IL FUORIUSCITO/Silvio e i suoi fratelli

di Franco Pantarelli

Uno scontro fra due donne: una è Katina Paxinou, formidabile interprete di Rosaria Parondi, la madre di Rocco e dei suoi fratelli; l’altra è Annie Girardot, anche lei ottima interprete di Nadia, la donna di cui uno dei fratelli di Rocco, Simone (Renato Salvatori), è morbosamente innamorato. Lo scontro è ovvio: Rosaria incolpa Nadia per la china verso il basso presa da suo figlio. Nadia risponde che è pronta a togliersi dai piedi ed anzi nel momento più aspro della lite raccoglie le sue cose e accenna ad andarsene. A quel punto Rosaria cambia inmediatamente tono, si lancia in suppliche a Nadia perché rimanga e gli spettatori si sorprendono.

Perché Rosaria non approfitta dell’occasione? La risposta la dà lei stessa poco dopo. Il problema non è Nadia ma il cuore e la testa di Simone. Se lui riuscirà a guarire dal fuoco che lo brucia dentro, la partenza di Nadia sarà Simone stesso a volerla. Se invece a cacciarla (o a lasciarla andare) è lei, la madre, per Simonre sarà perfino più difficile curarsi.

Che c’entra il ricordo di quel grande film di Luchino Visconti con l’evento che ha calamitato tutto per una settimana, vale a dire l’attacco a Silvio Berlusconi? C’entra perché la scelta sofferente di quella donna del Sud degli anni Sessanta è una specie di apologo contro chi vede in Berlusconi la causa principale, se non addirittura l’unica, della profonda malattia di cui è affetta l’Italia in questo periodo della sua storia. Da quell’assioma sbagliato all’idea che eliminando “lui” si elimina tutto (o magari che colpendo lui si colpisce anche il suo “sistema”), il percorso può anche non essere molto difficile, ma per passare dall’elaborazione della ricetta alla preparazione effettiva del piatto da mettere in forno e poi alla cottura ci vuole un ultimo ingrediente indispensabile: una mente squilibrata.

A Piazza Duomo quell’ingrediente indispensabile è apparso sotto le sembianze del povero Tartaglia, lo psico-labile da tanti anni in cura. Ma a quanto pare pochi, nell’Italia “che conta”, hanno mostrato di essersi  accorti di lui, o più esattamente molti non hanno voluto accorgersi di lui e delle sue condizioni mentali per poter cavalcare una campagna opportunista, becera, dal respiro cortissimo e in definitiva – non in tutti i casi ma in molti – semplicemente imbecille.

L’opportunistica. Il compito principale che i cosiddetti berluscones si danno immediatamente è quello di individuare i mandanti, cioè coloro che hanno messo la miniatura del duomo di Milano in mano a Tartaglia e gli hanno sussurrato: “Va e colpisci”. Loro sanno benissimo chi sono quei mascalzoni ma sanno altrettanto bene che a nominarli seccamente, cioè mandanti e basta, si rischiano costose querele e bruttissime figure. Ne sa qualcosa uno dei più noti fra loro, Vittorio Feltri, direttore del “Giornale”, che per evitare un risarcimento monetario consistente ha confessato in prima pagina di avere pubblicato il falso rispetto al direttore di “Avvenire” Dino Boffo (una roba da andarsi a nascondere). La parola “mandante” non si può dunque usare, e così ricorrono a una parolina che hanno da tempo escluso dal loro vocabolario ma che in questo caso è bene ripristinare: morale. Nessuno è un mandante, dunque, ma per i “mandanti morali” non c’è che da scegliere. Si tratta semplicemente di tutti quelli che non amano Berlusconi.
La becera. Fra i “mandanti morali” ci sono per esempio quei ragazzi che (minoranza temeraria) poco prima della “botta” di Tartaglia manifestavano contro Berlusconi; e ci sono quei pochi giornali che non obbediscono agli ordini di Berlusconi e naturalmente i loro giornalisti di punta a cominciare da Marco Travaglio, il più odiato di tutti perché le cose che scrive sono sempre inoppugnabili.

Quella di corto respiro. Fra i “mandanti morali” ci sono anche quei politici dell’opposizione che hanno osato confermare la loro opposizione al cosiddetto “processo breve”, per evitare le cause che Berlusconi deve ancora affrontare, come se una cosa sbagliata cessa di essere tale se quello che la propone viene ferito.
L’imbecille. C’è gente che parla di “impedire le manifestazioni di piazza” e di intervenire pesantemente nei confronti del web, come in Iran. Come ciliegina sulla torta: un’affermazione di Renato Schifani secondo il quale attualmente il web somiglia molto “agli anni Settanta”, cioè l’epoca in cui quasi ogni giorno qualcuno veniva ammazzato dai terroristi.

P.S. E’ bene ricordare che Schifani in Italia è “la seconda carica dello Stato”. Che bello essere lontani!