ATTUALITÀ/Topolino Made in Italy

di Alfonso Francia

Noi italiani inorridiamo sempre quando, parlando con un amico americano, lo sentiamo giurare che la pizza è un piatto tipico della loro cucina. È un po’ come se ci venissero a dire che la “Gioconda” è stata dipinta da un francese. Ma il nostro amico potrebbe avere una brutta sorpresa scoprendo che da qualche decennio le migliori storie a fumetti del loro amato Mickey Mouse vengono scritte e disegnate da noi, tanto che la “scuola Disney” è considerata l’erede dei grandi maestri del passato come Carl Barks.

Il direttore del settimanale “Topolino” Valentina De Poli ci ha spiegato come nascono le storie che vengono pubblicate sul suo giornale e vengono poi vendute in tutto il mondo.


Fin dalla sua nascita “Topolino” ha potuto contare su alcuni bravissimi disegnatori e sceneggiatori italiani (penso a Guido Martina), che scrivevano storie originali apprezzate anche all’estero. Fu un’eccezione o anche in altri paesi al di fuori degli Stati Uniti si sviluppò un scuola di autori importanti?

«In àmbito disneyano la scuola americana prende l’avvio con i Paperi,  quando il Maestro Carl Barks ne comincia a disegnare le storie con continuità, da quando aveva 42 anni e dopo un periodo trascorso come animatore.
Alle storie di Topolino si dedicava invece Floyd Gottfredson, assai meno conosciuto di Barks, perché le sue “strips” e le sue tavole domenicali venivano pubblicate sui quotidiani americani in formato orizzontale, scomodo per qualsiasi altra pubblicazione, soprattutto europea. La sua produzione durò per ben  45 anni, dal 1930 al 1975.
Altri Maestri americani furono Bill Wright, Al Hubbard, Walt Kelly, Paul Murry, Carl Fallberg e altri che seppero tratteggiare i “characters” disneyani in modi straordinariamente vivi e dinamici, tali da superare l’oceano, per proiettarsi in Italia, dove nacque una Scuola Italiana (che poi si suddivise in tre principali punti di riferimento per tutti i giovani autori: una Scuola genovese, che faceva capo a Giovan Battista Carpi; una di Rapallo, con Luciano Bottaro come Maestro indiscusso; e una Scuola veneziana, che aveva il suo epicentro in Romano Scarpa).
Attualmente, non vi è una vera e propria Scuola disneyana di cartoons negli Stati Uniti, ma c’è un bravissimo sceneggiatore e disegnatore famoso in tutto il mondo che vive e lavora nel Kentucky e che risponde al nome di Don Rosa, dalle chiare origini italiane! Paesi latino-americani a parte, in Spagna vi è il famoso Cesare Ferioli, artista di tutto rispetto. Da decenni, però, il cuore della produzione di fumetto Disney è in Italia. Le storie dei nostri autori vengono ripubblicate in tutto il mondo».

Gli sceneggiatori trattano i personaggi Disney come degli “amici americani” o li considerano ormai del tutto italianizzati (si pensi al Paperino “italiano”, molto più sensibile e meno manesco della sua versione originale)?
«Da Carl Barks in avanti ogni generazione di autori ha avuto i suoi ‘maestri’ che sono diventati veri e propri punti di riferimento e di ispirazione per gli sceneggiatori. I maestri degli ultimi decenni sono stati quasi tutti italiani, si pensi a Romano Scarpa con le sue storie giallo-avventurose dalla regia ‘cinematografica’, ricchissime di suspense, o le trame fantastiche intrise di ironia di Rodolfo Cimino, che tra l’altro fu proprio un allievo di Scarpa che, storia dopo storia, si è trasformato in un maestro dall’inarrestabile produzione. Ma non per questo parlerei di italianizzazione dei personaggi. E nemmeno di amici americani prestati all’Italia.
I personaggi Disney ormai sono i personaggi Disney, con il loro mondo di riferimento e storie che subiscono - questo sì - l’influenza del momento storico in cui vengono sviluppate e diventano rappresentazione di una realtà universale. Di conseguenza muta anche l’atteggiamento dei personaggi. Un Paperino troppo manesco non sarebbe più ‘politically correct’, ma non certo per una visione italiana!»


Quanto tempo passa dall’ideazione di una storia alla sua consegna? Gli sceneggiatori propongono soggetti in autonomia o scrivono anche “su commissione”?

«In teoria, prendendosi tutti i tempo necessari per lavorare senza lo stress dell’urgenza, dalla fase di approvazione di un soggetto alla storia pronta per la pubblicazione, quindi colorata e letterata, dovrebbero servire almeno cinque mesi. Le fasi principali sono: discussione del soggetto e approvazione; stesura della sceneggiatura, editing della sceneggiatura; disegno a matita; ripasso a china; editing testo e disegno; lettering; colore.
Esistono sia storie proposte in totale autonomia, sia storie su ‘commissione’. Su queste ultime, più spesso, chiediamo miracoli temporali agli artisti che riescono a compiere il processo anche in due mesi! Ma non deve essere la norma. La macchina organizzativa e produttiva di un settimanale a fumetti che propone in media cinque storie inedite su ogni numero è un ingranaggio complicatissimo...»


In quale maniera lo sceneggiatore e il disegnatore collaborano alla realizzazione delle storie?

«Può capitare che un progetto venga proposto da una ‘coppia’ di autori, e in questo caso la relazione è autogestita, o più spesso da un unico artista capace di muoversi in entrambi gli ambiti. Tra gli autori completi più importanti del “Topolino” del terzo millennio mi vengono in mente Silvia Ziche, Corrado Mastantuono ed Enrico Faccini. Normalmente lo sceneggiatore inserisce sul testo delle note che diventano più personali nel caso in cui sappia già chi sarà il disegnatore. A volte si telefonano. Spesso usano l’editor in redazione come tramite. Recentemente abbiamo ripreso una modalità di lavoro in team».

In che percentuale “Topolino” è letto anche dagli adulti? Pubblicate mai storie destinate a un pubblico un po’ più grandicello?
«Non esistono ricerche recentissime sul lettorato di “Topolino” per cui faccio riferimento a dati di qualche anno fa che dichiaravano che i lettori del settimanale sono per due terzi adulti. “Topolino” è un giornale per famiglie che si rivolge direttamente ai ragazzi tra gli 8 e i 13 anni e a chi vuole sentirsi come se avesse davvero quell’età!
Per quanto riguarda il contenuto delle storie sappiamo che i lettori più giovani sono quelli che ci seguono di più nelle innovazioni e nei cambiamenti di registro nella narrazione. Gli adulti sono tradizionalisti e cercano il momento di svago e di lettura più semplice. Una storia come quella tratta dal famoso romanzo di Baricco, “La Vera Storia di Novecento”, è stata molto apprezzata da grandi e piccoli. Non so se abbiamo pensato a un pubblico più grandicello. Forse è più corretto dire che abbiamo lavorato su una bella storia».


Paperino Paperotto è una delle saghe più fortunate della vita recente del giornale: come è nata l’idea di queste storie “parallele” e curatissime nel ricostruire la vita americana di provincia nei primi anni Sessanta?

«L’idea è partita da un gruppo di autori che si era appassionato a quell’ambientazione. Secondo me ha avuto molto peso anche la sfida creativa di trovare un passato (che non passa mai, le storie sono raccontate con un’incredibile freschezza!) a Paperino, uno dei personaggi più amati dai lettori. Ma io ne posso parlare da lettrice appassionata: quando uscì la prima storia di Paperino Paperotto lavoravo in un’altra redazione. Quello che posso dire da direttore è che i lettori più giovani si identificano perfettamente con lo spirito del personaggio e che le ultime storie firmate da Bruno Enna  sono dei capolavori».

Ultimamente “Topolino” si è dedicato parecchio al mondo del giornalismo, con le saghe Topolinia 20802 (ambientata in una rivisitazione fedelissima della New York moderna) e Pippo Reporter (dove è ricreata una simil-New York degli anni Trenta). Quali obiettivi vi hanno spinti a dedicarvi a storie così particolareggiate e complesse?
«Per Topolinia 20802 l’idea ha preso vita da un’esigenza nemmeno troppo recente di far tornare Topolino un personaggio nel quale potersi identificare più  facilmente. Un giovane ‘uomo’ che cerca lavoro. Alle prese con una realtà più grande di lui. Che accetta la sfida con entusiasmo ma anche un po’ di paura. Una bella storia di crescita. Una storia che ritornasse a mettere in evidenza le debolezze del personaggio. Che, a mio avviso, sono i suoi punti di forza.  
Le storie di Pippo Reporter, invece sono una proposta di Silvia Radice e Stefano Turconi arrivata nello stesso periodo di lavorazione di Topolinia 20802. Ho usato il riferimento al tema del giornalismo per continuare il programma già avviato da mesi con i lettori, quello dei Toporeporter. In pratica chiediamo ai lettori di realizzare insieme con noi la parte redazionale del giornale, diventando giornalisti per Topolino. Questo percorso è stato reso più completo grazie alle storie in cui anche i personaggi a fumetti sono alle prese con l’affascinante (e importante!) mondo del giornalismo».


Lei è direttore di “Topolino” dal 2007: quale meta si era prefissata prendendo le redini del settimanale?

«Di sicuro di cominciare a lavorare molto sul personaggio di Topolino (per questo sono rimasta colpita dalla domanda precedente) per restituirgli credibilità. Poi di sicuro quello di impostare un piano editoriale su base annuale e di riuscire a proporre in ogni numero del settimanale un percorso che possa soddisfare tutti i lettori.
È stato molto importante anche ridare al giornale quell’identità ‘green’ che lo ha contraddistinto nel passato, in tempi non sospetti. Ma forse la sfida più importante è quella di dar prova, ogni settimana, che il fumetto è un media eccezionale, moderno e dalle capacità comunicative ineguagliabili».


“Topolino” cambierà nell’immediato futuro? C’è qualche progetto importante in cantiere? Tornerete a pubblicare saghe originali come Topolinia 20802?

«Direi che la base su cui costruire il futuro è stata costruita e quindi non ci saranno stravolgimenti eccezionali. Sperimentazioni sì, come quella del ‘Reportage a fumetti’. Per il 2010 ci dedicheremo molto ai Mondiali di Calcio, arriverà la seconda parte della saga di Topolinia 20802 e poi tanto Paperinik! Inaugureremo l’anno con una splendida storia in due puntate dedicata a Galileo. A proposito, anche la funzione ‘educational’ di “Topolino” è una delle peculiarità da non dimenticare mai!»