SPECIALE/STORIA/Quel sangue dato all’America

di Valeria Sabatini

esce in questi giorni un libro dello storico calabrese Vincenzo Gentile La Calabria Strappata. L’emigrazione transoceanica dal sogno americano all’incubo di Monongah (Librare Editore) che ripercorre il quarantennio dal 1880 al 1920 che vide la prima grande emigrazione italiana verso le nazioni americane. Verso gli Stati Uniti, il Canada, l’America latina, partì un’emorragia di uomini e donne che dal sud d’Italia - comandata ancora da baroni - ma anche dall’estremo nord est della penisola arrivarono nelle Americhe per diventare braccia da lavoro da utilizzare nei mestieri più duri e mal.

Nel libro Vincenzo Gentile, originario di San Giovanni in Fiore nella provincia di Cosenza, ripercorre la storia della grande emigrazione dei suoi concittadini. In quasi vent’anni con pazienza e uno straordinario lavoro di ricerca Gentile è riuscito a mettere insieme un imponente quantità di documenti e testimonianze sull’emigrazione calabrese, florense in particolare. Per chi volesse saperne di più può trovare notizie anche sul blog Monongah di Vincenzo Gentile.  A lui tra l’altro si deve l’aver portato alla luce la storia di una tragedia quasi dimenticata, i morti di Monongah, cittadina mineraria del West Virginia dove nel 1907 un’esplosione in una miniera provocò quasi mille morti, molti di San Giovanni in Fiore. Una scoperta quasi casuale nata dall’ascoltare i pochi vecchi ancora in vita in quel paese nel cuore della Sila che si ricordavano di una Mironga o Milonga, storpiatura di un nome che quei contadini trapiantati negli Stati Uniti faticavano a pronunciare.

Oggi finalmente quest’immane sforzo di raccolta di foto, racconti, verifiche incrociate è pronto per essere messo a disposizione non solo degli storici e studiosi del fenomeno migratorio italiano, ma anche per le tante persone comuni che troppo spesso poco sanno delle radici italiane costrette a crescere lontane dalla propria patria.

Un carico di conflitti umani, storie di piccoli successi e grandi umiliazioni che hanno determinato l’eredità culturale italiana, e i nostri rapporti con chi ci ha accolto. E’ significativo che nei mesi finali la stesura del libro, si verificava in Europa, in Inghilterra, qualcosa che ricordava molto i conflitti che gli emigranti si trovavano a vivere nei paesi ospiti. Forse a qualche lettore verrà alla mente la vicenda degli operai siciliani che nello scorso febbraio si sono trovati a difendere il proprio posto di lavoro dagli attacchi dei colleghi inglesi che guardavano a quegli italiani come ad una nuova minaccia. Oggi certamente è un’altra emigrazione ma ancora oggi si continuano a fare le valige per un lavoro.

Il libro in cinque capitoli ripercorre la storia sociale e politica di San Giovanni dagli ultimi decenni del XIX secolo fino agli anni ‘20, l’emigrazione calabrese e le cause del grande esodo, le storie personali e collettive. Un resoconto completo e dettagliato sulle condizioni di vita, e la struttura sociale che gli emigranti calabresi si trovano a ricostruire negli Stati Uniti. Il libro miscela sapientemente alla parte scritta una notevole documentazione fotografica, trenta tavole sui flussi demografici, sulle percentuali di uomini e donne partiti, ritratti, lettere e foto che servivano a dare un’immagine di cosa era "Lamerica".
Si sorride ma di tenerezza perché non può esserci scherno nel guardare le foto che gli emigranti si facevano scattare, con il vestito buono e l’orologio nel taschino per far vedere a casa e a tutta San Giovanni che lì stavano bene, e si facevano i soldi. Foto che quasi sempre servivano a rassicurare chi era rimasto in Italia dietro le quali esisteva una realtà ben diversa. "La foto – spiega infatti l’autore del libro – aveva un duplice effetto, rassicurare la famiglia e fare pubblicità tra i concittadini rimasti al paese per convincerli a lasciare la Sila e andare a cercar fortuna negli Stati Uniti".

Tra i capitoli del volume uno è interamente dedicato alla questione lavorativa, con numeri su infortuni e caduti sul posto di lavoro, fino a ripercorrere l’intera storia della miniera di Monongah e le umiliazioni delle vedove lì rimaste, risarcite, in un sistema cinico dove sfruttamento era la parola più sentita, con una mucca e per molte neanche quella. Il libro bene evidenzia quel legame che si creò tra gli emigranti di San Giovanni in Fiore e quella parte degli Stati Uniti dove si insediarono, tanto che oggi quel Joe Manchin governatore del West Virginia è nipote di uno di quei contadini arrivati dal paese silano, e lo scorso 20 gennaio ad applaudire l’insediamento di Obama c’era anche seduto tra gli ospiti il sindaco di San Giovanni.

Il libro di Vincenzo Gentile analizza il fenomeno migratorio attraverso un’attenta ricostruzione del tessuto sociale che portò all’avvio di quell’esodo. "Ho voluto affrontare il problema della Mano nera, quella che poi divenne la mafia, per dare una definizione di cosa era il Sud. Potrei dire che oggi c’è un parallelismo tra quella criminalità che costrinse tanti ad emigrare e le nuove mafie che vediamo ora, la criminalità rumena, quella cinese che generano lì altri emigranti. Il mio – continua Gentile – non è un romanzo, ma il racconto di storie vissute, con documenti nomi date, fotografie. Quella che ne esce fuori è una Calabria diversa da quella che solitamente si immagina, di gente seria che lavorava. La grande America è nata grazie anche al contributo di quei italiani".