MADE IN ITALY/Cent’anni di design

di Alfonso Francia

Ammettiamolo, una mostra dedicata al design italiano non è certo una grande novità. Da vent’anni almeno celebriamo la nostra cosiddetta “eccellenza” organizzando convegni, eventi e conferenze, colonizzando ambasciate e consolati in tutto il mondo. Però l’esposizione “Disegno e Design”, aperta al pubblico fino alla fine di gennaio nei locali dell’Ara Pacis, riesce miracolosamente a evitare la sensazione di “deja vu” affrontando la questione da un punto di vista nuovo: questa volta il genio italico viene celebrato a partire dai brevetti, quegli anonimi pezzi di carta che con pochi disegni schematici e con una affrettata descrizione burocratica risultano essere il vero atto di nascita di centinaia di invenzioni che ci hanno cambiato la vita.

Abbiamo chiesto a Guido Razzano, curatore della mostra attraverso la Fondazione Valore Italia, di farci da guida tra le sale che raccontano un secolo abbondante di creatività.
«L’idea è partita da una necessità urgente, che ha a che fare con la tutela dei nostri prodotti. Questa esposizione fa parte di una nuova politica voluta dal ministro Claudio Scajola per la tutela del Made in Italy e la lotta alla contraffazione. Si tratta di una lotta di tipo educativo, perché proprio i brevetti aiutano a capire il valore aggiunto dei prodotti italiani originali rispetto alle imitazioni».

Si è cercato insomma di aiutare il visitatore-consumatore a capire che tra due paia di scarpe apparentemente identiche c’è una grossa differenza, perché solo uno è frutto di un ingegno che a volte confina con la genialità. L’altro è una semplice, per quanto spesso molto più economica, scopiazzatura.
La mostra è divisa in quattro sezioni, che rispettano le famose quattro A della creatività italiana: abbigliamento, arredamento, automazione e agroalimentare. C’è spazio per tutto, dai sandali Ferragamo alla Vespa.

Visitare le sale della mostra fa uno strano effetto: è come assistere ad una storia d’Italia alternativa. Questi oggetti ci raccontano come il nostro Paese sia passato dalle macerie della guerra alla rinascita economica e sociale, attraversando l’ottimismo e i colori dei primi anni Sessanta.

Guardando affissi alle pareti i brevetti di tanti prodotti diventati poi famosissimi, si resta quasi emozionati. Su questi fogli di carta possiamo vedere l’idea immateriale che prende vita. E non parliamo solo di “invenzioni” nel senso tradizionale del termine: viene brevettato di tutto. Biscotti, pacchi per la pasta, bottigliette da aperitivo, cioccolatini, tutto è regolarmente schedato e catalogato. Fa impressione pensare al lavoro di ricerca che è stato necessario per allestire un’esposizione del genere.
«Tutti i brevetti esposti sono stati selezionati tra quelli conservati nell’Archivio di Stato - spiega Razzano -. Nella scelta non abbiamo seguito nessun criterio particolare. Ci siamo gettati nel mare magnum dell’inventiva italiana e ne siamo usciti con quello che ci sembrava più significativo, o semplicemente curioso».

Ma non si pensi che ci sia spazio per invenzioni strambe o inutili. Ci si rende presto conto che una delle caratteristiche della creatività italiana è anzi il suo evidente pragmatismo. Nulla di strano se si considera che i brevetti più importanti vennero registrati nell’Italia del boom economico, che cominciava a conoscere limitati livelli di benessere ma era ancora tenacemente radicata a una mentalità povera che disdegnava ogni forma di spreco e cercava di seguire la razionalità. Ne è testimonianza la storia che Razzano ci racconta a proposito delle confezioni di pasta Barilla.

«Fino a tempi relativamente recenti la pasta si comprava sfusa, e questo creò un problema quando si decise che era venuto il momento di venderla in pacchi, perché i clienti erano abituati a vedere il prodotto dal vivo prima di comprarlo. La Barilla decise allora di inserire una finestrella trasparente per poter guardare, esattamente come oggi. Un’idea semplice, ma che ebbe un successo enorme e venne subito imitata dalla concorrenza».

Considerando però che una esposizione dedicata solo a fogli di carta, per quanto ricchi di storia, alla lunga avrebbe potuto stancare, si è deciso di accompagnare i brevetti con alcuni dei prodotti più famosi, prestati dalle aziende coinvolte nel progetto. Il visitatore si trova così immerso in una specie di “carosello” in tre dimensioni: possiamo vedere uno dei primi televisori Geloso, macchine da scrivere Olivetti, caffettiere Bialetti, una bicicletta Graziella e la radio Cubo Brionvega. Quando possibile, a questi prodotti sono stati affiancati i manifesti pubblicitari dell’epoca, a loro volta bellissimi esempi di inventiva.

«Quello della Olivetti ad esempio pare anticipare, con la sua cascata di numeri su fondo nero, la celebre locandina del film “Matrix” - fa notare Razzano -. Inoltre riusciamo a mostrare tutta la trafila fatta da un prodotto, dalla sua ideazione alla sua promozione».

Tra tanti successi commerciali c’è comunque spazio per quei prodotti che non ce la fecero, e restarono sogni irrealizzati per i loro creatori. È il caso del più antico tra i brevetti esposti: un progetto risalente al 1901, che descrive una “bottiglia educata” con tappo salvagoccia. Risale invece al 1949 un progetto di Subbuteo ante litteram, forse un po’ troppo avanti con i tempi.

Alla fine della visita si esce certo ammirati, ma con una punta di amarezza. Non si può fare a meno di notare che buona parte degli oggetti in mostra, o almeno i più significativi, risalgono al ventennio che dal 1950 arriva fino alla crisi petrolifera. In quel periodo l’Italia fu davvero una fucina di creatività e innovazione, tanto più originale perché si riusciva a fare tanto con poco.

La Seicento, la Vespa, l’Isetta, le Olivetti, sono esempi di incredibile ingegno. Anche se ancora oggi l’Italia si fa ammirare nel mondo per il suo gusto impeccabile in fatto di design, per noi il tempo delle grandi innovazioni sembra momentaneamente interrotto.