LIBRI/La verità? Un’impostura

di Franco Borrelli

STORIA e verità non sempre son la stessa cosa, anzi. “Il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura... più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri... Tutta un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie!”

Parola di Leonardo Sciascia, il quale, ne «Il Consiglio d’Egitto», ci “dimostra” come la stessa possa essere manovrata ed artefatta. Paradosso e ironia a parte, sorprende e incuriosisce l’affermazione forte di uno che “spaccava” ogni granello di cronaca, in una Sicilia (e in un’Italia) in cui la sete del potere detta(va) legge, costi quel che costi, a danno della semplice evidenza. Basta un nonnulla, una parola malposta o “non sentita” o buttata là per caso, a confondere e intorbidare la melma ove gli uomini s’illudono, oggi come nei secoli passati, di trovare il vero, il fatto. Quest’ultimo, qui, non è più quello pirandelliano, inconfutabile e che non si può più cambiare, ma può diventare - con pazienza e intelligenza diaboliche - creta da lavorare e da spacciare poi per... vero.

Per teatro una Palermo settecentesca, un abate, don Giuseppe Vella, abile falsario, s’inventa un antico codice arabo che dovrebbe delegittimare privilegi e poteri baronali isolani a favore del viceré Caracciolo, e si prepara a pubblicarlo facendolo passare per vero in una sua “fedele” traduzione. Apriti cielo! In città, confusione e malumori e paure, nonché desideri di vendetta, non restano nell’ombra, ma preparano trame, attacchi, rivoluzioni e violenze che dovrebbero, sconvolgendo tutto e tutti, lasciare poi il tutto com’era. Basta un sassolino gettato nello stagno della verità per smuoverne e confonderne le limacciose acque, offrendo nuovi connotati, nuovi panorami, nuove soluzioni, nuovi aggiustamenti. Anche portando sulla forca o alla decapitazione chi della congiura s’è fatto animatore e portavoce.

Il romanzo, qui, cessa di essere fantasia e invenzione e si traveste storicamente. Un taglio con la tradizione, se vogliamo, forse una cosa non proprio del tutto nuova, ma che con Sciascia assume il colore e il valore della forte e convinta denuncia di malcostumi e collusioni malavitose ad ogni livello, di potere e di cultura, coinvolgendo, come cerchi concentrici che il sassolino lanciato genera sulla superficie delle acque, davvero tutti, dal popolino al clero, dalla classe baronale dominante ai vertici massimi dell’Italia (“pardon”, del Regno delle Due Sicilie).

L’imbroglio diventa così arte finissima, perché tutto, davvero tutto, può essere manovrato, rifatto e spacciato - udite, udite! - per verità pura. C’è in Sciascia, ovviamente, sarcasmo e un sorriso tanto beffardo quanto ironico per tutto questo, e lo scrittore, da abile regista qual era ed è, sa portare il lettore nell’intrico di passioni, tradimenti, attese, invidie e colpi alcuni dei quali davvero molto bassi, in quel labirinto ov’è difficile trovar persona di cui fidarsi in una Sicilia che sembra d’altri tempi e che invece ti ritrovi intorno viva e palpitante ancor oggi. Basta, per rendersene conto, leggere le carte di un qualunque processo di mafia, seguire i collegamenti politico-malavitosi coinvolgenti non solo chi del potere fa(ceva) professione ma anche chi invece, come gli ecclesiastici, dovrebbe pensar piuttosto a cose dello spirito segnanti uguaglianza e giustizia e fraternità. Una coscienza della società, antica e moderna insieme, che fa del Racalmutese  un profeta difficile ad ascoltarsi sì ma col quale, nel segreto del cuore e della mente, non si può non finire poi col concordare.

Ne pubblica, a celebrazione dei vent’anni dalla morte, una nuova edizione la milanese Adelphi [www.adelphi.it], che del siciliano sta certosinamente ripubblicando tutta l’opera. Di lui, ad esempio, sono recentemente riapparsi, per la stessa casa editrice, anche i «Fatti diversi di storia letteraria e civile» che lo scrittore riunì e pubblicò poco prima della sua scomparsa, “fatti di cronaca, cronache quotidiane, cronache a sfondo nero, passionali e criminali spesso, sempre di una certa stranezza e di un certo mistero”. Una ricerca della verità, anche qui, da detective, una fedeltà morale all’accaduto e a chi vi ha preso, volente o nolente, parte, fanno ancora una volta di Sciascia un esemplare raro nella letteratura dell’Italia di quest’ultimo mezzo secolo. Una voce solitaria in un deserto di pseudo attenzioni, tutti (o quasi tutti) presi come si è dall’apparenza, dallo spettacolo pirotecnico superficiale e colorato, piuttosto che dal “vero reale”.
Sempre Sciascia anche per Il Narratore Audiolibri  [www.ilnarratore.com], che propone «A ciascuno il suo», letto con profonda e coinvolgente passione da Massimo Malucelli (ha studiato, tra l’altro, all’Actors’ Studio di New York). Si parla qui di un non ben precisatop paese siciliano ove, all’inizio degli anni Sessanta, ha luogo un duplice omicidio. Il professor Laurana non crede alla versione ufficiale e comincia un’indagine tutta sua, mosso da una sorta di curiosità intellettualle, se vogliamo definirla così. La verità è lì a due passi quando, fra ambiguità e sfiducie anche nei confronti dello Stato, pensa di lasciar tutto perdere; ma, purtroppo, si è spinto un bel po’ oltre... Inattesa e con i segni della beffa la conclusione, e con quel senso d’irritante impotenza da cui ci si sente colti dinanzi alle cose (e alle manovre) della vita. Poco più di quattro ore di ascolto, e uno squarcio esistenziale che si apre dinanzi a noi, sorprende e lascia, come assai spesso con le pagine di Sciascia, senza... parole.