LETTERATURA/L’Italia fuori d’Italia

di Luigi Fontanella

Sempre più nutrito e agguerrito è il drappello dei poeti italiani espatriati nel Nordamerica, ma ben legati alla patria d’origine per motivi di lingua e poesia, benché la prima - idest la lingua - subisca, com’è naturale,  continue “pressioni” e intrusioni da parte di quella d’adozione.  In alcuni casi la lingua “nova” opera quasi in modo parallelo a quella primigenia, e chi rende pubblica la propria creatività sente, a volte, la necessità di farlo con libri che presentano ambedue le possibilità espressive: penso a poeti come Joseph Tusiani, Giose Rimanelli, Barbara Carle,  Peter Carravetta, ecc.,  tanto per fare solo qualche nome.  Ovviamente tutto questo è un discorso arcinoto e meriterebbe ben altra trattazione che non quest’articolo che vuole invece solo essere un panorama segnaletico su alcuni dei libri più recenti di quest’Italia-fuori-d’Italia, che esige attenzione e legittimità letteraria.  Dedico allora un segmento critico per ognuno dei poeti trattati in questa rassegna.

Mi piace cominciare con un autore blasonato come Joseph Tusiani, che può considerarsi il decano dei nostri poeti espatriati in America.  Un “auctor” ormai internazionale che certo non avrei bisogno di presentare al pubblico di questo giornale, che ben ne conosce le qualità e la scrittura quadrilingue (inglese, italiano, latino e dialetto garganico); poeta sul quale, fra l’altro, ha richiamato recentemente l’attenzione l’importante rivista “Poesia” (n. 242, ottobre 2009), in un articolo significativamente intitolato “Joseph Tusiani, orgoglio d’America”. Qui desidero soltanto segnalare una deliziosa plaquette uscita per i suoi 85 anni: omaggio con l’augurio commosso (al quale mi unisco anch’io) di San Marco in Lamis, la cittadina natale del nostro Joseph; una pubblicazione fuori commercio, che presenta vari scritti in suo onore (Sergio D’Amaro, Michele Colletta, Raffaele Cera, Michele Coco, Matteo Coco, Cosma Siani), ma anche un pugno di testi inediti, alcuni dei quali scritti a Ostia, a casa di Cosma, il suo maggiore esegeta.

Da Tusiani, con un bel salto più che generazionale, a un “giovane” quarantaduenne, Antonello Borra, italianista presso l’università del Vermont, il quale ispessisce con un suo gradevole libro (“Alfabestiario”, Como, LietoColle, 2009) la sua ironica visione, che avevo già avuto modo di rilevare in un suo volume precedente. In questa silloge Borra compie un’escursione ludolinguistica nel mondo degli animali, e lo fa con una versificazione agrodolce, antifrastica e palinodica, nella quale non è  difficile scorgere tropologicamente l’altro genere “animale”, ovvero l’altra banda compagna, cui i suoi (e nostri) simili pur appartengono. Certo non ogni componimento è all’altezza degli assunti programmatici, ma qua e là Borra sa cogliere nel segno e sa intenerirci, coinvolgerci, strapparci un sorriso, con quell’“allure” fresca e aforismatica attraverso la quale la poesia si libera d’ogni scoria o peso troppo moralistico.

Dal Vermont alla California: mi giunge, fresco di stampa, un volume piuttosto ambizioso di Barbara Carle, traduttrice in inglese di varia poesia italiana contemporanea (Rodolfo Di Biasio, Gianfranco Palmery, Alfredo de Palchi, ecc.), docente presso la California State University di Sacramento. Il suo libro “Tangibile Remains / Toccare quello che resta”  inaugura una nuova collana di poesia, nata a Formia, denominata “Ghenomena”,  alla quale formulo i miei più fervidi auguri. La sua raccolta, bilingue, che segna sicuramente un passo in avanti nella maturità stilistica dell’autrice, si apre sotto il segno ambizioso di Francis Ponge (1899-1988), grande poeta francese dal linguaggio meticolosamente aderente alla realtà oggettuale, poeta che si è sempre mosso fra un parasurrealismo diciamo così di deriva e un atteggiamento rivelante una straordinaria capacità osservativa, assai vicina, per certi versi, al “nouveau roman”. Ne scaturisce - da parte della Carle - una poesia secca, analitica, “perfezionistica”, che forse sacrifica qualcosa al sentimento, ovvero alla capacità d’abbandono e di sorpresa che il regno misterioso della poesia (e della vita) può donare solo a chi decida di non volerlo, quel mistero, a tutti i costi anatomizzare.

Vengo ora a un poeta ubiquitario come Enzo Carollo,  che divide da vari anni il suo tempo tra l’America e l’Italia, più precisamente la Sicilia, terra di cui conosce non pochi segreti e magie e sulla quale ha anche raccolto parecchie immagine fotografiche, da lui stesso scattate,  di luoghi legati a gloriosi scrittori siciliani del passato. La silloge bilingue (“Il porto e altri versi / The Port and Other Verses”, Palermo, Nuova Ipsa, 2008, con la traduzione di Michael Palma), è  impreziosita con alcuni disegni di Mia Westerlund Roosen, a parte qua e là qualche caduta autoindulgente, sa sdipanare anche nelle pieghe più recondite “l’amorosa mediterraneità” da cui trae linfa e suggestione. Al molo del suo “porto” attraccano e partono navi che poi sanno ritrovare anche la via del ritorno, dopo un giro circolare che unisce l’alfa con l’omega, la nascita con la morte, la fine con l’inizio.  È il percorso dell’araba fenice, che Carollo compie con l’animo dell’eterno fanciullo, avido di avventure e fedele a quelli che restano gli affetti ancestrali. Si veda, ad esempio, l’intensa poesia “Cercare lontano”. Carollo, come ogni poeta veramente mediterraneo, sa sognare a occhi aperti, ma sa anche che l’oblio è paradossalmente fonte di continuo ricordo. È proprio vero allora che occorre dimenticare per ricordare; ricordarsi della Bellezza e dell’Amore a dispetto del reo Tempo che vorrebbe tutto fagocitare. Si veda la struggente poesia dedicata a Nahui Olin, alias Carmen Mondragon (1893-1978), la bella e turbinosa pittrice-poetessa messicana degli anni Venti e Trenta (gli anni rivoluzionari di Villa e Zapata), la cui disperata vitalità è stata di recente rievocata da Pino Cacucci (“Nahui”, Feltrinelli, 2006).

Con un bellissimo endecasillabo allusivo alla dualità con cui da sempre si articola il mondo, Alessandro Carrera, nato a Lodi nel ’54, italianista all’università di Houston, intitola il suo libro più recente (“La stella del mattino e della sera”, Roma, Il Filo, 2006).  La sua scrittura, secondo Carlo Sini, è caratterizzata da una luce fredda e ultramondana nella quale si nasconderebbe il senso di un’infinita nostalgia di qualcosa che abbiamo dimenticato, magari di una pianta, come il goethiano “ginkgo”… Poesia, quella di Carrera, densa e culta, ricca di rimandi e suggestioni.  A me, più che l’orfeico e mitico apparato, che pure offre squarci d’indubbia fascinazione, convince di più quando Alessando sa calarsi, narrativamente (diciamo in prosa poetica), in modo diretto, nella carne dei personaggi e delle situazioni che la vita gli fa attraversare. Da qui, anche da qui, quel tono di poesia civile e ironica allo stesso tempo, di ballata narrativa dal forte impatto etico-esistenziale, insomma da ritmico epos giornaliero, che sostanzia, ad esempio, la sezione “Bravo mondo nuovo”.

Livornese di nascita, Francesco Ciabattoni vive attualmente ad Halifax, dove insegna presso la Dalhousie University. “Paradosso terrestre” (Roma, Il Filo, 2008), con la Prefazione di Alessandro Carrera, è il suo libretto d’esordio, ma che mi pare presupponga già una pratica scrittoria alle spalle, nutrita di buone letture, specialmente quelle dei  moderni “classici” italiani, tra cui, in primis, Montale.  Ciabattoni s’interroga come sdoppiandosi da se stesso e verificando volta per volta situazioni ed effetti.  Sicché la poesia può anche farsi balsamo e strumento di conoscenza, soccorso e condanna, abbandono e giudizio. Tutto,  all’interno di una schizofrenia che pure regola la discronia del mondo, la sua infinita, mobile/immobile ripetizione.

Con un bel titolo ossimorico (“Bruciare l’acqua”, Firenze, Ed. della Meridiana, 2008, Introduzione di Alberto Bertoni) esordisce un altro poeta trapiantato in Nordamerica,  l’aretino Alessandro Polcri, docente presso la Fordham University, e condirettore della rivista “Italian Poetry Review”. Il suo volumetto è stato salutato positivamente da Maurizio Cucchi su “Tuttolibri-La Stampa”. Anche Polcri s’interroga sul suo esserci, sul suo “hic et nunc”, attraverso una poesia che gli serve anche come personale anamnesi, proiezione, desiderio, magari superamento di nevrotiche attese. Scrivere allora diventa anche un chiedersi se esso sia un dono o piuttosto - pascalianamente - qualcosa “destinato a qualcos’altro”, qualcosa che improvvisamente (e malamente) (ac)cade di fronte agli occhi e alla mente dello scrivente. In effetti, mi sembra che nei versi di Polcri sia proprio questo “rovello” verbomentale a farla da padrone, come se la poesia servisse a secernere, distinguere, rettificare, e infine rinvenire, magicamente, qualche dolce frutto primordiale, salvandolo dall’intricata selva del mondo.  

Faccio un  po’ fatica, obiettivamente, a seguire l’intenso lavoro poetico di Paolo Valesio,  giunto, con “Il cuore del girasole” (Genova, Marietti, 2006), a ben quindici raccolte di poesia in circa 27 anni di attività (il primo titolo è del 1979, mentre “Il cuore del girasole” è del 2006 - ma intanto mi è già arrivato un altro suo volume di oltre 250 pagine, intitolato “Il volto quasi umano” (Ed. Lombar Key). Una poesia atipica, la sua, e dalla poetica “inattuale” (l’attributo non è mio ma di Alberto Bertoni e va considerato in chiave positiva), che ha fatto dell’ispirazione religosa/spirituale/mistica la tematica costante e ormai centralizzante di tutta la sua ricerca. Il pericolo di questa scrittura fluviale, qua e là rischiosamente solipsistica (è lo stesso Valesio ad annunciare nella Nota biografica di aver scritto da vari anni a questa parte un “monstrum” di quindicimila foglietti costituenti una “pentalogia”), è che una volta presa di mira la realtà rapportata unicamente al ricettivo io-scrivente, realtà sceverata in ogni suo minimo accadimento-presenza-riflessione, la scrittura centripeta che ne deriva diventa un filo ininterrotto che procede per accumuli “indifferenziati” o che si ravvolge continuamente in se stesso;  accumuli di cui unico ricettore-trasmettitore è, appunto, il proprio io: corpo-spirito senziente. Ed è esattamente, e forse primamente, di poesia del corpo che si dovrebbe parlare analizzando il lavoro di Valesio (ora mi viene in mente che proprio “Corpo santo” era il titolo originario del suo primo, vibrante romanzo, poi intitolato “L’ospedale di Manhattan” sul quale mi permetto rimandare a un mio saggio (“Paolo Valesio prosatore”) nell’ottimo volume curato da Victoria Surliuga “Analogie del mondo” (Modena, Edizioni del Laboratorio, 2008).  Significativo ad esempio, nel corso di questa raccolta, il riferimento a mani, collo, occhi, labbra, ginocchi, piedi, polsi, caviglie, ecc. , oppure a termini al corpo attinenti, come ferite, cicatrici, ecc.  Forse meglio, a mio avviso, quando Valesio si lascia andare a un’osservazione meno patologicamente insistita ma, per così dire, un po’ più distaccata e fulminante, che, invece di rapportarsi (pasolinianamente) soltanto alla propria esclusiva ricezione, si aggancia seducentemente ad altri territori che quella immagine, quella situazione, quell’avvenimento/avvertimento ha fatto scattare nella sua mente. Alludo a componimenti nei quali, ad esempio, emergono categorie come la memoria involontaria, oppure la trasposizione per via mimetica ad altre immagini della personale Stimmung, ecc. ecc.  

Chiudo questa panoramica con un ultimo libro arrivatomi pochi giorni fa, che mi ha profondamente coinvolto per la selva di richiami e implicazioni psicologiche. Il libro, che in verità attendevo da tempo, l’ha scritto una poetessa di origine calabrese, Marisa Marcelli, residente a Brooklyn fin dal 1966, il cui lavoro seguo da anni e che a me sembra tra i più originali e ispirati. Il libro s’intitola suggestivamente “Orfée” (Roma, Ed. Pagine, 2009), inserito in una bella collana di poesia diretta da Plinio Perilli, che ne ha curato anche la sensibile e generosa Prefazione.  Una poesia, quella di Marisa Marcelli,  che si muove tra Spleen e Desiderio infinito, cui l’autrice offre tutta la sua dedizione. Credo che proprio questo termine (“dedizione”) possa indicare l’intrinseca Stimmung dell’autrice, la sua assoluta fedeltà a un’idea di poesia attenta alle variazioni ricettive della propria anima di fronte al caos del mondo, alle sue insensatezze, alle sue vibrazioni, alle sue beffarde contraddizioni, ma anche ai suoi doni inaspettati, ai suoi squarci di tenerezza improvvisa. Da tutto questo scaturisce una poesia ariosa, delicata: viatico salvifico che solo una vera Parola Amorosa sa offrire a chi sia disposto a mettere,  va Poe / Baudelaire, “son coeur à nu”.