IL FUORIUSCITO/ Diritti e razzismo all’italiana

di Franco Pantarelli

Proprietari di una casa rientrano e trovano i ladri che stanno facendo man bassa. Hanno mangiato le loro provviste, hanno indossato i loro vestiti e ora fanno presente che intendono installarsi nella loro casa, che vogliono dormire in quei letti, ripararsi sotto quel tetto e insomma d'ora in poi vogliono vivere lì. Ma non insieme ai legittimi proprietari. Le loro facce ai ladri non piacciono e quindi i derubati dovranno trovarsi un'altra casa e inventarsi un'altra vita. I proprietari sono talmente sbalorditi da tanta impudenza che sul momento non sanno neppure reagire. Ma per fortuna - pensano – sta arrivando la polizia. Ci penseranno gli agenti a rimettere le cose a posto. Gli agenti arrivano... e danno una mano ai ladri per cacciare i proprietari della casa.

Il raccontino che precede è la più abituale sintesi cui si ricorre per raccontare in due parole la "Conquista dell'America". L'Inghilterra della regina, tutta fiera dello stato di diritto che proprio in quel periodo stava costruendo, non riuscì a concepire neanche uno straccio di diritto per i legittimi proprietari delle terre "scoperte" al di lá dell'oceano. Per loro, tutto ciò che Londra aveva da offrire erano le coperte appestate che, donate agli "indigeni" ufficialmente affinché potessero dormire al caldo, li avrebbero rapidamente decimati.
Un secolo dopo, i Padri Fondatori degli Stati Uniti, con tutto lo splendore della Costituzione che furono capaci di concepire ("diamo per acquisito che gli uomini sono stati creati tutti iguali"), non trovarono neanche uno spazietto per inserire un piccolo diritto da riconoscere ai proprietari della terra che stavano conquistando (e del resto l'abolizione della schiavitù arrivò un secolo dopo la scrittura di quelle nobili parole). Quello con cui la neonata nazione destinata a diventare la superpotenza mondiale parlò agli indiani d'America fu il linguaggio della prepotenza, dei massacre e delle deportazioni e quello con cui parlò ai neri fu il linguaggio dei linciaggi e della distruzione delle loro case.

A "salvare" in qualche modo l'ignobiltà degli inglesi prima e degli americani dopo c'è forse il fatto che si parla del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, probabilmente ancora non abbastanza "mature" da fare completamente propri i principi che pure alcuni loro figli erano stati capaci di mettere nero su bianco. Ma oggi, nel 2010, con tutte le grandi leggi sui diritti umani universalmente riconosciute dall'intera comunità internazionale, chi potrà mai salvare l'Italia dalla vergogna di come sta affrontando il problema dell'immigrazione?

Chi mai potrà "comprendere" l'ineffabile ministro degli Interni Roberto Maroni che per anni guarda dall'altra parte mentre le situazioni si incancreniscono e poi, quando scoppiano, arriva con il piglio del giustiziere per prendersela con i più deboli, deportandoli e distruggendo i loro miseri alloggi, come si faceva al di là dell'oceano il Sette e l'Ottocento?

E chi mai troverà accettabile il comportamento di quel buffo personaggio che in teoria dovrebbe prendere le decisioni ma non può perché è troppo impegnato a escogitare sotterfugi per evitare i processi cui la legge gli impone di sottoporsi, e il cui unico "contatto" che vuole avere è quello con i suoi melliflui adulatori che cantano "meno male che Silvio c'è"?

Che l'Italia sia regolarmente in ritardo sulle altre nazioni è quasi un luogo comune, ma che arrivi secoli dopo a "scoprire" il razzismo e la schiavitù è troppo perfino per chi ha talmente perso ogni speranza su quel Paese da tenersene accuratamente alla larga.