Visti da New York

Grandi e piccoli "uomini dell'anno"

di Stefano Vaccara

Per l'ultimo "Visti da New York" del 2009, tentiamo un giudizio su "l'uomo dell'anno" negli Stati Uniti e in Italia.

Barack Obama non ha entusiasmato ma neanche deluso. Ha fatto quello che poteva, cioè limitare i danni se non sempre provocati, sicuramente mal gestiti dalla precedente amministrazione Bush. Così ha messo una pezza all'enorme falla delle speculazioni finanziarie che stava per far fallire le banche evitando l'affondamento del sistema economico mondiale. Quanto ancora la pezza di Obama riuscirà a tenere il mondo a galla? Da soli gli Usa avrebbero potuto annientare l'economia mondiale, da soli non possono guarirla, quindi dipenderà dal funzionamento del nuovo strumento di coordinamento tra le potenze che dal G7 si trasforma in G20. Qui Obama sembra stia riuscendo a costruire una visione comune adatta al futuro, cosa che invece ha fallito nel recente vertice Onu sull'ambiente. A Copenaghen Obama è stato corresponsabile della mancanza di leadership per trovare un percorso condiviso contro il riscaldamento ambientale.

Obama e la riforma sanitaria: non sarà ancora quella che ci aspetteremmo dal paese più ricco del mondo, eppur si muove. Dopo decenni di parole mai seguite dai fatti, finalmente il Congresso ha trovato un presidente "con le palle", come direbbe Berlusconi. Un presidente cioè che ha il coraggio di giocarsi tutto il suo capitale politico: se la coperta legislativa per la sanità Usa alla fine risulterà troppo corta o troppo lunga, Obama ne pagherà le conseguenze nel novembre del 2012.

Nonostante il premio Nobel ricevuto "sulla fiducia", Obama sembra essere in gravi difficoltà sul maggior problema della sua politica estera: il contenimento del fondamentalismo islamico. Il terribile primo decennio del XXI secolo ha sfiorato di chiudersi come si era aperto: con il botto del terrorismo integralista. Se quel giovane studente nigeriano fosse riuscito a far scoppiare più efficacemente la bomba artigianale che portava addosso sull'aereo decollato da Amsterdam e in fase d'atterraggio a Detroit, anche il 2009 sarebbe passato alla storia con il marchio di Al Qaeda. L'organizzazione di Osama bin Laden è una ragnatela di contatti tenuti soprattutto a distanza, il cui compito è quello di ispirare potenziali terroristi, ovunque essi si trovino, per colpire l'America e i suoi alleati nel nome di Allah. Con questa concezione perversa della religione islamica, il musulmano che colpisce il nemico, anche se materialmente non ricevesse aiuti diretti da Al Qaeda, potrà rivendicarne il marchio di "terrorismo islamico di origine controllata". Riceverà così, una volta nell'aldilà, i gradi di martire e sarà beato tra le vergini.... Ritorno al Medio Evo? Peggio, sono barbari collegati su internet!

Per fortuna l'attentatore ha fallito il suo obiettivo stragista, ma una forte scossa sull'Amministrazione Obama sarà arrivata comunque dall'esplosione avvenuta su quell'aereo. Mentre sull'Iraq le mosse annunciate da Obama sembrano più coerenti, in Afghanistan non abbiamo capito la strategia della Casa Bianca. Nel discorso di novembre a West Point, Obama ha praticamente informato il mondo che l'America non vuole più svenarsi per trasformarlo a sua immagine e somiglianza e non avrebbe più tentato di imporre la democrazia tra le tribù del Medio Oriente. Allora perché più soldati a Kabul? Se non si crede più che la democrazia in certe parti del mondo si possa imporre, perché restarci in quel modo? Conosciamo la dottrina della guerra necessaria (Afghanistan) rispetto a quella per scelta (Iraq) ma ad Obama dovrebbe bastare guardare al percorso seguito da Abdul Farouk Abdulmutallab prima del volo per Detroit: per contenere Al Qaida e le sue imitazioni ci vorrà una strategia ben diversa da quella di mantenere il controllo dell'Afghanistan.

Passiamo ora all'Italia e al suo "uomo dell'anno". A Silvio Berlusconi facciamo gli auguri per guarire presto dalle conseguenze subite dall'assalto di Milano. Ci auguriamo anche che questa atmosfera di "amore" propagandata dal premier convalescente, non sia il preludio ad un altro tentativo di zittire le voci del dissenso al suo governo. L'accusa, sentita in Parlamento, contro gli "istigatori di odio e violenza" riferita alla stampa, è gravissima in un paese democratico. In democrazia il diffuso sentimento dell'"amore" nei confronti di un capo del governo non solo non è necessario ma può essere pericoloso. Meglio averne fiducia e stima, se riesce ad ottenerla, che "amarlo" un capo di governo. Anche in politica, l'amore può diventare cieco. Hitler, Mussolini, furono troppo "amati". Ancora di più lo fu Stalin, "grande padre della patria", lui che di russi ne uccise milioni. Quindi per carità di nostra patria, Berlusconi non invochi più l'amore, che si addice più agli stati totalitari, ma solo il giudizio politico nei confronti di quello che ha fatto o saprà fare così come, nel caso giudiziario, nei confronti di quello che una sentenza potrà dirci se ha o non ha commesso.

A tutti i lettori da New York gli auguri per un 2010 di pace, lavoro e magari anche più amore, giustizia e libertà.