Se l’arte serve l’uomo

di Luigi Troiani

Aleksandr Nikolaeviè Sokurov è celebrato come il maggior regista russo vivente. Allievo di Andrej Tarkovskij, si va imponendo all’attenzione di critica e pubblico internazionale con documentari e lungometraggi che convincono sempre più gente sulla sua cifra artistica e umana (l’ultimo lavoro, Alexandra, ha registrato consenso unanime). Lo incontro a Roma, alla presentazione di "Nel centro dell’oceano", esordio letterario fatto di appunti, lettere, saggi, racconti, edito da Bompiani. Attraverso l’opera, Aleksandr Nikolaeviè sembra portare alle estreme conseguenze la sua affermazione che il cinema è soprattutto parola.  Un paradosso che le pellicole da lui dirette smentiscono, privilegiando spesso lunghi silenzi e l’espressività delle immagini.

 

   L’autore si definisce "un non russo, con patria insieme russa inglese giapponese italiana…", ovvero esponente di un universalismo culturale che mette al centro l’uomo e il suo mistero e rigetta fenomeni spuri, come la rappresentazione della violenza nell’arte e la diseducazione del pubblico. Con questo non rifiuta le proprie radici, ma si affanna a nutrirle in più humus, mentre esercita verso il paese d’origine una critica che può risultare persino feroce. Basti confrontarsi con Telec (Toro), il film che una diecina d’anni fa rappresentò con verismo sarcastico del tutto irrituale per Mosca, gli ultimi giorni di Lenin. Il fondatore dell’Urss veniva ridicolizzato: l’ambiente che veglia la sua progressiva agonia gli mostra disprezzo, già prono al nuovo padrone Stalin.

   Non che con l’Occidente Sokurov si mostri più tenero. Chiama totalitarismo dall’alto quello che ha fatto la storia russa e sovietica, e totalitarismo dal basso il sistema di potere che ha consentito l’avanzata dell’occidente sino al modello capitalistico proposto dagli Stati Uniti. La definizione può anche non piacere, ma appare coerente con il percorso del personaggio e spiega anche il titolo del suo libro. Per Sokurov il tragitto è più importante della meta, l’andare più dell’arrivare, la strada più della stazione. E’ un ragionare da artista che non sente, al contrario del filosofo, il dovere di porsi la questione del fine delle azioni. In Sokurov, la libertà dell’individuo è rifiuto della crudeltà in ogni sua manifestazione, domanda di rifugio nel "centro dell’oceano" delle passioni e della storia dove, come nell’occhio del ciclone, si può trovare pacificazione nel bene e nel bello, in un galleggiamento che Enrico Ghezzi ha definito "gioco amniotico".

   Sokurov spiega che l’esperienza umana è un continuo prepararci a ciò che ci attende senza mai sapere cosa ci attenda, e che non ci sono risposte alle domande difficili. Ho pensato al suo "Salva e custodisci", un film di vent’anni fa. La protagonista abbandona il certo per l’incerto, opta per l’ignoto, e sconta la fatica della ricerca e i colpi del destino. La crudeltà, dice il regista, è entrata nell’arte con "Delitto e castigo", aggiungendo: "Dopo Dostoevskij il mondo contemporaneo non ha più criteri per interpretare e capire l’arte".