Libera

I miti del nostro tempo

di Elisabetta de Dominis

odvevo avere sì e no 8 anni quando, ad un festino di bambini, mi si avvicinò la padrona di casa reggendo un vassoio colmo di minuscole brocche in ceramica con diverse iscrizioni e mi offerse di sceglierne una come desiderio di felicità futura. Qual era il mio sogno di felicità? Non so dire del tempo che indugiai: volevo l’"amore", ma anche il "successo", e non sapevo decidermi. Ricordo ancora l’imbarazzo e la vergogna per la scelta dell’"amore", al quale, benché fossi solo una bimba, ero convinta di non poter rinunciare per il mio futuro.  Anzi, per anni ho risentito bruciore e tremore provati in quel momento. Ma forse ancor più cocente fu il pudore di dover svelare di ambire pure al "successo". Perché una cosa era il mio desiderio, tenuto ben nascosto nei miei sogni ad occhi aperti, una cosa doverlo rivelare.

Tuttavia essendo più superstiziosa di adesso, non potevo assolutamente rinunciare a quelle due brocchette foriere di futura fortuna. Così le presi entrambe. Mio fratello, più piccolo di me di circa due anni, non esitò un istante e afferrò la "gioia".  Forse fu l’unica volta che mi insegnò qualcosa, capii immediatamente: come avrei potuto godere di amore e successo senza la "gioia"? Mi sentii un verme quando pochi giorni dopo gli chiesi di poterla esporre sul mio mobiletto vicina alle altre due. Non osavo farmela regalare, perché non volevo portargli via la "gioia" futura, e mi sembrò una buona soluzione per entrambi. Non sapevo la differenza tra possesso e proprietà né cosa fosse l’usucapione, che imparai molti anni dopo sui libri di giurisprudenza, tuttavia istintivamente pensai che avrei potuto ottenere pure un po’ di gioia avendo in custodia quella brocchetta. In cuor mio però sapevo che il semplice possesso non potesse aver valore ai fini di una piena realizzazione futura.

Mia nonna ripeteva sempre: "Chi troppo vuole, nulla stringe".  E così è stato, almeno per me. Ma non credo a causa della scelta delle brocchette, bensì del mio modo di perseguire la realizzazione dei miei desideri. Ho voluto infatti soprattutto l’amore – la mia prima scelta - e per esso sono stata disposta a perdere tutto il resto. Ad una certa età ci si chiede sempre se ne sia valsa la pena, eppure so che rifarei tutto, per il semplice motivo che l’amore è il credo della mia vita, anche se poi scopri che la vita non è fatta solo di amore e non puoi vivere nel tuo sogno. Nella mia vita amore e successo non sono stati compatibili, e tuttora non so se possano esserlo in linea generale. Perché il raggiungimento del successo comporta sempre rinunce e compromessi, spesso di natura sentimentale, che per me erano e sono tabù esistenziali. Io invece mi sono fatta governare da questo sentimento, non dall’ambizione di cui il successo è il fine. Ho errato dunque, per amore, senza meta, convinta che il valore della vita sia il viaggio. E che nel viaggio s’incontri l’amore e che l’amore sia gioia e che la gioia interiore conduca al successo. Così non ho visto andare il mondo, però non posso dare ancora risposta, perché nelle persone che perseguono un ideale la speranza è sempre l’ultima a morire.

Tutto questo lungo preambolo per introdurre l’ultimo libro di Umberto Galimberti: "I miti del nostro tempo" (Feltrinelli). In queste giornate di festa sempre più tristi perché riportano alla memoria il tempo gioioso dell’infanzia, quando il dolore non era ancora ben chiaro cosa fosse e ci erano state inculcate certezze come l’amore materno e la felicità, scoprire dalle parole di Galimberti che quest’ultime certezze non sono, ma solo miti culturali, cura la nostra anima. Un’anima che si è votata all’amore, ma che non si è sentita amata perché non ha conosciuto l’amore da chi le ha dato la luce. "L’amore materno – scrive Galimberti – non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Caratteristica dell’amore materno è la sua ambivalenza, che solo il nostro terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro non ci fa riconoscere. La retorica dei buoni sentimenti è una spessa coltre che stendiamo sull’ambivalenza della nostra anima, dove l’amore si incatena con l’odio… Non ci sarebbero tanti disperati nella vita se tutti, da bambini, fossero stati davvero amati e solo amati".