A modo mio

Triduo d’Arte

di Luigi Troiani

Tre serate di spettacolo davvero gradevole al "Parco della Musica": Bandabardò, Ludovico Einaudi, Philip Glass. Peccato per gli assenti, perché  l'Auditorium ha fatto le cose in grande, mettendo in fila eventi che avrebbero potuto caratterizzare il cartellone di una intera stagione.

   Bandabardò è risultata esilarante. Dalla pièce teatrale ambientata nella favolosa isola di Porta Cabagna, ha tirato fuori una serialità di canzoni e ritmi di tutto rispetto, con gag e battute di forte ambientazione. Il pubblico, specie i ragazzi, sono stati trascinati a ballare i ritmi della band, con buona pace di una struttura, la sala Sinopoli, non certo pensata per ospitare i salti scapestrati di giovani contagiati dallo humour musicale del protagonista Ottavio, sognatore d'amore mai soddisfatto. Ottavio, così nella commedia dell'arte è chiamata la maschera dell'Innamorato perpetuo e totale, vive per l'unione irrealizzabile, testimoniandone i continuati fallimenti. Naufraghi nell'isola immaginaria, quelli della Banda narrano esperienze e avventure precedenti, mentre inseguono l'immaginario del protagonista invisibile, antieroe timido ed educato, che chiede rispetto per un cuore inevitabilmente romantico.

   Altra serata, altro artista: Ludovico Einaudi, con Giovanni Allevi pianista sommo del recente panorama pop-classico italiano.  Ha eseguito "Nightbook", insieme di appunti, sensazioni, emozioni elettriche, provate tra Milano e nord Europa, sviluppate durante viaggi e storie di vita, messe su tastiera con l'accompagnamento di un gruppo affiatato di musicisti rigorosi e senza sbavature. La sala Santa Cecilia trabocca affetto e partecipazione, e tributa devozione autentica all'artista, chiamato al termine a più riprese sul palco. Perfetto nello stile, compiuto nelle modalità di esecuzione, Einaudi è venuto in Auditorium con partiture minime, ripetitive all'eccesso, troppo spesso sussurrate e senza mordente. La sua "night music" è sembrata poco spavalda, senza sogni per lo spettatore in cerca di trasporto dentro le luci spente della sala.  
   Da sempre estimatore del minimalismo e della reiterazione di suoni e movimenti che caratterizzano la creatività di Philip Glass, chiedevo conferme al suo "Le streghe di Venezia". Il maestro nordamericano ha messo mestiere nell'opera, senza attingere a empiti di genio o innovazioni. Balletto e scenografia, al contrario, sono risultati ricchi di novità, anche attraverso l'utilizzo di tecnologie video e coinvolgimenti di sala che hanno mescolato con efficacia l'emotività di platea e palco. La storia è semplice: il re di Venezia vuole un erede e si affida alla magia per ottenerlo. L'opera-balletto creata da Glass per i bambini, per questo disseminata di acrobati e saltimbanchi, agita in realtà spunti per adulti di ogni età. All'uscita, la fiaba continua: l'anfiteatro della cavea luccica di  figure  ad altezza naturale. Lucente presepe del Natale.