Visti da New York

Haiti nelle mani di Obama

di Stefano Vaccara

Gli ultimi saranno i primi, disse un profeta circa due millenni fa, ma il popolo di Haiti, prima dell’accesso al regno dei cieli, rischia di sottostare alle atroci sofferenze dell’inferno in terra. Due milioni di anime restano prigioniere di corpi assetati e affamati, a meno che un altro “messia” non faccia il miracolo: non trovando loro la scorciatoia per il cielo, ma dissetandoli e sfamandoli in terra.

Il presidente Obama ha detto: «Voglio parlare direttamente alla gente di Haiti. Non sarete abbandonati, non sarete dimenticati. Nell’ora del vostro più intenso bisogno, l’America è con voi». Per Barack è giunta l’ora di meritarsi il premio Nobel anticipato. L’arrivo di Hillary Clinton a Port-au-Prince è un buon segnale, ma imponenti mezzi militari pronti a soccorrere e difendere gli haitiani dall’inferno della loro isola dannata, sconquassata sì dal terremoto, ma già violentata da anni da uno stato corrotto e innetto, devono arrivare immediatamente e senza più indugi. L’America, se vuole, arriva sempre prima e meglio di altri, ma dipende sempre anche dalla volontà di chi abita alla Casa Bianca, quindi calcoli “sondaggistici” permettendo.

L’unico momento “alto” dell’amministrazione Bush fu quando, grazie soprattutto alla determinazione dell’allora segretario di Stato Colin Powell, la Casa Bianca intervenne massicciamente nella operazioni di soccorso dopo il terribile Tsunami del 2004. Portaerei ed elicotteri con la stella intervennero nei lontani mari dell’Asia, quindi nei Caraibi dovrebbe essere molto più facile. Non ci sarebbero scuse per i ritardi, chissenefrega se il piccolo aereoporto haitiano ha una sola pista, che i marines sbarchino nelle spiagge, come Bush padre fece fare nella lontanissima Somalia.

Ma così si diffonderebbe il sospetto che l’America approfitti della tragedia per “colonizzare” ancora una volta l’isola degli ultimi? In queste ore ad Haiti la popolazione stremata grida slogan contro Obama perché non è abbastanza veloce, i marines che distribuiscono acqua e viveri ancora non si vedono: sbrigati Barack, l’America potente ma troppo lenta sarebbe non solo inutile, ma lancerebbe al mondo un messaggio di decadenza, come avvenne con New Orleans dopo Katrina abbandonata da Bush.

Siamo pronti a scommettere che Obama ce la farà, che non tradirà la sua promessa di non abbandonare gli haitiani. Ma dopo che Washington avrà stabilizzato la situazione di anarchia, dopo che avrà ristabilito un minimo di sicurezza e organizzazione nei soccorsi, dovrà fin da subito lavorare per un obiettivo futuro non più rinviabile per poter meglio assicurare la sicurezza non della piccola Haiti o degli Usa, ma dell’umanità: la trasformazione delle Nazioni Unite da organizzazione di “compensazione” o “prevenzione” dei conflitti, a organismo in grado di approntare e gestire una forza internazionale permanente e operativa di pronto intervento.

Qualunque popolazione, appartenente a qualsiasi nazione, quando è colpita da un disastro di queste proporzioni, non può più sperare per la sua sopravvivenza che la ruota della fortuna abbia eletto leader della nazione più potente della terra qualcuno pronto ad intervenire, qualcuno magari non angosciato da calcoli di interesse nazionale o di bottega elettorale. E non solo per quanto riguarda certi disastri naturali: Bill Clinton lasciò morire, in pochi giorni, 800 mila esseri umani in Rwanda, quando per risparmiare alla storia dell’umanità quel genocidio sarebbero bastati un paio di migliaia di marines!

Quindi rivalutare e rafforzare il ruole della tanto bistrattata Onu. Proprio quelle Nazioni Unite ritenute, dopo la Guerra Fredda, “inutili” e troppo “costose”, ma che invece servono ora al mondo più che alla fine della Seconda guerra mondiale. Oltre a lasciare le proprie stanze sempre aperte per far parlare tra loro chi altrimenti si prenderebbe a fucilate, una Onu riformata e rafforzata servirà a istituzionalizzare l’intervento umanitario fuori dalle logiche “geopolitiche”. I popoli in pericolo si devono salvare e basta.

Per farlo quindi ci vogliono più caschi blu e più contributi in denaro per renderli operativi ed efficaci. Ad Haiti c’erano già schierati oltre mille soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah). Il loro impegno serviva, prima del terremoto, ad assicurare l'ordine a Haiti sconvolta dalla violenza dei clan. Nei filmati che giungevono da Port-au-Prince nelle prime ore dopo il terribile sisma, si vedevano solo i caschi blu della Ministah provvedere ai primi soccorsi. Decine di quei soldati e funzionari dell’Onu che proteggevano la popolazione haitiana, sono morti nel crollo del loro quartier generale. Il segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon arriva in queste ore a Port-au-Prince per mostrarsi vicino a quegli eroici caschi blu ma, speriamo, anche per lanciare un messaggio ad Obama e a tutti gli altri leader delle grandi e piccole potenze mondiali: dateci mezzi e potere di intervento e compiremo la nostra missione oggi qui, domani ovunque.