Libera

Vizi privati in pubblico

di Elisabetta de Dominis

Mi pare che abbiamo confuso i tribunali con le piazze e le piazze con i tribunali. Perché ci piace farci giudicare dalla piazza e portare affari legali in piazza. Mi spiego: sempre più mettiamo in piazza, affidando ai mass media, i nostri problemi privati quanto le condanne che dovrebbero essere di stretta pertinenza giudiziale.

Non sappiamo più distinguere i nostri fatti privati dagli interessi o addirittura dalle curiosità personali, che non ci riguardano intimamente o direttamente. Come non sappiamo quale sia la differenza tra le questioni d’ordine legale da quelle di interesse politico o sociale. Abbiamo abbattuto i confini tra questi aspetti della nostra vita, lasciando che il pubblico s’ingerisse nel privato e che il privato considerasse d’interesse pubblico le proprie beghe. Penso che alla base ci stia l’ignoranza, intesa come non conoscenza di questi diversi aspetti della vita che sono di vitale importanza per condurre un’esistenza serena con la propria coscienza e con i nostri simili, che significa: dentro e fuori di noi.

La maleducazione, come mancanza di educazione ossia di principi morali ricevuti dalla famiglia in primis ma poi anche dalla scuola, regna sovrana.

Quando avevo sì e no vent’anni, andavo da una anziana sarta, profuga dalmata di buona famiglia costretta a lavorare fino alla morte per pagarsi gli alimenti, che mi chiedeva dove avrei indossato il vestito che mi stava cucendo e con chi. Quando le facevo il nome del mio nuovo accompagnatore, arricciava il naso e mi chiedeva con sguardo indagatore: "Come nasce?" per saperne il cognome e capire se era di buona famiglia. Ma io non avevo mai nomi altolocati da farle o, se li avevo, era per dirle che quei pretendenti non mi piacevano e che con loro non sarei andata da nessuna parte. Non capivo che lei si preoccupava per il mio futuro, perché riteneva che dovessi trovare un fidanzato che avesse la mia stessa educazione per la riuscita di un nostro futuro rapporto. Essendo molto permalosa, difetto che non ho perso con l’età, ero piuttosto seccata della sua ingerenza che consideravo una "fissazione da vecchia". L’importante per me era trovare un "ragazzo moderno" non uno stoccafisso, sebbene con un cognome altisonante ma che certamente era un antiquato.

Perciò cominciando questo articolo mi sono chiesta se ora non stessi anch’io facendo dei "discorsi da vecchia". Non credo e, per avvalorare la tesi sovresposta, passo ad un esempio concreto, fresco di cronaca. Titolo del Corriere: "Mrs. Robinson sconvolge l’Ulster: ho tradito mio marito, il premier".  Titolo di Repubblica: "Mrs. Robinson first lady infedele ma perdonata". Iris Robinson è la piacente moglie sessantenne del primo ministro dell’Irlanda del Nord, Peter Robinson, a cui è sposata da 40 anni. Lo ha tradito per depressione, colpo di fulmine, bisogno di sentirsi ancora giovane? Magari si è detta: "O adesso o mai più". Ma chissenefrega, fatti suoi. Invece, no. Fatti dell’universo mondo, perché non è la signora Pina della porta accanto, le cui pruderie interessano al massimo il vicinato, ma la moglie di un premier, benché di un Paese assurto finora agli onori della cronaca solo per la guerra civile tra cattolici e protestanti che l’ha martoriato fino a 10 anni fa. Di colpo i Robinson sono diventati popolari urbi et orbi. Una bella pubblicità per loro e per il loro Paese. O non è pubblicità quella che hanno architettato facendo lei un comunicato e lui chiamando i giornalisti a raccolta per una conferenza stampa? La mia sarta avrebbe detto che non bisogna far trapelare i propri problemi in pubblico, non per ipocrisia ma per educazione, perché i panni sporchi si lavano in casa e dare il cattivo esempio non è certo un merito, ma una vergogna. Il che non va confuso con il pensiero positivo e il volersi sempre mostrare felici e contenti, per paura della legge d’attrazione.  Alle volte c’è poco da pensare positivo: bisogna analizzarsi e scendere nell’inferno della propria psiche per capire cos’è che non va. Troppo comodo confessarsi e pentirsi: è scaricare la propria colpa sull’altro facendolo soffrire. Che equivale a pretendere il perdono perché la colpa è fifty-fifty. E quando si ragiona così, non si è responsabili delle proprie azioni e molto vendicativi.  

Speriamo che la storia dei Robinson finisca qui. E vissero infelici e contenti nell’ipocrisia.