Costruzioni assassine

di Gabriella Patti

Non credo che qualcuno avesse ancora dei dubbi. Ma leggere il referto che spiega le cause del crollo della casa dello studente a L’Aquila, la notte del terremoto del 6 aprile, provoca comunque un forte fastidio. Pilastri asimmetrici, uno addirittura - se ho ben capito - completamente mancante. E calcestruzzo scadente. Il tutto in una zona notoriamente sismica. Insomma: una costruzione volutamente e colpevolmente sbagliata. Tirata su al risparmio, e approvata da periti distratti se non addirittura compiacenti - e quindi colpevoli anche loro. Se fosse stata a norma quella Casa forse non sarebbe crollata; di sicuro avrebbe fatto meno danni e chi ci è morto sotto oggi sarebbe vivo, magari ferito ma vivo. Incuria e avidità dei soliti amministratori. Ci sarà un’inchiesta, è ovvio. Porterà a qualche condanna? In fondo, poco importa. Perché nessuno ridarrà la vita a quegli otto ragazzi travolti dal crollo. “Otto vite buttate via” come ha titola a tutta prima pagina “Il Fatto Quotidiano”, unico a dare rilievo alla notizia. E questo disinteresse degli altri media è altro motivo di forte fastidio.

   MA, IN FONDO, NON MI INDIGNO NEMMENO PIU’. Il che è un male, lo so. Ma provate voi a vivere in un Paese in cui tutti guardano pilatescamente dall’altra parte, in un paese che lascia partire i suoi giovani e a quelli che restano non offre nulla, in cui chi prova a sollevare una qualche obiezione viene iscritto nel partito dell’odio (quale sarebbe il partito dell’amore? Quello dei costruttori dal calcestruzzo facile e dei politici divorziati che, nel silenzio della Chiesa, pontificano  sulla santità della famiglia?). Provateci e alla fine calerete le braccia anche voi, rassegnati. Così accolgo con un sorriso l’invio in Rai di due giornalisti fidati, Maurizio Belpietro e Gianluigi Paragone. Direttore e vice direttore di Libero - alla faccia del pluralismo - avranno il compito con due programmi ad hoc di “calibrare” una trasmissione eversiva  come Anno Zero di quel pericoloso rivoluzionario che risponde al nome di Michele Santoro.  Non mi impongo più la fatica di indignarmi, di ricordare che tutto il sistema televisivo, con una piccola e sempre più ristretta oasi, è saldamente nelle mani di un uomo solo e di un unico sistema di potere. Se gli italiani non si indignano, anche io comincerò a comportarmi da italiana.

   SULLA TELEVISIONE, IN FONDO, mi interessa di più riflettere su una cosa che mi ha detto un noto conduttore che conosco e che in Rai ci vive da sempre. Niente nomi: perché inguaiarlo?  In Italia, spiega, la televisione è tranquillamente finita nelle mani di gente culturalmente non preparata e attenta solo a mostrare ragazzine sculettanti, perché curiosamente la cosiddetta intellighenzia l’ha disprezzata e non capita fin dall’inizio. Non ci avevo mai riflettuto ma è vero. Mentre, da subito, gli intellettuali progressisti avevano intuito il potere politico del cinema e al cinema si erano dedicati con passione e, prima ancora, avevano capito anche il potere mediatico della radio, quando è spuntata la  televisione l’hanno snobbata. Anzi, peggio: l’hanno disprezzata, chissà perché. Miopia grave. Che non è stata nemmeno corretta quando era ormai sotto gli occhi di tutti che il piccolo schermo era il più formidabile strumento di comunicazione di massa (e quindi politicamente decisivo) mai inventato. Un esempio? Solo da pochi anni gli attori passano tranquillamente dal cinema alla televisione. “Prima - ricorda il mio amico conduttore – se un attore faceva qualcosa in televisione, veniva in pratica escluso dal cinema perché i registi cosiddetti impegnati li consideravano di serie B”. Quindi, se dobbiamo puntare il dito contro la concentrazione televisiva nelle mani di un uomo solo (ottimo imprenditore ma certamente non noto per doti intellettuali o per disponibilità al confronto politico), non puntiamolo genericamente contro il solito destino cinico e baro. Ci sono tanti signori e signore che frequentavano le allora Botteghe Oscure e dintorni che dovrebbero dare delle spiegazioni.