LIBRI/Trentenni e precari

di Erica Vagliengo

La chiamavano ‘Generazione mille euro'. E' stata spazzata via dalla crisi economica. E ora deve fare i conti con un mondo del lavoro impazzito. Dove si offrono salari ridotti del 35%. Per lavori garantiti un mese o una sola settimana". Così è stato introdotto un reportage sui sottoprecari, pubblicato qualche mese fa su l' Epresso. E, in tempi non troppo sospetti, cioè tre anni fa, Massimo Gramellini, lasciava scritto sul suo Buongiorno de La Stampa: "...E poi ci si scandalizza se nei sondaggi, il 60% dei giovani dichiara di preferire il posto fisso, ancorché noioso, a quello dei sogni. Per amare il rischio bisognerebbe non aver conosciuto la sicurezza: soprattutto non averla perduta". Citando, invece, la Repubblica: "Per la Generazione 1.000 euro, per arrivare alla fatidica soglia servono due impieghi. Storie di giovani e meno giovani che sbarcano il lunario sdoppiandosi in attività diverse".

Come si sa, di parole ne sono state versate tante, da qualche anno a questa parte. E la storia continuerà, senza che, realisticamente parlando, nulla cambi. Sarebbe interessante parlarne vis-à-vis con i due ragazzi che hanno preso in prestito da un articolo pubblicato su un giornale spagnolo, nel 2005, la dicitura ormai famosa, per capire cosa sia cambiato o meno da quando hanno pubblicato su internet il romanzo generazionale (tradotto in sette lingue), fotografia di una generazione dal futuro imprevisto.


Ricordiamo per chi si fosse perso le puntate precedenti, chi siete e per cosa siete diventati conosciuti.

«Siamo due giornalisti, (Alessandro lo è ancora, io - Antonio - al momento non più) - che nel dicembre del 2005 hanno lanciato in rete "Generazione Mille Euro", ritratto agrodolce dei tre milioni e mezzo di giovani che, in Italia, sono costretti a fare i conti con un posto di lavoro instabile e uno stipendio insufficiente per permettersi una vita professionale e personale piena e appagante».


Sono passati quattro anni dal vostro libro pubblicato su internet e dall'apertura di www.generazione1000.com: il romanzo è diventato un film (nelle sale la scorsa primavera), e vi siete dati nuovamente alla scrittura. Cosa è cambiato nella vostra vita?

«Dal punto di vista della nostra quotidianità, sostanzialmente niente: non ci si sono aperte davanti chissà quali porte né, come pensano in molti, la pubblicazione di un libro segna un "salto di qualità" a livello economico. Siamo però diventati una sorta di punto di riferimento all'interno del dibattito su giovani e mondo del lavoro in Italia, e questo è sicuramente l'aspetto di cui andiamo più fieri e che ci fa più piacere, perché certifica la credibilità del messaggio che continuiamo a sostenere».


Quale lavoro avevate prima di vendere più di 20.000 copie del romanzo?

«Alessandro era redattore del notiziario di un'emittente televisiva musicale, io ero un collaboratore freelance di una serie di testate nazionali di musica, cinema e spettacolo».


E qual è il vostro lavoro,oggi?

«Alessandro è caporedattore di Riders, mensile Hachette dedicato agli uomini con la passione delle due ruote, io invece faccio il Project Manager a Blogosfere, web agency di Milano specializzata in blog professionali».


Precari, con pochi soldi, due lavori e un'alta percentuale di prendersi una gastrite, ammalarsi di stress, soffrire di emicrania etc..Come si fa, quindi, ad essere precari e riuscire a cavarsela in tempi di crisi, senza rovinarsi la salute?

«Qualche anno fa avremmo risposto "Cercando di essere ottimisti, di fare leva sul proprio talento e sulle proprie passioni, e non rassegnandosi alla filosofia del Grande Fratello per cui ci si piange addosso su un divano sperando che sia il televoto a cambiarci la vita". Oggi, però, vedendo che le istituzioni non hanno fatto nulla per cambiare le cose e, anzi, la situazione è addirittura peggiorata, vedere il bicchiere mezzo pieno è quasi utopistico. Diciamo che i consigli sono sempre gli stessi, ma la loro applicabilità è ancora meno facile».

Parliamo di "Jobbing: guida alle 100 professioni più nuove e più richieste" (edito dalla Sperling&Kupfer)... nella prefazione, Walter Passerini scrive: "Stiamo passando dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente e (...) cambierà il modo di lavorare: anche ai dipendenti viene richiesto un atteggiamento diverso, più intraprendente". Mah... difficile credere che venga messa in atto questa rivoluzione... voi che ne pensate?
«Che invece, dal punto di vista del dipendente, questa rivoluzione è già ampiamente in atto, e soprattutto dopo che la crisi ha decimato i posti di lavoro costringendo a reinventarsi, sia chi lo ha perso sia chi lo ha mantenuto. Piuttosto, sarebbe ora che le aziende iniziassero a dare il giusto valore all'intraprendenza dei propri dipendenti senza continuare a spremerli come limoni nell'ottica del "massimo rendimento con la minima spesa"...»


Domanda per Antonio: oltre a Jobbing con Alessandro, hai sfornato anche l'adattamento italiano di "Il piccolo libro di Twitter" di Tim Collins. Immagino sarai anche su Twitter... ci spieghi perché sia importante esserci?

«E' importante esserci perché oggi la comunicazione passa soprattutto attraverso la Rete e, in Rete, passa soprattutto attraverso i social network, Facebook e Twitter in particolare. Twitter ha un enorme vantaggio, da questo punto di vista: permette di pubblicare messaggi non più lunghi di 140 battute, ed è dunque perfetto per comunicare in modo istantaneo con - potenzialmente - tutto il mondo, com'è avvenuto la scorsa estate durante le rivolte in Iran e in Afghanistan. E poi è il social media più usato dalle celebrities internazionali, e chi ha sete di gossip può abbeverarsi direttamente alla fonte! :)».


C'è speranza di uscire da questa situazione di caduta libera inarrestabile, in un Bel Paese anomalo, "dove la condizione dei giovani è diventata banalità - come ben dice Giorgio Fontana, nella recensione del libro di Concetto Vecchio - un fatto fondamentalmente accettato. E poche cose sono più amare di un problema reale percepito come banalità".

«Beh, in fondo ci hanno insegnato che "Finché c'è vita c'è speranza", e ci stanno insegnando che a 35 siamo ancora giovani e abbiamo ancora "Tutta la vita davanti"... Ecco: il fatto che si continui a ignorare (o insabbiare) la pericolosità culturale di questi due concetti la dice lunga su quanto sarà difficile uscirne. Servirebbe, per assurdo, un'implosione la più rapida possibile di tutto questo rovinoso status quo, e una ripartenza da zero con facce e idee nuove. E' possibile che succeda, dando un'occhiata a come funzionano le cose nel nostro Paese? La risposta a questa domanda è anche la risposta alla tua...»