SPECIALE/UNA VOLONTARIA ITALIANA RACCONTA/Il mio diario dall’inferno di Haiti

a cura di Niccolo d’Aquino

Il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, va ad Haiti. Ed è una conferma  del fatto che l’Italia intende fare la sua parte per cercare di alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da quella che probabilmente è una delle più immani catastrofi mondiali degli ultimi decenni. Anzi, quasi di sicuro: la peggiore. Ma, prima di lui, altri volontari italiani sono accorsi o, già presenti nell’isola perché impegnati in precedenti progetti umanitari, hanno semplicemente moltiplicato i propri sforzi. Per esempio Fiammetta Cappellini, responsabile locale di Avsi una grande organizzazione umanitaria con base a Cesena e Milano e attiva nei cinque continenti (www.avsi.org). Tra un’azione di soccorso e l’altra, la sera quando può tiene un diario. Di cui America Oggi pubblica alcuni estratti perché ci sembra importante far capire le difficoltà che incontra chi vuole aiutare ed è deciso a non farsi abbattere dagli ostacoli.

Mercoledì 13 - Cerco di essere breve perché dobbiamo fare economia di batterie. Il terremoto è avvenuto alle 17 ora locale, mentre ci accingevamo a chiudere gli uffici. La prima scossa è stata fortissima e durata sicuramente più di un minuto. Appena possibile abbiamo lasciato i locali. Le strade pero si sono rivelate una trappola, siamo rimasti bloccati per ore. Alla fine abbiamo deciso di far ritorno all’ufficio.  Qui però ci ha sorpresi la seconda scossa, al che abbiamo deciso di dormire fuori. Il panorama è devastante. I più importanti edifici sono scomparsi. Verso mezzanotte ho potuto ritrovare mio marito. Per le strade vagano persone in preda a crisi di panico e di isteria, feriti in cerca di aiuto. Abbiamo cercato di portare aiuto come potevamo per trasportare i feriti, almeno i bambini non accompagnati, ma ci siamo presto resi conto di quanto poco servisse rispetto alla dimensione di questa tragedia. Si sentono dalle macerie le grida di aiuto di chi è rimasto sotto e i parenti impotenti si disperano. Mancano luci per illuminare la scena e continuare a scavare di notte.
Ciò che abbiamo visto nell’attraversare la città è spaventoso. Non so davvero da che parte potremo ricominciare, ma lo faremo. E’ terribile. Penso ai quattro bambini che abbiamo soccorso oggi pomeriggio, quattro fratellini che si sono trovati sotto una casa distrutta senza i genitori non ancora rientrati dal lavoro. Uno di loro aveva gravissime ferite alla testa. La sorellina piangeva chiedendo: «Come fa la mamma a ritrovarci che la casa non c’è più?».

Giovedì 14  - Obiettivo della giornata: valutare la situazione e vedere come utilizzare le nostre risorse. Siamo partiti di buonissim’ora per sfruttare tutte le ore di luce, visto che non c’è corrente.  Abbiamo cominciato da Citè Soleil, la bidonville nella quale lavoriamo con tante attività, educative, di alfabetizzazione, diritti umani, formazione, ecc. Abbiamo trovato una situazione disastrosa. Gli edifici di maggiori dimensioni sono crollati. Il numero di vittime a Citè Soleil è molto elevato, pur non essendo una delle comunità più toccate. A 12 ore dal sisma, l’unico ospedale che serve una popolazione di almeno 200mila persone non funzionava. Dentro una sola infermiera, abbandonata a se stessa, senza alcun materiale, senza un medico, con l’aria stralunata di chi cerca di cavarsela in qualche modo in un vero inferno. Nel cortile dell’ospedale, feriti gravissimi e moltissimi cadaveri, buttati sull’asfalto, in pieno sole. Vedeste quanti bambini, a volte senza un arto o con ferite così terribili da essere non identificabili al volto. Una cosa terribile. L’unica parola che la donna ci ha detto, in quella stanza di morte è stata:«Un dottore, vi prego». Le abbiamo promesso che lo avremmo trovato. Operativamente, abbiamo cercato di rendere possibile l’ingresso di Medici senza frontiere a Citè Soleil. Ora hanno una squadra operativa e noi facciamo un po’ di appoggio.   Abbiamo un debriefing domani con loro per la questione cadaveri. Se si identifica un sito, ci siamo offerti con le squadre per scavare, per seppellirli.  Ci siamo poi spostati a Martissant, altra zona "feroce" di bidonville nella quale lavoriamo. Siamo andati dapprima all’ospedale di Medici senza frontiere: un girone infernale. Due medici e dieci persone per centinaia e centinaia di vittime. Da non sapere dove metter i piedi. Vorremmo istituire un servizio di accoglienza per bambini, in modo da dare ai genitori la possibilità di andarsi a cercare le proprie cose o quel che ne resta, in casa. Cominceremmo anche a fare il punto su case distrutte, case da risistemare, orfani e bambini non accompagnati. Urgenza: la comunicazione. Fateci arrivare quei benedetti satellitari!

Venerdì 15 -  I corpi giacciono ovunque. A Cité Soleil abbiamo allestito un primo tendone di accoglienza. I senzatetto sono innumerevoli. Iniziamo dai bambini, perduti, soli. Stiamo procurando altri tendoni, materassi e coperte e generi di prima necessità. Cominciamo ad avere riferimenti nelle Nazioni Unite. Dalla Farnesina ci hanno comunicato la possibilità di evacuare. Ora, per me non ci penso proprio. Guardavo il mio piccolo Alessandro. Chissà cosa lo aspetta. Ma la nostra grande speranza non crolla, anzi cresce. Affermare la vittoria della vita sulla morte e ricostruire l’umano è ora il nostro compito qui. State con noi.

Sabato 16 e domenica 17 - Sabato c’è stata ancora una scossa forte, ha dato il colpo definitivo a vari edifici pericolanti. Ma la gente vive per strada. Di giorno si fa in tempo a scappare ma di notte, se dormi, no. Ieri notte eravamo in quattordici nel nostro giardinetto, il clima dei Caraibi aiuta. Avevamo tanti ospiti anche perche si preparava l’evacuazione di un gruppo di italiani. Dopo tanti dubbi mio marito e io abbiamo deciso di mandare nostro figlio Alessandro in Italia dai nonni, accompagnato da Diane, la moglie in gravidanza del nostro collega Andrea. Ho avuto molto tempo per ripensarci, per capire se stavo facendo la cosa giusta. Penso di sì, che sia giusto per Alessandro andar via da questi orrori, raggiungendo la sua mezza patria. Ma è giusto che respiri una vita che sa di grandi ideali, anche rischiosi, e non di certezze borghesi. Questo ho imparato dai miei genitori, questo desidero per Alessandro. Ma il distacco è stato dolorosissimo. Ieri abbiamo accolto nei nostri spazi di Martissat tre turni di 300 bambini che i familiari ci lasciavano per 3-4 ore per poter cercare parenti, verificare le case, capire cosa fare. In uno spazio sicuro, a giocare lontano dalla distruzione e dalla morte. La ricezione degli aiuti e la loro dislocazione è molto difficile: strade ingombre, mezzi rari, caos. La catena logistica ha bisogno di tempo per partire.

Lunedì 18 -  Port au Prince. Scrivo di sera, intanto che posso usare internet. Ormai ho l’ossessione della linea, quando il segnetto verde di Skype diventa grigio si ripiomba nell’isolamento. I nostri due colleghi di Avsi ospitano altre cinque persone. Oggi a Cité Soleil abbiamo raccolto i primi dati sui bambini di cui ci siamo occupati fino al terremoto di martedì scorso. Ne seguiamo (o seguivamo?)  circa 600, personalmente, uno a uno, da vari anni. Siamo andati a cercarli e a vedere le loro famiglie. Su un centinaio, oltre 60 hanno perso la casa o l’hanno gravemente danneggiata. Ma quando riesci a trovarli, che gioia grande.

Martedì 19 -  L’atmosfera di Port au Prince è surreale. Da una parte le giornate sono scandite dalla presenza delle personalità mondiali più potenti, che determinano traffico, blocco delle attività, affollarsi dei media, delle forze di sicurezza. Dall’altra ti guardi intorno e pensi all’impotenza totale dell’uomo. Prevale una sensazione generale di impotenza. Anche il Segretario generale dell’Onu era cosi impotente di fronte alle macerie. E i bambini sono sempre i più colpiti. Le adozioni? Meglio tendere ad aiutarli qui. Ho sentito che in Italia è cresciuto il dibattito sull’adozione temporanea di questi bambini. Ma qui già prima c’erano moltissimi abbandoni. Ora bisogna pensarci bene, se dopo il trauma del terremoto, magari con la perdita di uno o di entrambi i genitori, vale la pena trapiantarli. Bisogna pensare che ogni caso è diverso, che i bambini non sono funghi, hanno relazioni, rapporti, e reciderli può essere fatale. Pregate per questo paese sfortunatissimo.