SPECIALE/REPORTAGE/Interrogata guardando Saddam

di Gina Di Meo

Baghdad - La scena è stata di quello che avevo visto in diversi film ambientati in paesi a regime dittatoriale, quando ti trovi a che fare con i miliziani. Premesso, l'errore, anche se inconsapevole è stato mio, ma mentre in un qualsiasi paese democratico vai a casa al massimo con una sanzione pecuniaria, in altri, come l'Iraq, le conseguenze possono essere gravi.

È successo a Baghdad, mentro mi trovavo in macchina, sotto scorta dell'esercito americano e in attesa di essere portata nella Fob (forward operating base) dove mi hanno sistemata per il mio embed. Sono davanti ad un check point all'interno dell'IZ (international zone) l'area "blindata" della capitale, ma distrattamente non vedo il cartello che vieta l'uso di qualsiasi dispositivo elettronico ed in particolare videocamere e macchine fotografiche. Di fronte a me c'è un bellissimo palazzo, dopo saprò che è la sede del Ministero della Difesa irachena, mi viene spontaneo prendere la videocamera per farne una panoramica.

Proprio nel momento in cui inquadro il palazzo, passa un convoglio di mezzi militari iracheni, sempre dopo mi diranno che sta scortando il primo ministro. Pochi secondi di filmato e la batteria si scarica. La cosa non mi meraviglia perché avevo girato immagini tutto il giorno. Fin qui tutto liscio, tranne che essendo scortata da un militare, il suo compito sarebbe stato quello di impedirmi di fare le riprese. Insomma siamo in due ad essere ingenui, ma lui più di me. Ci muoviamo per andare verso Camp Prosperity, dove appunto alloggio, e nel frattempo "gioco" con la videocamera. La batteria è completamente scarica ma a volte spegnendo e riaccendendo si riesce ad avere un minimo di autonomia. La sfortuna vuole che faccio questa operazione nei pressi di un altro check point. Lo so posso sembrare recidiva...! La guardia mi vede, intima l'alt alla macchina, si avvicina al mio sportello con fare minaccioso, il mio autista apre il finestrino e lui con violenza mi strappa la videocamera di mano.

Non riuscivo a credere a quello che stava accadendo. Stranamente non provo alcun senso di paura, la prima cosa a cui penso non è a me bensì alla fine che farà uno strumento che non posso non avere qui per il mio lavoro. La guardia ci fa accostare e ci dice di aspettare. Scioccamente cerco anche di "contrattare" di fargli capire che non stavo filmando, ma invano. Tra l'altro essendo la batteria completamente scarica, la videocamera non si accende. Il che aggrava la cosa perché lui vuole a tutti i costi vedere quello che ho filmato. Fortunatamente l'altra macchina dei soldati americani che ci seguiva ha una batteria uguale alla mia. Facciamo il cambio ed il soldato iracheno è in grado di vedere il filmato. Diventa ancora più serio quando vede le immagini dei convogli che passano davanti al palazzo. Arrivano altri soldati e ci dicono di seguirli.

I soldati che sono con me non hanno una bella faccia. Loro non possono fare niente perché l'Iraq è uno stato sovrano e loro non hanno alcuna competenza. Ci portano in una sorta di quartier generale dell'esercito iracheno, sul muro ci sono ancora appese delle foto di Saddam Hussein, chiamano il comandante e gli spiegano cosa è accaduto. Il comandante è un uomo grande e grosso e, attraverso un interprete, mi dice che ho disturbato il suo riposo dopo una lunga giornata di lavoro. Andiamo tutti in una stanza, molto piccola e nel frattempo arrivano altri soldati americani avvertiti via radio. Loro hanno la faccia ancora più seria. A differenza mia sanno come si comportano gli iracheni, sanno che non esistono regole democratiche per loro, sanno che rischio grosso. Nella stanza iniziano quasi tutti a fumare, la finestra è chiusa e io mi sento soffocare.

Il comandante mi scruta e sempre attraverso l'interprete mi dice che ho violato le regole. Io cerco di spiegare a mia volta e durante la conversazione gli americani cercano di sdrammatizzare e di far rilassare il comandante. La trattativa va avanti per un paio di ore. Alla fine mi fanno scrivere una dichiarazione in cui prima spiego perché mi trovavo in quel posto, poi che ho fatto una cosa irresponsabile e contro la legge e che non succederà più. Mi dicono di firmarla, lo faccio, ma capisco male, per loro la firma è un'impronta digitale. Intingo il dito nell'inchiostro e "firmo".

Sempre nella mia ingenuità penso che sia tutto finito e sono libera di andare. Completamente fuori strada. Ci fanno uscire da quella stanza e andare in un'altra. In tutto questo il mio pensiero va ai soldati americani, mi preoccupo di eventuali ripercussioni nei loro confronti da parte dei superiori. Anche loro hanno commesso una grave leggerezza nel lasciarmi filmare. E poi penso anche al mio embed, temo che tutto questa possa comprometterlo e che possa spingere gli americani a mettermi sul primo volo e rispedirmi a casa. Andiamo tutti in un'altra stanza e vedo che sono arrivati altri soldati americani, ma questa volta sono di rango superiore. Inizio a realizzare che mi sono cacciata veramente nei pasticci e che serve l'intermediazione di qualcuno che comanda nell'esercito. L'altro comandante iracheno si fa spiegare cosa è successo e la storia si ripete, anche lui vuole sia distruggere il nastro, sia sequestrare la videocamera.
Io inizio ad innervosirmi, non ne posso più del loro abuso di potere e discuto anche animatamente. A questo punto uno degli ufficiali americani si avvicina a me e mi consiglia, sussurrando le parole, di darmi una calmata e di non intromettermi nella conversazione altrimenti le cose peggiorano. Seguo il suo consiglio e mi tiro in disparte. Ancora altre trattative, nel frattempo abbiamo superato le tre ore di permanenza in quel posto, ma fortunatamente si inizia ad intravedere una via d'uscita. Alla fine gli iracheni accettano di cancellare il pezzo di filmato incriminato e mi restituiscono la videocamera. Tiro un gran sospiro, questa volta sembra davvero tutto finito. Ci scortano fuori e quando mi rimetto in macchina con i miei accompagnatori non posso far altro che scusarmi per il gesto che ho compiuto e ringraziarli. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se fossi stata da sola.

Gli americani cominciano anche loro a distendersi ma mi mettono in guardia da una prossima volta, ho rischiato grosso. Torno in base e vedo che la voce si è sparsa rapidamente. Alcuni mi prendono in giro, imitando la posa di una persona che cerca di scattare foto, altri più seri mi dicono che il mio è stato un errore che poteva costarmi caro.