen. Per essere moderno il regista e forse l’autore non rispettano la cronologia. C’è quindi un po’ di confusione in questo dramma familiare. Siamo nel 1951 e si salta ogni tanto al 1952 e al 1953. Il padre Jim (Michael Cullen) è un operaio molto severo con i suoi figli. La moglie (Cynthia Mace) si preoccupa ed ha un segreto. Quando viene portata in scena un’elegante bara, non vuole che si apra perché, forse, non c’è dentro suo figlio morto in Corea. Appare anche la giovane, timida Claire (Kathy Wright Mead) che è la fidanzata del soldato in partenza. Scena di affetto e rispetto. Buoni attori. Bravi anche Eric Miller, Erik Saxvik e Ian Hyland.