LETTERATURA/PERSONAGGI/Benny, passione Ferrari

di Gregorio Napoli

Partono i bastimenti pì terre assai luntane…”. “…Mamma, mamma dammi cento lire che’ in America voglio andar…”, e quante altre di queste canzoni, hanno connotato un’epoca? L’epoca delle grandi partenze, delle lunghe distanze, e spesso delle partenze senza ritorno.
Cantavano per descrivere il viaggio, la traversata, le asprezze del lavoro in terra straniera; per nostalgia, cantavano per disperazione, cantavano per speranza. Speranza di poter trovare nel nuovo mondo quello che non avevano nella loro terra. Speranzosi o illusi. Si calcola che l’emigrazione ha portato all’estero tra il 1876 e il 1988 quasi 27 milioni di italiani.

“Siamo stati un popolo di emigranti”. Questa la frase pronunciata dal Presidente della Repubblica Napolitano, all’inaugurazione del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, nel complesso Monumentale del Vittoriano a Roma. Il Capo dello Stato ha ricordato che quello dell’emigrazione: “…è stato un capitolo essenziale della storia d’Italia…”.

E chi non ha avuto un nonno, uno zio, un parente emigrato per lavoro, per ricongiungersi con qualche familiare, o anche solo per spirito d’avventura? Sono stati accusati di essere incivili, ritardati mentali (perché non sapevano leggere e scrivere). Sono stati accusati di avere esportato malavitosi. Ma quanti milioni di emigranti sono partiti invece, per lavorare in maniera onesta e con spirito di sacrificio; in condizioni disumane, ma sempre dignitosamente?

Nel secolo in cui forme di razzismo o xenofobe, dovrebbero essere superate dall’intelligenza, dalla cultura, dalla razionalità, ritornano atteggiamenti e movimenti di intolleranza. La sola conoscenza del dialetto siciliano, può impedire a un uomo di diventare uno degli uomini più in vista di New York? Il dialetto siciliano come unica lingua di relazione, poi l’approdo nella 107esima, “la strada degli italiani…”
E’ una storia positiva, che porta alto il nome dell’Italia. Una storia nella quale gli ingredienti principali sono il lavoro delle mani e il collante della famiglia, che pur nell’integrazione nella nuova terra, non dimentica le proprie radici. L’orgoglio di essere italiani. Che grande esempio per i giovani! L’importanza di far loro conoscere i valori fondamentali quali: il lavoro, l’unione familiare, la dignità e l’amor di patria! I ragazzi oggi sono “distratti” da modelli trasgressivi, riferimenti negativi, da imitare per emergere; per affermare la propria personalità e sentirsi qualcuno, usando le “vie” più brevi, tralasciando lo spirito di sacrificio - nel volere tutto e subito - l’abnegazione, la forza interiore.
Brevi cenni sul romanzo «Da qui alla Merica» di Graziella Lo Vano [pp. 193, Casa Editrice Kimerik, Patti (Messina), 2009, Euro 10,00]: narra la storia di una famiglia che si sposta tra l’Italia e l’America. Prende l’avvio nel 1929, durante la recessione americana, abbracciando il periodo temporale che va dagli inizi del ’900, le due guerre mondiali, fino ai nostri giorni.

A differenza di molte altre storie di “partenza”, la storia inizia con un ritorno al paese. Vanno incontro ad un mondo arcaico, ancora medievale. Catapultati indietro di parecchi anni, se non addirittura secoli; non ancora sfiorato dalla meccanizzazione industriale. Il lavoro nei campi, l’aratura che avveniva con aratri manuali, come pure la coltivazione della canapa, del lino, la produzione della lana e della seta. I sistemi di conservazione delle derrate alimentari è arcaico, e seguono le produzioni stagionali.

Pregiudizi, superstizioni, imperano, così come esistono in quel periodo storico in tutta la cultura contadina. Si materializzano personaggi immaginari dettati dalla fantasia e dalle paure ataviche. Ogni paese ha i suoi: a Napoli i “munachielli”, a San Fratello i “monachini”. Esseri un po’ uomini, un po’ fantasmi, capaci di compiere gesti straordinari, come quello di attraversare i muri. Dispettosi, ma tutto sommato simpatici.
I Caiola ritornano non da pezzenti; acquistano terre, armenti e un mulino, ma soprattutto con un bagaglio di esperienze assorbite durante la permanenza nel nuovo mondo. Ritornano a far parte di quella comunità, partecipando alle ricorrenze, feste folcloristiche di antica memoria: “I Giudei” della Settimana Santa, il carnevale vissuto sotto lo sfondo dei mandolini e dei balli in casa.

Ma la Seconda Guerra Mondiale spazza tutto quel mondo, travolgendo cose e uomini. Non è destino che i Caiola rimangano in Sicilia. Faranno ritorno negli Stati Uniti. E avranno il coraggio, la forza di ricominciare ancora una volta d’accapo.

Nel corso del romanzo l’attenzione si accentra su un personaggio, Benny, la sua vita, il suo lavoro che inizia come manovale, per poi salire sempre più su, fino a diventare uno dei maggiori costruttori e dare lavoro a centinaia di uomini, soprattutto connazionali; le opere di beneficenza (una casa di riposo nel paese natale), le sue conoscenze importanti e tra gli altri Anthony Quinn, del quale ne diventa fraterno amico e ne battezza la figlia. La vendita della M.G.M. La passione per le Ferrari (forse perché il padre, quando lui era bambino, rifiutò di comprargli una bicicletta?). Adesso è diventato uno dei maggiori collezionisti di Ferrari. Infatti, nei raduni internazionali della casa automobilistica, Montezemolo invita Benny, a rappresentare l’America.
Il 2 giugno 1993, il Presidente della Repubblica gli conferisce, per i suoi meriti, il titolo di “Commendatore” (la storia, come opera inedita, ha già vinto un premio a Napoli e uno a Messina. E questo è un buon inizio). Possa «Da qui alla Merica» avvicinare continenti che pur così diversi, hanno acquisito molte affinità, oltre che vincoli di amicizia e cooperazione.

E’ dunque questa, la storia di un uomo che si è “fatto da solo” in una terra così diversa da quella di origine, grazie alle sue capacità. Ma che non dimentica la propria patria: “God Bless Italia, God Bless America”, ama ripetere il protagonista.