Italiani in America

L’“assassino del Brasile”

di Generoso d’Agnese

Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanà: Frank Sinatra, il Papa e io».

Doveva essere il Mondiale del Brasile, quello giocato nel 1950. Non poteva essere altrimenti, per i sostenitori giallo-oro che avevano visto la propria squadra stritolare tutte le avversarie e presentarsi in finale contro il piccolo Uruguay che con fatica aveva scalato la vetta del campionato del mondo (dopo un roboante 8-0 rifilato alla Bolivia). Si giocava al Maracanà, fresco di inaugurazione e con i muri ancora umidi di vernice.
Il simbolo del calcio brasiliano, un catino che conteneva 90mila spettatori ben lungi dal fair play britannico e pronti a trasformare Rio de Janeiro in un enorme palcoscenico per la festa nazionale, crollò invece sotto i colpi di due micidiali “punteros” dalla maglia celeste e i pantaloncini neri. I piccoli grandi uruguagi divennero eroi nel proprio paese, eroi per chiunque soffriva lo strapotere della fantasia brasiliana, eroi per chi opponeva la tattica all’improvvisazione tecnica.

A decretare il crollo del Brasile furono i gol di Schiaffino e Ghiggia, due giocatori di origine italiana che il destino avrebbe riportato in Italia e che avrebbero fatto la fortuna dei club nei quali militarono per il resto della loro carriera.

In quell’estate del 1950 gli uomini in maglia celeste portarono il lutto nel Brasile e ci furono perfino suicidi ispirati dalla tristezza per il titolo perso in casa contro ogni pronostico. Il portiere brasiliano Moacyr Barbosa fu oggetto di una vera e propria caccia alle streghe (Moacyr Barbosa morì solo e povero, con la nomea di portare sfortuna, nel 1993 gli venne negato anche il saluto alla nazionale in ritiro in vista dei Mondiali negli USA), e perfino Jules Rimet, all’atto della consegna della Coppa del Mondo, accettò con riluttanza il risultato, laddove molti dirigenti della nazionale brasiliana rifiutarono di congratularsi con gli avversari vittoriosi.

Vennero bollati come nemici, gli uruguaiani e l’acredine sportiva e sociale ancora oggi resiste in qualche sacca della memoria dei più anziani.

Alcide Ghiggia, che con un superbo diagonale, regalò il goal della vittoria che valse agli uruguayani il secondo titolo mondiale, subì la vendetta di alcuni facinorosi “hooligans” brasiliani, che gli provocarono una brutta lesione alla gamba sinistra costringendolo a un anno di stop. E per 59 anni non fu mai perdonato dai brasiliani.

Nato nel 1926, Alcides Edgardo Ghiggia, era un’ala dal dribbling fulminante e iniziò la sua carriera nella squadra del Penarol di Montevideo, che deve il suo nome a un emigrante italiano arrivato da Pinerolo (Piemonte). Relativamente piccolo di statura, Ghiggia venne convocato nella squadra nazionale da un allenatore che aveva scommesso sul suo talento. E lui ripagò la fiducia segnando un gol in ogni partita dei Mondiali. Dopo aver propiziato il temporaneo pareggio dell’Uruguay, servendo il compagno Schiaffino, realizzò il gol più importante della sua carriera e scontò per un anno l’infortunio subito dai facinorosi brasiliani. Passò alla Roma dove giocò per 8 anni e poi al Milan dove vinse uno scudetto, per finire la propria carriera nella squadra del Danubio, in Uruguay.

Di quella straordinaria compagine che sconfisse il grande Brasile, Ghiggia è oggi uno degli ultimi superstiti e per decenni si è portato addosso l’appellativo di “assassino del Brasile”.
Da qualche giorno però il grande paese sudamericano ha deciso di voltare finalmente pagina e di riconoscere il suo talento sportivo.

Il Brasile ci ha messo 59 anni ma alla fine ha onorato Alcide Ghiggia per le sue doti atletiche che ancora oggi fanno parte della cineteca del calcio. L’ex nazionale della Celeste ha lasciato le sue impronte per il boulevard dei campioni al Maracanà e questo onore è toccato soltanto a sei giocatori stranieri sui cento della lista. Tra essi, oltre al furetto uruguagio di origine italiana, anche il veneziano Petkovic, il portoghese Eusebio, il tedesco Beckenbauer, il cileno Figueroa e il paraguayano Romerito.
“Visto quanto è successo - ha commentato con commozione l’anziano campione - non avrei mai pensato che al Maracanà mi rendessero questo omaggio. Sono emozionatissimo e porgo a tutti i miei più sinceri ringraziamenti”.