CINEMA/50 anni di Dolce vita

di Giuseppe Quatriglio

La sera del 5 febbraio 1960 - un venerdì di cinquant’anni fa - il cinema Capitol di Milano ospitò l’anteprima de “La dolce vita” di Federico Fellini, un film considerato lo spartiaque tra la produzione neorealista e i successivi lavori d’arte del regista di Rimini, una cesura, insomma, tra “Lo sceicco bianco”, 1952; “I vitelloni”, 1953; “La strada”, 1954; “Le notti di Cabiria”, 1957, e i film che vennero prodotti dopo: “Giulietta degli spiriti”, 1965; “Satyricon “, 1969; “Amarcord”,1973; “La città delle donne”, 1980; “La voce della luna”, 1990. E sono soltanto quelli più noti.

C’era molta attesa nel capoluogo lombardo, e la Milano bene non perdette l’occasione di assistere alla proiezione, pagando il biglietto duemila lire, di quel film in bianco e nero, della durata di circa tre ore, che veniva proiettato per scopi di beneficenza. In sala c’erano anche il regista e l’attore protagonista, Marcello Mastroianni. Entrambi si accorsero dell’agitarsi e dei mormorii delle signore in pelliccia e degli uomini in abito scuro nel vedere scorrere sullo schermo immagini scioccanti, donne discinte, spogliarelli, un’attrice formosa entrare nella Fontana di Trevi, episodi di sfrenato isterismo e un’orgia finale,  il cui impatto era mitigato dalla innocente apparizione su una spiaggia, in una livida alba, di una giovane donna.
Prima che si concludesse la proiezione, non pochi spettatori, in silenzio, abbandonarono il locale, disgustati. In sala si avvertivano, intanto, in un crescendo minaccioso, fischi e grida di “Basta, schifo, vergogna”. All’uscita del pubblico dalla sala - come annnotò un testimone oculare, il critico Tullio Kezich - Marcello Mastroianni venne apostrofato, rabbiosamente, “Vigliacco, vagabondo, comunista” e Fellini, mentre veniva allontanato dagli amici, venne raggiunto da uno sputo sul collo.

Questo lo scenario. Eppure molti  quotidiani italiani ignorarono il clamoroso episodio o non vi diedero il risalto che meritava. Le prime pagine dei giornali - si nota scorrendo le vecchie collezioni - erano occupate da lunghi resoconti del viaggio in Russia del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, e, soprattutto, dai commenti sulla morte, a soli 38 anni, di Fred Buscaglione, il cantante duro dal cuore tenero, all’apice del successo, schiantatosi contro un camion mentre viaggiava sulla sua auto. In quei giorni trionfava nelle sale cinematografiche italiane il film “Gastone”, protagonista Alberto Sordi, le cui locandine che ne annunciavano la proiezione erano più grandi e più numerose di quelle che pubblicizzavano l’uscita de “La dolce vita”.

Il nuovo film di Fellini suscitava aspre polemiche, divideva l’opinione pubblica, scuoteva gli animi, indignava la Chiesa. Perfino Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino lo attaccavano definendolo prodotto del decadentismo europeo con esiti di “astratta faziosità”. Il  prefetto di Milano annunciò che probabilmente lo avrebbe ritirato dalle sale, e in seguito a ciò la ressa ai botteghi si trasformò in rissa. Tutti volevano vedere il film dello scandalo, prima che fosse troppo tardi, nonostante il prezzo del biglietto fosse stato portato a mille lire. Il ritiro del film non avvenne, soltanto qualche sindaco di paese ne proibì la proiezione. Ci furono interrogazioni alla Camera di parlamentari preoccupati che la pellicola potesse calunniare la popolazione romana.

Cinque mesi dopo quella prima proiezione milanese, il film scandaloso di Fellini ottenne al Festival di Cannes la Palma d’Oro assegnata da una giuria presieduta da Georges Simenon.
Fellini, da parte sua, difese il suo nuovo lavoro che squarciava il velo dell’ipocrisia borghese, affermando: “Il mio film mette il termometro a un mondo malato, che, evidentemente, ha la febbre”. E ancora: “Bisogna guardare con occhi nuovi la realtà senza lasciarsi ingannare da miti, superstizioni, ignoranza, bassa cultura, sentimento… Penso che il film possa essere accettato come un giornale filmato, un rotocalco in pellicola”.
“La dolce vita” era un film di primati. Il termine “paparazzo”, che di solito si dava a un fotografo scadente, divenne popolare, di uso comune, per designare i reporter muniti di macchina fotografica che seguivano gli avvenimento e inseguivano le dive. Anche la maglia, che  poi venne chiamata “dolce vita”, prese il nome da quella pellicola. L’esperienza felliniana venne ripresa da Woody Allen il quale dichiarò di avere usato, per il film “Manhattan”, la città di New York nello stesso modo in cui Fellini aveva fatto con Roma. Un dibattito, presieduto da Alberto Moravia, sull’opera di Fellini e sul suo discusso film, venne organizzato dal circolo “Charlie Chaplin” della capitale. Vi parteciparono oltre duemila persone, e tale fu la calca, che alla fine l’incontro diede luogo a tafferugli sedati dalla polizia.

“La dolce vita”, un film al cui centro c’era un Marcello Mastroianni nei panni di un giornalista cinico e disincantato, fissò in sette episodi la vita così come la vide Fellini nella capitale, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Oggi è considerato unanimente un film cult, ed è certamente uno dei più famosi della storia del cinema, per le sue scene più famose entrate nella memoria collettiva: l’enorme statua di Cristo, fissata a un filo, che passa in elicottero sulle case di Roma; il fanatismo isterico intorno a due bambini che affermano di vedere la Madonna in un prato; la festa notturna dentro un castello e quella in una villa di Fregene; la mostruosa creatura marina che emerge dal mare; soprattutto il bagno notturno nella Fontana di Trevi della bionda attrice Anita Ekberg in abito scollato che invita Marcello Mastroianni  a raggiungerla nella vasca: “Come here, vieni qui”.

Cosa resta di quel film memorabile a mezzo secolo di distanza? Cosa ne pensiamo oggi che viviamo in un mondo completamente cambiato, che non si scandalizza più di niente? Un mondo che non può essere turbato da uno spogliarello o da episodi di isterimo, e, soprattutto, di fanatismo? Un mondo che, dall’inizio del Duemila, convive con il terrorismo e si sente in guerra, perché è la guerra che è venuta a turbare la società ?

La Roma di Fellini è ancora là con le sue vecchie mura, i prati, i pini che incantarono Respighi, i ponti sul Tevere, le cupole barocche, l’incanto della sua architettura, il fascino della sua eternità, la Via Veneto con il suo abbandono di vecchia dama decaduta. Quella di Fellini, a pensarci bene, era una Roma più innocente di quella di oggi, meno corazzata contro la spregiudicatezza, le malizie e i pericoli  del nostro tempo.