MUSICA LIRICA/Donizetti tutto cuore

di Franco Borrelli

Semplicità e passioni travolgenti quelle che colorano gli amori lirici di Gaetano Donizetti. Sono lontane anni luce, ad esempio, l'Adina de «L'elisir d'amore» e la Lucia della «Lammermoor», ma entrambe dividono (anche se in modi e misura diversa) gli stessi umori e calori. Alla linearità sentimentale e ai giochi leggeri e sempliciotti del cuore dei "campagnoli" nell'«Elisir», fanno da contrappunto l'intensità nobiliare e la sete di potere e di affetti che si fanno travolgenti nella tragedia della «Lammermoor». Nel prima opera l'amore alla fine trionfa sorridente sui giochetti che Adina e Nemorino mettono in campo, nella seconda, invece, sono lo stupore e la pietà dinanzi all'impossibilità per Lucia ed Edgardo di consumare fino in fondo quel desiderio che li lega e che va ben oltre le contraddizioni sociali e le lotte tra famiglie nemiche, sorta di "Giulietta e Romeo" un po' più nordica, ma con un fiume mediterraneo di colore e di calore limaccioso e travolgente.

La prima è come una favola d'amore. «L'elisir» è piacevole proprio perché s'affida a impulsi e romanticherie d'una delicatezza e d'un candore inusitati. Come si può credere, se non si ha l'animo sgombro totalmente di malizia, che basti una pozione "magica", una bottiglia (o due) di... vino, per poter avere fra le braccia la ragazza amata? Nemorino non è solo, o non tanto, un credulone come ce ne sono ancor tanti, ma un animo libero e pulito, non segnato dal male, che desidera ardentemente la sua Adina, apparentemente lontana, più intelligente (perché "legge e studia" sempre), più smaliziata, più usa ai giochi del mondo, ma che, alla fine, non può non resistere al desiderio totale e scevro da altri interessi che il giovane ha per lei.
La seconda, invece, è a tinte assai più forti. Qui l'amore è totalizzante, non importa chi e che cosa lo muovano. Le follie e le forze del mondo nulla possono contro una passione che non conosce limiti, capace com'è di valicare distanze geografiche ed emotive stupefacenti. E la follia diviene poi qui protagonista in assoluto, con una Lucia costretta ad andar sposa per ragion di stato contro la sua volontà, grazie a prove artefatte che denunciano la presunta malizia di Edgardo e che si risolvono, come in una tragedia greca, nel sangue dell'omicidio-suidio; la poverina, purtroppo, non sa e non può darsi pace e ragione dinanzi a un'infernale coalizione malefica contro di lei e I suoi sentimenti per l'amato Edgardo.

Ce ne danno una stupenda conferma due nuove registrazioni, quella di un «Elisir» storico registrato al Comunale di Firenze nel '55 e una «Lucia» ripresa al Met all'inizio di quest'anno. La prima in duplice Cd, la seconda in doppio Dvd. Ad interpretarle voci incantevoli e dal fraseggio impeccabile come quelle di Giuseppe Di Stefano (Nemorino), Fernando Corena (Dulcamara) e Hilde Gueden (Adina) nell'«Elisir»; di Anna Netrebko (Lucia) e Piotr Beczala (Edgardo) nella «Lucia». A dirigere la prima, con l'Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino, un eccellente ed esemplare Francesco Molinari-Pradelli; sul podio della seconda, con la Metropolitan Opera Orchestra & Chorus, un sempre più maturo Marco Armiliato. La prima riproposta dalla Decca, la seconda dalla Deutsche Grammophon (entrambe del gruppo Universal Classics).

Stupisce, in due edizioni così lontane nel tempo (e nella tecnologia), la limpidezza del fraseggio e la stupenda melodia dell'interpretazione. Pochi altri tenori, in quest'ultimo mezzo secolo, possono infatti vantare una pronuncia tanto piena e rotonda e "pulita" come Di Stefano; e pochi altri soprani possono mettere in mostra come la Netrebko, con una voce vellutata e dotata d'una coloratura assai fascinosa, una capacità istrionica intensamente coinvolgente e in grado di entrare nelle pieghe più riposte del personaggio. Pochi altri possono competere con la "semplicioneria" lirica di Di Stefano, e poche altre cantanti son dotate d'una voce sì suadente e calda come quella della Netrebko.

In questo Donizetti "bifronte Giano", tantissimi sono i momenti da assaporare e gustare, parola per parola, nota per nota; e la lista sarebbe lunga assai. Ma alcuni di essi vanno comunque segnalati su tutti, per poesia e trasporto emotivo. Nell'«Elisir», prima delle altre, "Una furtiva lagrima" (Nemorino), ma ad essa stanno molto vicine arie come "Quanto è bella, quanto è cara", "Una parola, o Adina", "Adina, credimi, te ne scongiuro" ed "Esulti pur la barbara" (Nemorino), oppure "Benedette queste carte" e "Chi è mai quel matto?" (Adina). Nella «Lucia» i duetti fra Lucia ed Edgardo "Qui di sposa eterna fede" e la struggente-romantica "Verranno a te sull'aure", il sestetto "Chi mi frena in tal momento", e "Ardon gli incensi... Sporgi d'amaro pianto" (la scena della follia ove la Netrebko è davvero fra le poche "super pazze" incantevoli della lirica in assoluto); nonché "Tombe degli avi miei» ove Beczala/Edgardo esprime fino in fondo la sua devozione, il suo rispetto e il suo incommensurabile amore per la giovane morta tanto immaturamente quanto tragicamente.

Un Donizetti sorprendente e stupendo in ogni sua forma, capace con le sue note di cogliere e rendere vive e palpitanti tutte le corde dell'animo umano, con le sue incredibili virtù e con i suoi altrettanti incredibili vizi.