MUSICA CLASSICA/Einaudi, notte amica

di Franco Borrelli

Sfugge ad ogni classificazione questo Ludovico Einaudi. Compositore classico secondo la più pura delle convenzioni o sperimentalista elettronico? Pianista originalissimo e a sé stante nel panorama della musica d’oggi, Einaudi colpisce e stupisce ancora una volta col suo «Nightbook» (della Ponderosa Music & Art - da alcuni giorni “uscito” anche qui negli Usa e già ai vertici delle “hit parade”), un poema della memoria e dell’attesa, notturno e misterioso come l’ispirazione stessa; una sorta di labirinto piacevole ove lo spirito ama smarrirsi per poi dolcemente ritrovarsi, in atmosfere lunari, chiaroscurali, in attesa della verità e della rivelazione. Una sorta di transizione, necessaria quanto suggestiva, tra la luce e il buio, tra la gioia di sapersi vivere così e il dubbio che quanto ci circondi resti sempre impenetrabile (cose, persone, natura, etc.).

Quella semi-coralità e quel colloquio evidenti  in album come i precedenti «Cloudland» o «Divenire» cedono qui a intensi momenti di ripiegamento su sé, a pensieri che si fanno spesso ossessioni e follie, ma mai tali però da sconvolgere anima e mente; un necessario confronto con l’io celato e nascosto dentro, quindi, coinvolgente e suggestionante per quel senso d’apparente tranquillità che dà sale e colore al nostro attendere. Pensiamo, ad esempio, alle pagine di “In Principio”, “The Crane Dance’, “Eros”, “The Snow Prelude n. 2”, o anche a quelle di “Réverie” e “Bye Bye Mon Amour”. L’amore, appunto, della vita e dell’altra/o, un’illusione che ritorna e rincuora ma che poi ti lascia in solitudine, fra languidi pensieri, in una sorta di metafora dell’essere ove l’autore strizza l’occhio un po’ alla musica popolare un po’ a quella classica nel senso tradizionale, quella degna cioè d’essere insegnata e studiata in classe.

Sottigliezze acustiche elettroniche, in un’orchestrazione emotiva. Composizioni assai intriganti le sue, che prendono spunto dalla fretta tecnologica che imprigiona e condiziona i giorni, ma che se ne distaccano poi, a reclamare prima e a trovare poi finalmente un angolo di pace per il cuore che merita requie e pietà non nel senso di misera fredda compassione bensì di compagnia e comprensione sincera. Una metafora, dicevamo prima, dell’essere in tutte le sue sfumature, un po’ filosofica se vogliamo, a tratti cervellotica, ma pur sempre umanissima e ricca di calori. Evocazioni in bilico tra minimalismo ed impressionismo, tocchi ora leggeri ora più decisi, accompagnati da corde pizzicate o da percussioni ossessionanti. Un artista pienamente nell’oggi, insomma, con umori e passioni che si conosce abbastanza un po’ tutti; sarà questa la ragione per la quale ogni suo nuovo album è successo di qua e di là dall’Atlantico. Quello di Einaudi è un discorso artistico in evoluzione, e anche le meditazioni di questo «Nightbook» prefigurano già nuovi capitoli di una ricerca in continuo divenire.

Compositore ispirato e musicista non tanto “per caso”, Einaudi (che ha studiato con un certo Luciano Berio) era forse destinato alla politica o all’editoria. Suo nonno Luigi è stato infatti il secondo presidente della Repubblica Italiana, mentre suo padre Giulio è stato il fondatore dell’omonima casa editrice torinese, quella di Calvino e Levi tanto per intenderci. Ma, ad ascoltarlo al piano, si capisce subito quanto felice sia stata in fondo la sua scelta artistica. «Nightbook» ne è un’evidente conferma.

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Chi volesse, poi, tuffarsi in una classicità tradizionale, nel senso più pieno del termine, non ha che da ricorrere a un certo Vladimir Horowitz, del quale la Sony Music sta religiosamente (ri)proponendo incisioni storiche e personali. Ultimi, in ordine di tempo, due album che presentano nella serie denominata “The Private Collection», rispettivamente, Liszt con Mussorgsky (“Pictures at an Exhibition”), e Haydn con Beethoven (la struggente e romanticamente coinvolgente “Moonlight Sonata” - echi della quale, di tanto in tanto, tornano anche nel canto notturno di Einaudi). Incisioni effettuate “in diretta” alla Carnegie Hall, dal ’45 al ’49, e rimaste finora custodite gelosamente nel personale archivio del virtuoso che fu genero di un tale Arturo Toscanini.

Un’eccellenza tecnica che non reclama descrizioni o sottolineature alcune tanto esemplare e impeccabile essa è. Capolavori in assoluto per pianoforte, eseguiti da uno dei titani del XX secolo, registrati nel tempio della musica mondiale entro cui hanno officiato, da oltre un secolo in qua, tutti i grandi della musica e del bel canto.

«Caratteristico del suo stile pianistico - recitano concordi le enciclopedie - è l'uso ridottissimo del pedale di risonanza, che mette in luce le minime sfumature dinamiche, di fraseggio e di tocco. Altrettanto celebri sono i suoi “rubati”, calibrati in modo perfetto eppure sempre diversi, che ne fanno uno dei maggiori interpreti».
Durante la vecchiaia, Horowitz non ha mai smesso di suonare e di incidere. È morto il 5 novembre 1989 (era nato nel 1903 a Kiev, nell’Ucraina allora “russa”) per un attacco cardiaco, ed è sepolto al Monumentale di Milano, nella tomba della famiglia Toscanini.