Visti da New York

Craxi, la vittima colpevole. Intervista con il politologo ed ex diplomatico Stanton H. Burnett

di Stefano Vaccara

Intervista con il politologo ed ex diplomatico Stanton H. Burnett, autore di “The Italian Guillottine”: “Noi americani ci fidavamo più di Craxi che di Andreotti...” “Di Pietro della Cia? Non riesco a pensare come lo scatenamento di Mani Pulite potesse giovare a Washington...” “Nel 1996 Prodi mi disse: dobbiamo velocizzare la giustizia....” “Ci sono riforme della giustizia in Italia più importanti del ‘processo breve’ e che ne migliorerebbero la velocità...”

Stanton H. Burnett è l'autore di "The Italian Guillottine: Operation Clean Hands and the Overthrow of Italy's First Republic", (Rowman & Little Field, 1998). Con lui, su questo giornale, negli ultimi dieci anni abbiamo affrontato spesso il tema dello scontro tra politica e giustizia in Italia. Questa settimana c'è stato l'ennesimo dopo il passaggio, in Senato, della legge cosidetta del "processo breve". Pensiamo che Burnett, ex diplomatico americano, esperto di affari italiani per il Center for Strategic and International Studies di Washington e qualche mese fa insignito al Consolato d'Italia di New York del titolo di Cavaliere della Repubblica, ci possa garantire un punto di vista originale ma soprattutto indipendente dalle schermaglie della lotta politica italiana.

  Di questa legge chiamata del "processo breve": che farne?
  «È vero che certe leggi beneficiano Silvio Berlusconi, ma è anche vero che per quanto riguarda il funzionamento del sistema giudiziario queste avvicinerebbero l'Italia agli standard occidentali. L'unica cosa della quale sia la sinistra che la destra in Italia si sono sempre trovate d'accordo, era sulla lentezza della giustizia. Ricordo di un incontro con Romano Prodi a Washington, nel 1996. Allora il professore girava l'Italia con il bus elettorale e venne a Georgetown per un dibattito con degli specialisti di affari italiani. Purtroppo quel giorno ci fu una tempesta e non si presentò nessuno, quindi io e Samuel Barnes, che guidava la facoltà di scienze politiche, portammo Prodi a pranzo e lì gli chiesi quali fossero le sue idee e proposte in materia di giustizia. Prodi rispose: ‘dobbiamo innanzitutto velocizzare la giustizia'. Io gli replicai: è tutto qui, non avete un altro punto nel vostro programma di riforme? Lui rispose che per il momento quello era l'unico punto dove concentrare una riforma della giustizia, non c'era altro».

  Eppure ora, da Casini a Bersani fino a Di Pietro, tutti nell'opposizione contestano la legge sul "processo breve", rappresenterebbe "la morte della giustizia" perché pensata esclusivamente "ad personam", per salvare Berlusconi dai processi. In una recente intervista, Roberto Saviano ha detto: ‘Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entra in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è". Anche Saviano pensa che la giustizia in Italia sia troppo lenta rispetto agli standard di un paese democratico, ma dice anche che non si può con una legge del genere annullare il diritto ad ottenere giustizia per migliaia di cittadini che hanno aspettato per anni.... Che ne  pensa Burnett?
  «Non si può negare che la ragione della retroattività di questa legge  comporta il fondato sospetto che sia stata pensata per salvare qualcuno. Ma non credo che si possano ottenere dei risultati concreti senza in questo caso usare la retroattività. Si può avere un nuovo sistema che velocizza i processi che verranno, ma la quantità di quelli che restano pendenti, che ingolfano attualmente il sistema della giustizia italiana, resta enorme e bloccherebbe qualunque tentativo di riformare il sistema. Nel mio libro c'erano i numeri di questo ingolfamento, parliamo di più di dieci anni fa, adesso immagino che il problema sia peggiorato.  La retroattività porta sempre dei sospetti sulle leggi, un aspetto fondamentale della giustizia è la sua certezza. Ma se si passasse oggi una legge per facilitare la velocità del processo senza la retroattività, passerebbero anni e anni prima di poterne notare qualche effetto, il sistema è purtroppo ingolfato».

  I magistrati hanno espresso un'altra obiezione: state mettendo i carri davanti ai buoi, prima dateci i mezzi per rendere più efficenti le procure d'Italia, e poi fate una legge che costringa a velocizzare il processo. Senza far questo, non potremo portare a termine i processi e quindi uccidete la giustizia. Sembra un discorso chiaro, logico.

«Non hanno torto, non solo più computer, ma anche assumere più magistrati obbligandoli però a lavorare meglio e di più. Vorrei aggiungere che se si riuscisse a mettere da parte tutta la lotta politica con il quale il soggetto riforma giustizia è stato finora affrontato, se si riuscisse anche a mettere da parte il caso Berlusconi e si volesse veramente tentare di aggiustare la giustizia italiana, non credo che il punto della velocità sia quello che vada affrontato per primo. Ci sono altri problemi più seri, risolvendoli si riuscirebbe già a migliorare la velocità del processo. Il problema della estrema indipendenza del magistrato inquirente, per esempio. La supposta attuale mancanza di discrezionalità del magistrato, cioè l'affermazione che la legge lo ‘obbliga' a perseguire tutti i casi, in realtà significa l'opposto, che il magistrato italiano ha totale discrezionalità nello scegliersi alcuni casi e scartarne altri. I magistrati italiani non devono dare alcuna giustificazione del perché hanno scelto di dedicare le proprie energie ad un caso e invece ne hanno lasciato nella polvere un altro. Ecco che quindi la cosidetta ‘obbligatorietà dell'azione penale' si traduce nell'assoluta discrezionalità del pm. E poi, eliminare  la facilità con il quale un sospettato può ancora essere privato della libertà in modo da estrarne confessioni, metodo usato soprattutto con i colletti bianchi. Forse si pensa che questo sia l'unico modo di punire i colpevoli, data la lentezza di tutto il sistema, insomma punirli prima data l'impossibilità di farlo alla fine di un processo sterminato... Anche io se fossi un magistrato in Italia mi sentirei demoralizzato e mi convincerei del fatto che non arriverò mai alla fine del processo prima che scatti la prescrizione. L'unica punizione che si può dare agli imputati  è un po' di detenzione preventiva? Ma la giustizia in altre democrazie non funziona così».

  C'è anche la proposta del non consentire più all'accusa di potersi appellare ad una sentenza di non colpevolezza, concedendo quindi l'appello solo alla difesa. Ciò che è normale negli Usa è una novità per l'Italia...
«Questa è una riforma che velocizzerebbe la giustizia italiana. Ovviamente qualche colpevole avrebbe più possibilità di farla franca, ma è un prezzo da pagare per poter rendere la giustizia più rapida e anche più giusta. Sempre meglio di quando l'accusa continuamente si appella e alla fine un cittadino può essere sì discolpato, ma dopo un interminabile procedimento che può durare 15 anni... Con una riforma del genere, i pm non andrebbero a processo finché hanno un caso con elementi di sostegno all'accusa seri e forti».

  La legge sul "processo breve" in realtà potrebbe essere una mossa tattica della maggioranza per far accettare all'opposizione un'altra legge come minore dei mali, quella del ripristino dell'autorizzazione a procedere per un parlamentare o esponente del governo; oppure quella cosidetta del "legittimo impedimento", congelare cioè qualsiasi procedimento per chi è "troppo impegnato" a governare. Lo spauracchio della legge sul processo breve passato al Senato, una vera e propria amnistia, eccolo ritirato se si trovasse un'intesa su altre proposte...
  «Se ciò veramente avvenisse, se fosse alla fine tutta una manovra per portare a termine una legge che alla fine faccia da scudo solo ai politici  dimenticando quali sono le necessità di avere una giustizia che funzioni per i cittadini, temo che il livello di cinismo degli italiani arriverebbe a quote pericolose».

  Prima di scrivere "The Italian Guillottine",  Burnett è stato un diplomatico americano in Italia proprio negli anni dell'ascesa di Bettino Craxi alla leadership del Psi fino al suo avvento a Palazzo Chigi.  In questi giorni in Italia, per il decennale della scomparsa del leader socialista, ancora una volta due opposte interpretazione: Craxi grande statista che è giusto celebrare, o Craxi delinquente latitante dal quale le cariche istituzionali italiane dovrebbero tenersi alla larga dal santificare. L'equazione statista "ingiustamente" condannato può portare a paragoni con l'attualità?
  «Non credo che il caso Craxi funzioni bene per i problemi di oggi. I magistrati di Mani Pulite avevano, in generale, ragione su Craxi. Ma le ragioni per il quale lo hanno perseguito, i metodi usati per perseguirlo, possono indurci a qualche sospetto. Ma sul punto centrale, di dimostrare le accuse contro Craxi, i magistrati non hanno fallito. Quindi non penso possa tornare utile Craxi a chi ha dei procedimenti in atto con la giustizia. Craxi resta un caso politico affascinante della politica italiana di quegli anni. Nessuno ha preso decisioni più importanti e necessarie, allo stesso tempo nessun politico si è rivelato più pericoloso al sistema. Noi sapevamo di quanta corruzione ci fosse nella politica italiana, ma durante gli anni di Craxi il fenomeno aumentò».

  Per il presidente del Senato Schifani Craxi è stato l'"agnello sacrificale" del sistema politico italiano...
  «Per qualche ragione la vittima deve per forza essere innocente. Ma ci possono essere anche vittime colpevoli e Craxi mi sembra il perfetto esempio. Craxi è stata la vittima di una giustizia eseguita in maniera troppo sbilanciata, con l'uso di tattiche scorrette. Ma Craxi non era innocente».

  Craxi la vittima colpevole, quindi. Cosa pensare allora del recente messaggio pubblico del Presidente Napolitano alla moglie di Craxi?

  «Credo che non esista alcun politico occidentale con un miglior senso di ciò che è appropriato che Giorgio Napolitano. Ha cercato di calmare le acque. Anche Berlusconi ha scelto il modo giusto di affrontare l'argomento, quando ha indicato con un semplice gesto della mano che non avrebbe parlato in quell'occasione. Io penso che la lettera di Napolitano sia stata un'opera d'arte della politica. Non ha attaccato i magistrati, non ha usato i toni di Schifani, ma è riuscito a riconoscere gli straordinari successi che Craxi comunque raggiunse. Napolitano ha il senso del grande statista e di ciò che conta per l'interesse dell'Italia».

  Napolitano, l'ex comunista che ai tempi di Tangentopoli era il presidente della Camera...
  «Ricordo la sua preoccupazione, ricordo l'atto straordinario di leggere la lettera inviatagli prima del suicidio da un deputato socialista, un'azione che non credo sia piaciuta ai leader di allora del suo partito... ».

  Qualcuno oggi potrebbe sostenere che Craxi è  stato un grande statista pur se giustamente condannato, per giustificare uno scudo per il premier Berlusconi ai danni della giustizia?
    «Se io dovessi votare sul dare il nome di Craxi ad una via o un giardino d'Italia, voterei no.  Perché l'esempio che deve essere sempre dato ai cittadini è quello dell'onestà nella proprio attività politica. La storia che si scriverà su Craxi dovrà render conto di tutto quello che ha fatto. Certi suoi reati furono significativi, sarebbe sbagliato dare il suo nome ad una piazza o strada d'Italia. Anche se è stato un grande statista. Quale è il significato del messaggio? Ora sembrerò un puritano, ma certi segnali in democrazia non possono essere ambigui, non possono mortificare l'onestà. In un libro ci sarà modo di spiegare perché Craxi fece quello e quell'altro. Ma nel messaggio simbolico non ci possono essere altri significati».

  Alcuni giornali del centrodestra hanno scritto che Antonio Di Pietro potrebbe essere stato al servizio degli americani, l'eroe di Mani Pulite un agente della Cia. Bobo Craxi, già sottosegretario agli Esteri di Prodi, crede possibile la tesi del padre affondato da certi servizi per la sua politica coraggiosa soprattutto in Medio Oriente..
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  «È difficile sapere certe cose sulla Cia, però si può guardare alle probabilità che una teoria del genere possa avere. Io lavoravo a Roma durante gli anni del potere di Craxi, e posso confermare che da parte americana c'era un forte appoggio nei suoi confronti. La grande preoccupazione per Washington restava  il Pci e quello che si riteneva potesse portare al potere i comunisti era una profonda crisi economica. Craxi era una personalità politica forte in grado di poter prendere le necessarie misure per far evitare un disastro economico al paese. Per noi Craxi assomigliava più ad un politico americano forte e in grado di prendere decisioni, invece Moro, Andreotti sembrano così distanti dal nostro modo di vedere la politica. Craxi ci appariva come un politico che noi potevamo capire».

  Andreotti qualche mese fa ha confermato che fu Craxi ad avvertire Gheddafi del bombardamento imminente degli arei di Reagan...

  «Noi americani, che stentavamo a comprendere Moro e Andreotti, ritenevamo Craxi più affidabile, più filo occidentale, nonostante certe posizioni in politica estera. Non ci fidavamo ad occhi chiusi, ma sicuramente più di lui di certi democristiani».

  E Di Pietro agente della Cia?
  «L'imprevedibilità è qualcosa che qualunque potenza vuole evitare, non riesco a pensare come lo scatenamento di Mani Pulite, con tutta l'instabilità che stava provocando, potesse giovare a Washington. Poi Di Pietro non era il capo di Mani Pulite, il capo era Borrelli. Io penso che Di Pietro possa aver creduto sinceramente nella persecuzione dei criminali per il trionfo della giustizia in Italia. Non credo avesse doppi fini. Poi non so perché abbia scelto di diventare un politico, forse a quel punto c'entra molto l'ego. Ma affermare Di Pietro agente della Cia, per me non ha alcun senso».