A modo mio

Paghiamo il malgoverno

di Luigi Troiani

Quando gli storici si chiederanno perché la democrazia in Occidente iniziasse il declino proprio ai nostri giorni, attribuiranno gran parte della responsabilità al denaro e alla sua forza di corruttela. Non si riferiranno solo all’Italia, anche se il nostro paese svetterà tra i bad boys della vendita di favori e dell’immoralità pubblica. Il morbo, universale come mostrato dalla crisi finanziaria in corso, sarà rilevato specie nei paesi più poveri, quelli che avrebbero avuto più bisogno di governi dediti alla legge e all’interesse della gente.

   Gli storici diranno che la grande corruzione è iniziata negli anni Novanta, dopo la caduta del comunismo nell’oriente europeo. Spiegheranno che da un lato del mondo nomenclature orfane del partito-stato per mantenere privilegi e inebriarsi del costoso benessere all’occidentale, dall’altro burocrazie pubbliche e partitiche non più costrette dalla gara col comunismo a un minimo di decenza e buona condotta, avevano fatto esplodere il commercio illegale di favori e crimini anche attraverso leggi a sostegno dei propri privilegi. Citeranno un’Italia che nel ventennio era scivolata vergognosamente tra i paesi di vasta e inestirpabile corruzione, facendo peggio persino di Botswana e Namibia. Diranno come nel periodo il Belpaese avesse accumulato un deficit ingestibile, gonfio di tangenti, pizzi, dazioni illecite, mazzette, denaro del taxpayer assegnato senza ritegno a partiti saltimbanchi e ballerine, con lievitazione generalizzata dei costi pubblici, aumento abnorme dell’imposizione fiscale, allontanamento degli investitori esteri.

   Ricorderanno che Transparency, analizzando il tasso di legalità delle pubbliche amministrazioni, aveva calcolato già alla metà del primo decennio del nuovo millennio che nella Penisola il flusso degli investimenti esteri si riduceva del 5 e del 16% per ogni punto percentuale di aumento negli indici rispettivi di tasse e corruzione. Si chiederanno come un paese allora pienamente democratico potesse tollerare che un governo presentasse nel 2009 una legge che avrebbe “depenalizzato” e “prescritto” la corruzione. Fatti due conti, testimonieranno che un’Italia consapevole alla fine di quell’anno di essere tornata al reddito di un decennio prima avendo trasferito nel frattempo al 10% della popolazione il 44% della sua ricchezza totale, acconsentiva a onorare i suoi corruttori con l’annuale versamento del 7% del Prodotto interno lordo, mille euro l’anno per cittadino, per un costo cumulato di 25 mila euro a testa.  

   Richiameranno che gli Italiani erano senza debito pubblico ancora negli anni Sessanta, quando un film di successo li dava per “poveri ma belli”. Quegli storici si interrogheranno sul perché un popolo, con tanta storia in cascina, non si fosse rivoltato contro gli uomini del potere. Si chiederanno perché in quella che un tempo si definiva “borghesia illuminata” non ci fosse stato un sussulto di coscienza. Utilizzeranno probabilmente un aforisma di Stanislaw J. Lec:  “aveva la coscienza pulita; mai usata”.