LIBRI/Terra di confine
Regioni di confine, dello spirito oltre che della geografia; a cercare un equilibrio tra ragione e follia, e una logica dietro l’abbandono delle terre sul limitare dell’Italia e dell’ex Jugoslavia (Croazia, Serbia); anime in bilico tra determinazioni e dubbi, travolte e sconvolte dalla bora che, pur se ci si trova a Roma, resta più sferzante che mai. Un mare di passioni, di magiche atmosfere, ora limpide ora cupe e, come se non bastasse, un’adolescenza costretta a diventar matura più in fretta di quanto il tempo reclami. Una sequela di attese, di odi, di violenze, di turbamenti, di pensieri, di... assenze, a segnare un’anima sensibile e sfuggente come quella di Sara, la giovane protagonista di questo romanzo di Alberto Bevilacqua, «L’amore stregone» (Mondadori), ove innocenza e perfidia vanno sensualmente a mescolarsi, in grado com’è la ragazza di controllare gli altri mentre par che invece siano questi a dover/poter controllare lei.
Cresciuta con gli zii paterni, con un genitore virtuoso pianista sempre lontano per il mondo con i suoi sogni-deliri e i suoi concerti, e una madre che le zie non esitano a definire “puttana”, figura enigmaticamente seducente, quasi dietro le quinte, anche quando con la figlia par che trovi un particolare “modus vivendi”. Vicenda morbosa e misteriosa, questa, segnata da contrasti e contraddizioni infernali, con amori dolci custoditi gelosamente e stupri ai quali s’assiste o che si stanno per subire, con la prontezza e la forza della ragazza a reagire.
Amore-odio, attrazione-ripulsa: sono questi i due binomi intorno a cui opera la costruzione intensa e coinvolgente dello scrittore, uso da tempo a un narrare filosoficheggiante se vogliamo, ma impietosamente capace di scendere come un bisturi nelle ferite dell’anima, con l’inevitabile dolore, per poterle ripulire e facilitarne poi, forse, col tempo, la necessaria rimarginazione. Difficile stare dietro all’intrico delle passioni che sconvolgono i personaggi popolanti questo “coming of age” che per teatro ha un po’ una villa nel nord-est della Penisola, un po’ la Città dei Cesari, e un po’ il mondo intero (Parigi, ad esempio). Essa si svolge quasi per diario (di Sara), che attrae e “strega” (proprio come il titolo suggerisce) per quella sua cruda e terribile umanità, alla quale spesso la morte stessa giunge o viene attesa-reclamata come sollievo e liberazione dalle pene di un vivere così. Una contemporaneità, quella che ci mostra Bevilacqua, visitata quasi con sadico piacere, pulsante e piacevolmente viva, pur attraverso le sofferenze che non risparmia, o forse proprio “grazie” alle stesse.
La giovane protagonista è consapevole della sua forza seduttiva, ne spalma le contraddizioni (sue e degli altri) ad ogni occasione, si fa ella stessa mistero, proprio come l’inquietante Marlene, sua madre, presenza quest’ultima d’un fascino enigmatico che gioca tutto il suo essere sulla consapevolezza (anche per lei) d’una bellezza seduttiva e cattivante. Fra (con) loro un padre geniale ma, per scelta o necessità, assente, causa-oggetto di turbamenti (anche incestuosi), maestro incomparabile della musica del suono e del silenzio, un idolo tormentato e tormentante. Nonché altre presenze quasi selvagge, primordiali, venute fuori dalla notte dei tempi.
Una ridda d’istinti primitivi e d’emozioni controllate a volte a fatica, un gioco impressionante di fantasie ove presenze reali ed ombre danzano un sabba particolare costringente cuore e ragione, sprigionando una forte carica di sensualità, più potente e forte quando si fa più sottile, e provocando un turbinìo di passioni e di desideri entro cui la giovane si dibatte in cerca della sua misura esistenziale, creandosi tuttavia un suo spazio, una personalità che, pur tra morbosità e innocenze varie, finisce alla fine col crescere e reclamare un rispetto che esalti e soddisfi il suo essere. Stregonerie d’amore, insomma, ove le cose perdute di dentro si ritrovano e poi s’impongono, e che alla vita “dei grandi” porta un’adolescenza precocemente matura.





