SPORT/PERSONAGGI/Campionissimo sempre

di Niccolò D’Aquino

L'Airone si è alzato in volo per l'ultima volta 50 anni fa, all'alba del 2 gennaio 1960. Trattandosi di Fausto Coppi, il Campionissimo per eccellenza, nessuna iperbole è fuori luogo, nessuna "frase fatta" è scontata o stantia. La più celebre di tutte, del cronista sportivo Mario Ferretti, è passata alla storia e provoca ancora emozione: "Un solo uomo è al comando. La sua maglia è bianco-celeste. Il suo nome è Fausto Coppi".

Un'altra, di quel grande intenditore di atleti e di campioni che fu Gianni Brera, lo inquadra e lo spiega per sempre ai posteri: "Coppi fa parte della razza dei contadini che diventano toreri o ciclisti o pugili famosi, senza mai riuscire a liberarsi da quel loro peccato originale, dai secoli di miseria e di umiliazione. Per questo l'Italia spera per lui".

E l'Italia in Coppi si riconobbe. E - come capita spesso alle cose italiane - su Coppi si divise. Non solo sul piano sportivo, perché c'era chi gli preferiva l'eterno amico e rivale Gino Bartali. Ma su quello politico intriso di pregiudizi ideologici e moralisti. Perché Coppi, in un'Italia ancora dominata nel dopoguerra dalla Democrazia Cristiana e dal Vaticano, aveva osato l'inosabile: lasciare la moglie e la famiglia per unirsi a un'altra donna, anche lei sposata e con figli.  

E' passato mezzo secolo esatto dalla sua morte - lo stroncò una malaria contratta in Africa e non riconosciuta dai medici italiani dell'epoca - ma la leggenda di Fausto Angelo Coppi è più viva che mai. Basta chiedere al figlio Faustino: "Ancora oggi la gente mi ferma per strada. Mi domanda di mio padre, vuole sapere, si complimenta. E non sono soltanto anziani, gente che lo aveva visto correre: tanti sono i giovani".

Ma chi era veramente Coppi? E perché, tra i tanti bravi corridori, lui solo diventa il Campionissimo?
Le biografie ufficiali ci dicono che nasce a Castellania, in provincia di Alessandria, il 15 settembre 1919 in una famiglia di modeste origini. Trascorre la vita a Novi Ligure. Poco più che adolescente è costretto a trovarsi un lavoro come garzone di salumeria. Ragazzo a modo ed educato è subito apprezzato per la sua dedizione, il suo fare introverso e la sue naturale gentilezza. Per hobby scorrazza qua e là su di una rudimentale bicicletta regalatagli dallo zio.

Incontra Biagio Cavanna, il famoso massaggiatore del ciclismo che avrà grande responsabilità nell'avvio della sua carriera agonistica. Nel 1937 disputa la sua prima gara nel circuito della Boffalora, e l'anno seguente conquista la sua prima vittoria a Castelletto d'Orba. Nel 1939 partecipa ad una corsa a Pavia e Cavanna lo raccomanda alla società sportiva "Legnano", dove entrerà nel '40 come gregario di Gino Bartali, avviando la carriera da professionista. Nel 1940, al suo esordio al Giro d'Italia, vince fra la sorpresa generale. Ha 21 anni, e poco dopo è chiamato sotto le armi. Ma, il 7 novembre 1942, fa ancora in tempo a stabilire il record mondiale dell'ora: 45,798 Km, un primato che resterà imbattuto fino al 1956.  Poi viene mandato al fronte. Ha i gradi di caporale quando viene fatto prigioniero degli inglesi in Africa, a Capo Bon, e internato prima a Megez el Bab e poi nel campo di concentramento di Blida, nei pressi di Algeri. Tornato a casa rimonta subito in bicicletta. Il 22 novembre 1945, a Sestri Ponente, si unisce in matrimonio con Bruna Ciampolini, che gli darà Marina, la prima dei suoi figli (Faustino, nascerà in seguito alla scandalosa relazione con Giulia Occhini, la Dama Bianca).

Al primo anno di professionismo, arrivando con 3'45" di vantaggio nella tappa Firenze-Modena del Giro d'Italia, conquista una vittoria che gli consente di smentire le previsioni generali che volevano Gino Bartali vincitore della corsa rosa. A Milano in rosa giunse infatti lui, Coppi. Correva con il fratello Serse che morirà prematuramente nel 1951 in seguito a una brutta caduta durante il Giro del Piemonte. Una dura crisi per Coppi, che gli era molto legato. 

Nel '48 doppia la vittoria della Milano-Sanremo. In quest'anno, durante la corsa della Tre Valli Varesine, conosce Giulia Occhini, moglie di un medico condotto suo tifoso, che passerà alle cronache come "Dama bianca". La relazione extraconiugale che intrattiene con lei, che non solo era sposata ma era madre di due figli, lo metterà al centro dello scandalo. Verrà resa pubblica solo nel 1953, attirando le critiche di gran parte dell'opinione pubblica e persino un intervento del Papa, Pio XII.Alcune delle altre cavalcate solitarie che fecero scorrere fiumi d'inchiostro furono: quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d'Italia del 1949 (vantaggio 11'52"), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8') e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del '46 (vantaggio 14'). Il Campionissimo del ciclismo, vinse 110 corse di cui 53 per distacco ("Un uomo solo al comando..."). Si aggiudicò due volte il Tour de France, nel 1949 e nel 1952, e cinque volte il Giro d'Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953) ed entrò nella storia per essere uno dei pochi ciclisti al mondo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno. Molti anni dopo ci riuscì un altro e sfortunato campione: Marco Pantani (1998).

L'elenco delle vittorie prestigiose è sterminato. Da ricordare, almeno le tre Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), i cinque Giri di Lombardia (1946-1949, 1954), i due Gran premi delle Nazioni (1946, 1947), una Parigi-Roubaix (1950) e una Freccia vallone (1950).

Ma che cosa lo aveva fatto diverso?

Anche Gino Bartali era un grandissimo campione, dalle idee politiche - era molto cattolico e conservatore - più congeniali all'Italietta perbenista e baciapile dell'epoca. Avrebbe dovuto essere lui il primo della coppia rivale. Eppure Coppi fu... Coppi. Unico e inimitabile.

C'è chi la spiega con la particolarità fisica. Apparentemente poco atletico, Coppi era dotato di una notevole agilità muscolare e di un sistema cardiorespiratorio fuori dal comune (capacità polmonare di 6,5 litri e 44 pulsazioni cardiache/minuto a riposo), qualità che ne esaltavano la resistenza sotto sforzo. Era un "passista" naturale, cioè un atleta capace di mantenere una velocità sostenuta per molto tempo. La struttura ossea molto fragile e le ripetute fratture lo costrinsero peraltro a pause forzate durante l'intero arco d'attività.
E c'è chi la spiega con il carattere. Coppi, ombroso, solitario e poco incline ad adattarsi alle imposizioni di una società ipocrita, era in realtà un buono. Alla storia non passeranno solo le frasi celebri che lo riguardano. Resterà anche quella foto che lo inquadra mette passa la borraccia dell'acqua proprio all'avversario Bartali. Avversario, appunto, ma non nemico. In questa stagione di veleni politici, quella foto andrebbe regalata a tanti dei nostri parlamentari e uomini di governo e opposizione.

Nel 1953 Coppi vince il Giro d'Italia per la quinta e ultima volta. In pratica la sua carriera di Campionissimo al di sopra di tutti finisce qui, nell'Italia di Peppone e Don Camillo. E mentre il paese è scosso dall'affare Wilma Montesi, che vede notabili democristiani implicati nella morte di una ragazza, Coppi lascia la moglie. Va a vivere con Giulia. In un'Italia disposta ad ammettere tradimenti e a perdonare, contro pentimento, le colpe commesse, purché sia salva la forma matrimoniale, l'opinione pubblica si divide.

Lui e la compagna subiscono un processo per adulterio che li condanna a due mesi di carcere lui e a tre lei. Sospesa la pena partono per il Messico, dove si sposano e danno alla luce un figlio, Angelo Fausto Maurizio Coppi detto Faustino, che nasce nel maggio del '55. E che ora, in un'intervista al giornalista Duilio Tasselli del settimanale Oggi ricorda: "La loro storia fece scalpore. Mamma mi ha raccontato tutto quello che ha dovuto passare: è stata seguita, perseguitata, ci sono stati sopralluoghi in casa, è finita in carcere per 96 ore ad Alessandria e ha subìto il domicilio coatto ad Ancona mentre mi stava aspettando. E ogni volta che le capitava di ricordare quei momenti concludeva dicendo che se anche erano stati molto movimentati e troppo pochi gli anni vissuti insieme sarebbe stata disposta a sopportare anche di peggio pur di averlo ancora accanto a sé".

Ma ormai la carriera di Coppi è al declino. Più per divertimento che per impegno professionale il  10 dicembre 1959 parte per Ougadougou, nell'Alto Volta, per partecipare a una corsa organizzata proprio dall'amico-rivale Bartali. Finita la gara, in una battuta di caccia contrae la malaria. La prendono anche altri campioni al tramonto che pure avevano partecipato alla corsa, come il grande francese Geminiani. Salvatosi perché i medici transalpini individuarono la malattia: bastarono poche pastiglie di chinino. Che nessuno diede a Coppi.