PERSONAGGI/INTERVISTA/Storia di un gran Volo a New York

di Michelina Zambella

Fabio Volo non cambierà mai. E per fortuna, commentano i fan, ovvero i tanti italiani accorsi all’Istituto Italiano di Cultura di New York, venerdì 22 gennaio, per la presentazione del suo ultimo libro, Il tempo che vorrei (Mondadori 2009, 300 pagine, E.18). Si tratta del suo quinto romanzo e arriva dopo le pubblicazioni di Esco a fare due passi (Mondadori 2001), È una vita che ti aspetto (Mondadori 2003), Un posto nel mondo (Mondadori 2006) e Il giorno in più (Mondadori 2007).

"L’idea di presentare il libro venendo in metro l’ho trovata molto cool. Anyway, I mean…sono molto contento di essere a New York. Premetto di essere single e anche dimagrito". Il Volo che tutti conosciamo, spontaneo e rilassato, in jeans e t-shirt nera, ha parlato logorroicamente versando acqua all’intervistatrice, la giornalista di America Oggi, Filomena Troiano, scherzando coi traduttori e   inventando per loro parole inesistenti, tra il plauso di un pubblico entusiasta.

All’anagrafe Bonetti, nato nel bergamasco sebbene dica di sentirsi bresciano, Fabio Volo è un artista a tutto tondo: scrittore, attore, conduttore radiofonico e televisivo. «Non sono scrittore, sebbene scriva; non sono attore, nonostante reciti; in Italia hanno un atteggiamento un po’ strano nei miei confronti. Non che mi stia lamentando. Dico solo che il consenso non arriva mai dall’alto, sempre dal pubblico».  

Lo ricorderete nelle vesti dell’allegro conduttore del programma "Le Iene", nonchè di "Ca’Volo" e "Il Coyote" su MTV, "Il Volo di Notte" su La7, "Smetto quando voglio" e "Lo spaccanoci" su Italia 1. Nel 2002 ha interpretato il suo primo film, Casomai, a cui hanno fatto seguito Playgirl (2002), La Febbre (2005), Manuale d’amore 2 – Capitoli Successivi (2007), Uno su due (2007), Bianco e Nero (2008), Matrimonio e altri disastri (2009), Figli delle stelle (2010). Il ritorno nel 2006 su MTV decreta il successo e la popolarità di Volo anche presso il pubblico dei più giovani. Seguitissimi sono stati, infatti, i suoi programmi, ovvero "Italo-Spagnolo"(2006), Italo-Francese" (2007), "Italo-Americano–Homeless Edition" (2008), in cui Volo, col suo benfare piacione, raccontava di paesi e culture viste da un italiano, prima dall’attico di Barcellona, poi dalla casa parigina e, infine, dalle strade di New York insieme all’amico Ivo.
Posture buffe, risate esplosive, irrequieto, la voce del programma "Il Volo del Mattino" in onda su Radio Deejay (dal 2000 e ancora tuttora attivo) ha narrato un personaggio davvero sui generis, ricorrendo a citazioni auliche, ovvero all’amico Dante, Seneca, Michelangelo, ma anche ai detti delle nonne delle province.   

Il suo cognome d’arte prende spunto dalla sua prima canzone, Volo. Nato nel 1972 a Calcinate (Bg), Fabio non prosegue gli studi dopo la licenza media inferiore e comincia a lavorare come fornaio nella panetteria del padre. Intanto, fa lo showman presso il "Retrò", locale bresciano di un suo amico, passando da un lavoro all’altro. «I miei genitori mi hanno messo di fronte alla scelta: io ho deciso di andare a lavorare. Se non vivi la vita che vuoi vivere, allora diventa una grossa condanna. La fortuna derivante dall’aver lavorato è che ho potuto coltivare la passione per la letteratura. Mentre, però, tutti i miei amici studiavano come da programma scolastico, io leggevo quello che mi piaceva fissandolo in mente».

L’approdo nel mondo dello spettacolo avviene nel 1996, quando Volo viene invitato da Claudio Cecchetto come speaker a Radio Capital. «Il lavoro che faccio mi costa tanta fatica ma non mi pesa. Gli ingredienti del successo nella vita sono: talento, lavoro e tanto culo, ovvero fortuna».

Si ritiene un ragazzo fortunato, come cantava Jovanotti, ma precisa: «Dire che sono fortunato è diseducativo, anche perchè in realtà non esiste la fortuna dall’alto. La fortuna è l’occasione che si incontra con la preparazione». Citando Seneca, Volo crede che fare bene il primo passo sia importante ma suggerisce di "avere le idee chiare sulla partenza". Di certo il suo messaggio è chiaro: «Bisogna avere il coraggio di non piacere, soprattutto alle persone più care. Se uno ha il caraggio di sè, allora troverà talento».

Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo libro?
«Beh, è difficile calcolarlo perchè prendo appunti tutti i giorni, faccio riflessioni continue mentre vivo la mia vita, passeggiando e osservando».

Di cosa parla Il tempo che vorrei?
«È la storia di un padre e di un figlio, di una rivalsa sociale e della storia d’amore con una fidanzata. Il tutto nasce dal bambino che si sente non amato da questo padre, instancabile lavoratore, che non giocava mai con lui, come al contrario faceva la madre. Per mancanza di tempo, quel padre, che lavorava fino a tarda sera, era un uomo freddo, che non ha mai imparato a mostrare realmente i suoi sentimenti perchè, per educazione familiare, ha sempre indossato un’armatura gelida. Lui aveva indotto il bambino a credere che il padre non lo amasse. Da qui, l’assenza di dialogo durante la crescita fino ad arrivare alla riconciliazione, in età matura, rappresentata dalla reciproca responsabilizzazione, senza accuse vicendevoli. C’è dunque un messaggio finale positivo».

Quanto di te c’è nei tuoi libri da uno a dieci, e in particolare in quest’ultimo?
«Esco a fare due passi:8, È una vita che ti aspetto:8, Un posto nel mondo:7, Il giorno in più:6; Il tempo che vorrei: 8. Questo libro non è autobiografico. Parlo di un conflitto familiare che degenera da una fase di incomunicabilità infantile fino ad arrivare alla rottura in età adulta. Poi, il padre in pensione, abituato per 50 anni ad aver sempre lavorato, non sa come riempire le sue giornate, come organizzarsi una vita che non ha mai vissuto. Avviene dunque il riavvicinamento. È difficile per il figlio abbracciare il padre, che è incapace di gestire questa attenzione. Fa tenerezza vedere un uomo di 70 anni cercare di comunicare con un figlio che non conosce».


I due motivi ricorrenti dei tuoi libri sono il rapporto con il padre e con la fidanzata di turno. Come nella quotidianità Fabio gestisce questi  rapporti?

«Il rapporto con mio padre è fortunatamente risolto. La famiglia è il primo posto dove si impara ad amare e da grandi si riproducono le dinamiche che vedi e impari da bambino. Non ho una fidanzata ma in un rapporto con una donna ricerco tre cose: amore, sessualità e tenerezza. Se non impari la tenerezza da bambino poi si fa fatica sia a darla che a riceverla. La difficoltà di questo uomo- ma quale: quello del libro o sè stesso?- di aprirsi al padre si riflette negativamente nel suo rapporto con le donne».


Come scegli i titoli dei tuoi libri? Da dove viene l’ispirazione?

«Hai presente l’episodio di Seinfield? I miei libri non sono nemmeno considerati libri in Italia. Quanto all’ispirazione, quella viene passeggiando».


Il libro, che sarà tradotto in altre lingue, è in prima persona?

«Si, è più facile per me. Ogni qualvolta comincio un libro, mi prometto di farlo al femminile ma è difficile entrare nella mente delle donne. Se però riesci a scrivere in terza persona, allora sei Dio, perchè realizzi un distacco così forte che ti consente di autoanalizzarti».  


Hai vissuto in grandi metropoli, ma quanto ti porti dietro della provincia?

«Vivo la vita che volevo. Da piccolo sognavo di fare il panettiere come mio padre, poi a 21 sono scappato. Le province americane sono molto più belle di quelle italiane. La mia città è molto piccola e i campanellini sono più evidenti. Diventava difficile non conformarsi, esprimersi per quello che veramente si è. Esiste sempre la presunzione che esista qualcosa di strano, che il fatto di non essere fidanzato e/o sposato non sia frutto di una scelta, ma sintomo di un malessere. In città invece è più facile venire fuori ma nascondersi».

Rileggendo i titoli dei tuoi romanzi, mi chiedevo: Cosa fa Fabio Volo quando esce a fare due passi? Chi o cosa aspetti da una vita? Lo hai trovato il tuo posto nel mondo? Serve un giorno in più o è sempre troppo poco? Qual è il tempo che vorresti e per fare cosa?
«Quando esco, non faccio praticamente nulla. Mi prefiggo di fare qualcosa, andare che ne sò in gelateria, e poi da lì passeggio. Cammino e osservo tanto. Non sono uno che aspetta. Sono iperattivo e molto determinato. Il posto nel mondo è una mia condizione mentale-emotiva. Ormai vivo in quattro città: tra Roma e Milano, e poi New York e Parigi. Un giorno in più può fare sicuramente la differenza. Il tempo che vorrei, nel libro, rappresenta sia il tempo che non ho vissuto con mio padre che il tempo che non ho vissuto come avrei voluto io».


Cosa manca nella tua carriera?

«Non ho nessun interesse verso la carriera. Non mi pesa fare tutte le cose che faccio perchè amo il mio lavoro, e lo amo perchè è l’espressione di ciò che sono».

 

Di tutto quello che fai, cosa ti piace di più?
«La cosa che davvero conta per me è riuscire ad esprimere la mia creatività. Lo faccio attraverso tanti mezzi di comunicazione. Alla radio è dove mi diverto di più. La letteratura è come se passeggiassi. Scrivere per me è come andare dallo psicoanalista, è una roba che serve a me, mi emoziona tanto: sono autore delle cose che faccio. Scrivere, forse, è l’unico lavoro che faccio». 

Dunque, sei felice ed appagato?
«Sono nella mia quantità. Non ho cercato la felicità, ho solo cercato di dare delle risposte alle mie domande e necessità, ai miei bisogni. Ritengo che la qualità della mia vita sia superiore a quella di qualsiasi persona straricca o di un politico. Mi sento appagato perchè ho affetto, viaggi, letteratura, cinema, incontri in tutto il mondo…».

Le città che più ti piacciono?
«New York, come Barcellona, è una città multicentrica, con quartieri a sè stanti. Ognuno di essi esprime una sensibilità diversa. Dieci anni fa, amavo vivere nel lower east side, adesso solo Village. A New York puoi stare in mezzo a tutti e con tutti, hai la sensazione di poter far tutto e di esserci già stato. Ti dà la sensazione di poter vivere veramente il sogno americano. Io però il sogno l’ho realizzato in Italia».

Progetti per il 2010?
«Sono già pronto per il prossimo libro. A marzo sarò in Italia perchè sto scrivendo la sceneggiatura del libro Il giorno in più, che cominceremo a girare a New York a maggio. Poi ci saranno due film in uscita».
Occhio in giro, Volo è un amante del Village e non oltrepassa la 24esima strada. È a New York ma vive perennemente col fuso orario, dal momento che lavora alla radio di notte. Si diverte ad impastare la pizza, il pane, nel piccolo studio o "sgabuzzino", come lo ha ribattezzato, dove vive in convivialità col suo vicinato americano. Per ora non ha ancora capito le dinamiche del date americano, ma promette ironizzando: «Un giorno mi sposerò: se trovo la ragazza giusta… o solo per burocrazia…o per accettazione sociale…forse non sono maturo abbastanza…».