ARTE/Roma a fil di ferro

di Alfonso Francia

Un rocchetto di fil di ferro per raccontare la fondazione di Roma. L’autore di questa strana impresa artistica è Alexander Calder, scultore e pittore statunitense, che nel 1928 presentò al pubblico una statua di Romolo e Remo allattati dalla Lupa realizzata piegando e torcendo un lunghissimo filo di ferro.

L’opera, intitolata “Romulus and Remus”, è uno dei pezzi forti della retrospettiva che Roma dedica all’artista americano morto a New York nel 1976: un omaggio dovuto all’uomo che reinventò l’arte utilizzando materiali non convenzionali e creando un nuovo modo di intendere lo spazio. La mostra, visitabile fino al 14 febbraio al Palazzo delle Esposizioni, ripercorre tutte le tappe della vita artistica di Calder: le prime sculture realizzate ad appena 11 anni, la scoperta delle “sculture cinetiche”, le enormi installazioni pensate per grandi edifici pubblici alle quali si dedicò negli anni della maturità.

La mostra, suddivisa in sette sezioni tematiche, è stata allestita da Alexander S. C. Rower, che oltre a essere il presidente della Calder Foundation è il nipote dell’artista. Non nasconde la sua soddisfazione per essere riuscito a portare a Roma, a 26 anni dall’ultima esposizione italiana, una collezione tanto vasta.
«Non c’è dubbio che questa retrospettiva illumini lo spettatore sull’intera carriera di Calder. Non solo la mostra presenta la varietà dei progetti da lui realizzati, ma ci permette di partire dalle sculture dell’infanzia, eseguite nel 1909, fino ai monumenti creati tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta. Penso che i visitatori possano comprendere il senso di quel che stava cercando di raggiungere come artista, ovvero creare questa unione tra oggetto, spettatore a ambiente che ha il potere di trasformare, che dà una duratura sensazione di sublime».

Una carriera tanto lunga potrebbe però aver dato qualche problema ai curatori, costretti a scegliere tra centinaia di opere - sculture, dipinti, disegni, persino gioielli - quelle da destinare al pubblico della mostra. Rower spiega che il suo obiettivo è stata la completezza.

«Volevo essere in grado di mostrare al pubblico italiano tutto il suo genio creativo. Mio nonno era famoso soprattutto per i lavori con il fil di ferro e i fogli di metallo, ma ha anche realizzato sculture di bronzo ed era anche un pittore prolifico. Il mio scopo era quello di scegliere lavori che fossero interessanti da vedere e che risultassero in collegamento tra loro per creare un’esperienza forte della sua produzione».
Va però ricordato che le sculture con il fil di ferro restano il punto di partenza ideale per capire la sua arte.
«Quelle sculture erano scioccanti per l’audience del 1920 - spiega Rower -. Questi oggetti tridimensionali erano anche trasparenti; nulla del genere si era mai visto prima. Inoltre, queste sculture contengono alcuni elementi dei disegni a due dimensioni - principalmente nell’uso del fil di ferro - come un tratto espressivo, un gesto quasi. Puoi vederlo sforzarsi di rappresentare il movimento soprattutto in lavori come “Helen Wills II” ed “Hercules and Lion”, e queste idee vennero poi portate avanti quando cominciò a produrre movimenti reali con i suoi mobiles».

Proprio i mobiles potrebbero essere considerati il passo successivo nella carriera di Calder, che continuava a cercare nuove forme espressive per riprodurre il movimento. Nel 1931, dopo essersi trasferito a Parigi, cominciò a lavorare a quelle che chiamava “sculture cinetiche”, composizioni in grado di muoversi grazie a delle manovelle o a semplici spostamenti d’aria. Osservando i suoi esperimenti, l’artista francese Marcel Duchamp propose di chiamarli appunto “mobiles”, parola francese che allude sia al moto che alla motivazione. Il più famoso, presente nella mostra romana, è “Small Sphere and Heavy Sphere”.
«Fu il primo mobile progettato per essere appeso al soffitto. In questo lavoro Calder ha posizionato a terra una serie di oggetti di uso quotidiano - bottiglie di vino, un barattolo, una scatola di legno - intorno a un mobile pendente con due sfere. Quando la sfera pesante viene premuta, la  piccola viene spinta in un lungo giro, colpendo o sfiorando lo schieramento di oggetti. Guardando questa scultura in movimento ne ricaviamo un senso di anticipazione che cresce e si libera con i colpi della sfera. Questo lavoro è stato esposto l’anno scorso per la prima volta dal 1933. Mio nonno tentò di proporlo in una serie di mostre durante la sua vita, ma nessuno lo capì».

Eppure è proprio con quest’opera che Calder riesce finalmente a realizzare il suo obiettivo, una scultura in grado di creare una nuova maniera di percepire lo spazio.

«Voleva spingere lo spettatore ad avere un’esperienza del suo lavoro in maniera dinamica. Quando vediamo un oggetto che si muove, i nostri cervelli immediatamente percepiscono l’idea di una cosa vivente. Certo, torniamo immediatamente alla realtà, ma in quel primo impatto, quando non sappiamo cosa pensare, abbiamo l’opportunità di vedere quell’oggetto con occhi nuovi, ci riposizioniamo in relazione all’universo».

Con questa specie di anticipazione della performance, Calder dimostra di essere un vero interprete del XX secolo, capace di sintetizzare buona parte dei fenomeni artistici del suo tempo. Rower riconosce questo ruolo, ma invita a tenere presente la singolarità dell’artista.

«Di certo quando osserviamo i materiali industriali che riusciva ad elevare ad arte utilizzando spesso un linguaggio astratto, vediamo in lui un riflesso della sua epoca. Ma ogni grande artista deve trascendere il proprio contesto, e Calder vi riesce».

In un aspetto però Calder si dimostrò simile a quasi tutti i suoi colleghi: l’amore per Parigi. Fu lì che Calder, dopo gli anni trascorsi a New York come studente d’arte, trovò il suo stile.
«Certo, l’energia e il costante cambiamento di New York erano certamente una fonte d’ispirazione per lui, ma solo quando giunse a Parigi Calder maturò come artista. Fu in Francia che cominciò a scolpire con il fil di ferro e inventò i mobiles. New York era casa sua, ma fu l’influenza di Parigi a condurlo alla sua scultura più rivoluzionaria».

Ciò non significa che il rapporto con gli Stati Uniti si fosse interrotto. Fu infatti l’autorità aeroportuale di New York a commissionare a Calder una delle sue opere più amate, un mobile destinato alla porta d’accesso per eccellenza della città, il JFK Airport.