MUSICA LEGGERA \ PERSONAGGI/Cantantessa mondiale

di Filomena Troiano

Carmen Consoli, siciliana e cantantessa, a partire dal 6 gennaio si esibirà in concerti live tra il Canada e gli Stati Uniti. Tre le tappe in musica del mini tour americano di Carmen che precede di poche settimane quello italiano. Le sue note toccheranno Montreal, Boston e New York City. Nata nel ’74 a San Giovanni La Punta, nella scenario della natura ricca e ispiratrice della provincia catanese, cresce coltivando le note blues da BB King ai Creedence Clearwater Revival e con il soul forte di Janis Joplin. In quindici anni accumula conferme e successi come pochi sanno fare. Acclamata per “Amore di Plastica”, che al Festival di Sanremo ’96 segna il suo debutto ufficiale al grande pubblico, Carmen da subito si porta in alto nelle classifiche musicali nazionali e di lì a poco in quelle estere. Anni energici e intensi, di grandi ispirazioni fanno da cornice a 13 album, tra questi “Confusa e Felice” (1997), “Stato di Necessità” (2000) e l’ultimo “Elettra”, uscito a fine ottobre. Un’antologia di dieci brani inediti in italiano, siciliano, arabo e francese, scritti e registrati l’estate di quest’anno, poco dopo la morte del padre (è proprio di questi giorni il contratto con l’etichetta Wrasse per la pubblicazione di “Elettra” anche qui negli USA).

“Elettra” riassume la Carmen di oggi che brinda ed indaga sulle possibili declinazioni dell’amore: l’amore materno, filiale, carnale, promiscuo, fedele e spirituale. In una ricerca che è linguistica ma anche musicale e tematica. Nelle classifiche è secondo solo all’album postumo di Michael Jackson.  Un’habitué da queste parti, è la prima artista italiana a partecipare al South By South West Festival ad Austin, in Texas, nel 2004. A questo appuntamento se ne aggiungono altri che la vedono protagonista in lungo e largo su tutto il territorio americano. La paladina di “Maria Catena” collabora con numerosi artisti di casa nostra, da Mario Venuti a Max Gazzè e Paola Turci i quali partecipano in più occasioni ai suoi concerti. Scrive e duetta più volte con Franco Battiato. Insieme cantano “Tutto l’universo obbedisce all’amore”, contenuto nell’album “Fleurs 2” dell’amico e lui è lo special guest nel suo “Elettra”. Si esibisce e scrive pezzi con artisti internazionali del calibro di Serge Gainsbourg, Angelique Kidjo e Goran Bregovi c con cui scrive la canzone principale della colonna sonora del film “I giorni dell’Abbandono” di Roberto Faenza. E’ insignita di numerosi premi, tra questi più di un Premio Italiano della Musica e il Nastro d’Argento del Film Fest di Taormina nel 2000. In Europa si fa apprezzare partendo dalla Francia dove nel 2001 debutta con alcune date. Da questa esperienza la sua musica diventa meno rock e l’impatto degli strumenti elettrici diminuisce regalando ai suoi brani un timbro più classico, fatto di archi e fiati.

Ad Oggi 7, la Carmen di “Fiori d’arancio”, ha raccontato di “Elettra”, ha ribadito il legame imprescindibile con la sua terra, la Sicilia, e ha presentato il suo prossimo tour italiano. Si definisce donna alla moda e di tendenza, appassionata di cucina e di ingredienti semplici e preziosi. Convinta che l’amore e la conoscenza siano la chiave della vita, Carmen ha dichiarato di aspirare ad un doppio lavoro, quello di artista e di “madre indaffarata”.


Il 1996 segna il tuo debutto ufficiale al grande pubblico. Il contesto era quello del Festival di Sanremo e il brano “Un amore di plastica”. Cosa è cambiato da allora?

«E’ cambiato tutto. Innanzitutto è in quel contesto che ho capito che cantare era quello che volevo fare per il resto della mia vita. Questo è molto importante, perché quando uno determina ciò che vuole diventare esaudisce un desiderio essenziale. Da lì ho pensato esclusivamente a proiettarmi in questo mondo. Ho iniziato a viaggiare come prima cosa, avevo voglia di conoscere e arricchirmi, così mi sono concessa posti diversi in lungo e in largo. Ho lavorato e studiato tantissimo con la curiosità che negli anni ha continuato a crescere. Poi sono un’amante di tutta l’arte in genere e questo ha contribuito ulteriormente ad aggiungere al mio bagaglio e a regalarmi ulteriori stimoli. Ora mi rendo conto che è stato un po’ come tirare su un bambino, un bambino che oggi ha quindici anni».


Sei nata in una dimensione rurale, questo cosa ha concesso e tolto alla tua carriera?

«Di certo non ha tolto nulla, direi piuttosto che ora gli sta restituendo ogni cosa. Chi ha bene in mente la terra, il ciclo della natura, come questa si comporta, comprende molto bene di cosa è parte e sa aspettare. E sa soprattutto come aspettare le risposte a cose precise. La risposta all’arte, all’attesa, alla frenesia del successo per esempio devono scaturire perché ci si sente a proprio agio e perché uno si senta a proprio agio ha bisogno di essere in sintonia con l’ambiente in cui vive. E mi riferisco all’aria, all’atmosfera, agli amici, a ciò che fai, senza scadenze o alcuna fretta. L’attesa in base a questa consapevolezza diventa una gioia. Inoltre se si considera che la mia terra, la Sicilia, ha le stesse caratteristiche territoriali dell’Africa, con una natura simile e che Catania in particolare è situata tra l’Etna e il mare quindi tra fuoco e acqua è facile intuire che l’energia che ne deriva è davvero bestiale. Io credo molto in questa cosa qui».


Il tuo ultimo album porta come titolo il nome di una donna, “Elettra”, qual è il riferimento?

«Io ho sentito sempre un amore particolare per i miti greci, ne sono sempre stata affascinata e quindi mi piace anche prenderli ad esempio per delle situazioni attuali. In questo caso non è del mito di Elettra che mi interessa parlare ma piuttosto di Elettra che sta ad esempio dell’amore paterno. Il disco dunque è dedicato a questo amore».

L’amore è un punto di arrivo o di partenza?
«È un punto di partenza. Se non si parte con l’amore in ogni circostanza, nella musica, nell’ambiente in cui vivi, nel percorso di coppia, di padri, di figli, se non si parte da questo presupposto, secondo me rischiamo di fare le cose a metà e con meno valore. Tengo a sottolineare che la prima forma d’amore, quindi quella più importante, è l’amore per se stessi. Se osiamo fare le cose per convenzione, perché ci viene imposto, o per la teoria dell’“è giusto che sia così” per consuetudine, allora è tutto perso».


Dal 2 febbraio 2010 partirà il tour nazionale, “Elettra”, e sarà una novità. Di cosa si tratta?

«Sarà un tour completamente diverso, con due band separate, con due repertori distinti, in cui propongo due lati di me stessa. Io per la prima volta sarò al basso. Due tour paralleli che mi piace definire d’avanguardia. Alcune date e dunque alcuni luoghi saranno un laboratorio fatto in presenza del pubblico. Un esperimento d’avanguardia con musica prettamente elettronica. Si chiamerà “Club Tour Ventunodieciduemilatrenta”. Non ho mai avuto a che fare con questo tipo di musica. Mi sono avvicinata ai ritmi tribali della musica africana, della musica dei Balcani, ho fatto la canzone popolare, il jazz ma mai confrontata con l’elettronica, sarà la prima volta in assoluto. L’altra parte del giro invece, il binario parallelo, avrà come contesto il teatro, dove mi propongo con i suoni tradizionali della mia chitarra e dunque con le mie radici».


Più tradizione o tecnologia?

«Tradizione che diventa avanguardia. Ad esempio, in macchina ho continuato ad usare il mangianastri nonostante il cd player. Mentre tutti ascoltavano la musica con il dischetto io avevo ancora solo la cassetta. Poi d’un tratto mi sono ritrovata ad utilizzare l’ipod con tanto benemerito vantaggio. Quindi diciamo che non mi affretto, è evidente che molte volte la tecnologia rompe i rituali e solo con il tempo sei in grado di capire se questo può avere un senso. Io che sono una snob del suono, amo il vinile. Il suono che ne deriva dall’ascolto del vecchio disco è di gran lunga superiore a qualsiasi altro dispositivo. Non si può mettere a confronto con il cd che tecnicamente è molto più veloce e quindi inevitabilmente meno preciso. Infatti mi accorgo che stanno ritornando i piatti. Dunque sì alla tecnologia però con attenzione e occhio critico».


In America sei un’habitué. Che tour sarà quello di gennaio in Canada e negli Usa?

«Farò delle performance live con chitarra acustica e mandolini e racconterò delle storie. Storie legate alla Sicilia, in particolare legate alla mia provincia che in un certo senso sono simili a quelle della provincia americana, penso ad esempio a Milwaukee».

In che modo?
«Ho visto spesso arricchiti della mia provincia che si atteggiano a persone diverse, nel modo di relazionarsi agli altri ma anche nel modo di vestire, e non so, di volere a tutti i costi nascondere da dove vengono. Questo può facilmente essere paragonato all’arricchito un po’ ignorante della provincia americana che allo stesso modo pensa che con i soldi può improvvisamente comprarsi altre radici, un altro luogo, un altro modo di essere dunque. Ecco uno delle tante cose in comune, la malattia dell’apparenza».


Il concerto dell’8 gennaio a New York City lo farai al City Winery, ristorante e winebar, perché lì?

«Prima del concerto ci sarà una degustazione di vini siciliani, vini per tradizione molto forti e la mia intenzione è quella di associare al gusto dei frutti della Sicilia la mia musica, è una scelta fatta di proposito. Tra il gusto e la musica c’è una questione di chimica. Sarà insomma una presentazione forte, fatta di sole, terra, vento e quant’altro smuova dentro. Quindi questo abbinamento, questo dualismo, è energia con tanta chimica».


Nasci come artista rock. Che tipo di rock è il tuo?

«Il rock nasce in America, Woodstock è uno dei maggiori esempi in questo senso e la filosofia che lo sorregge è rappresentata dal ciò che destabilizza, che mette in discussione. Il vero rock italiano è quello che fa questo cogliendo dalle radici. È De Andrè, ad esempio, quando canta “un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo”. Oppure è la cantante siciliana Rosa Balistreri che “Canta e cunta”. Se Janis Joplin fosse stata italiana sarebbe stata Rosa Balistreri ad esempio. Ecco, Il mio protende verso questo tipo di rock».


Janis Joplin, tua musa ispiratrice, è stata la più grande rocker degli Anni Sessanta e personaggio tanto coraggioso quanto triste. Quanto c’è di lei in te?

«Personaggio blues che quindi incarna il dramma del suo tempo nonché i sogni e ahimé un triste epilogo. La sua fine infausta legata all’eccesso di generosità e quindi della sofferenza sentimentale fa di Janis Joplin un’eroina che muore d’amore. C’è molto di lei in me perché io cresco in una terra dove la fanno da padrone le tragedie greche, esiste il morire d’amore, l’amore estremo per tutte le cose. Una ragazzina del Texas cresciuta ai tempi delle discriminazioni tra bianchi e neri era dalla parte dei discriminati, una che invece di vivere dalla parte dei forti sceglie la denuncia e siede su posizioni scomode. Lei era davvero d’avanguardia, i suoi erano dei messaggi importanti. Ecco quanto vorrei e spero che in me, e in quello che faccio, ci sia di lei».


Molti dei tuoi brani raccontano delle donne. Cosa vuol dire essere donna nel mondo dell’arte?

«Innanzitutto vuol dire dare la propria versione, le versione femminile. La differenza è solo in questo. Una cosa che mi spaventa è il cosiddetto “maschilismo femminile”. Alcune donne, se assumono ruoli importanti, riescono a diventare più uomini degli uomini e questa è una grossa perdita».


Sei “la cantantessa”, che effetto ti fa questo appellativo?

«Questa cosa mi piace molto perché la sento proprio nel Dna. E sento di avere un patrimonio antico dentro che sta venendo fuori. E mi riferisco a tanti aspetti. Lo sento come un riconoscimento giusto e ne sono troppo fiera. E il mio più che successo è un succedere, nel senso dei miei sogni che verranno. Il successo, che deriva dall’amore che nutro verso la musica, mi sostiene e mi dà stimolo a rimanere proiettata verso il futuro. Sono una donna fortunata perché vivo in mezzo a tutto quello che amo e dirò di più, per questo motivo penso che non mi ammalerò mai».

Il posto che ami rivedere, a parte la Sicilia.
«Parigi e poi New York. Hanno fatto entrambe la storia della musica, in modo diverso insieme sono le protagoniste in questo campo. Parigi è la città che ha accolto i più grandi compositori, penso a Bellini, Rossini quindi gli artisti in generale, da tutti i posti del mondo, che questi fossero poeti, pittori o altro. E New York ha recepito molto dalla Francia e ha preso esempio, diventando la capitale di tutta la musica e non solo».


Come ti immagini nei prossimi dieci anni?

«Una mamma indaffarata. Una mamma che continua a fare la sua musica, che fa mille cose, va, torna, che vive la sua passioni al top e che si continua a misurare. Una mamma felice e nella musica, sicuramente».