IL FUORIUSCITO/Vieni avanti, cretino!

di Franco Pantarelli

Nella settimana appena trascorsa la vicenda degli italiani esuli per scelta ha avuto una sorta di sussulto, passando dal silenzioso tam tam del web al classico e rumoroso "dibattito", destinato come sempre in Italia a breve vita. Tutto merito di Pier Luigi Celli, direttore dell'università privata Luiss e un tempo direttore generale della Rai, che ha preso l'iniziativa di scrivere in forma pubblica, cioè inviandola al giornale La Repubblica, una lettera a suo figlio che si sta laureando ed è quindi in procinto di entrare nell'esercito di "disoccupati ad alta qualificazione" che staziona numerosissimo nel territorrio italiano.

Senza tanti giri di parole, Celli consiglia semplicemente al figlio (e per estensione a quelli come lui, giovani, in gamba, preparati, promossi a pieni voti) di andarsene dall'Italia perché "questo Paese non è piú un posto in cui sia possibile stare con orgoglio".
Una prova? "Se ti va bene - spiega - comincerai guadagnando un decimo di un portaborse, un centesimo di una velina, un millesimo di un manager con un passato di fallimenti che non pagherà mai". Fuori dall'Italia, invece, c'è ancora spazio per cose come "la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati".
Naturalmente non è vero al cento per cento e Celli è un uomo troppo navigato per non sapere che il paradiso non esiste. Ma è un fatto che in Italia, quando si tratta di assumere qualcuno (o di promuoverlo, o di assegnargli un incarico di responsabilità) il merito, la competenza, la preparazione sono destinate a non avere nessun peso nella decisione da prendere. Ciò che conta è "altro".
La mia esperienza diretta è stata piuttosto breve perché dal momento in cui ho lasciato gli Stati Uniti per "tornare a casa" al momento in cui ho deciso di scappare nuovamente sono passati poco meno di due anni.

Ma la frequentazione di alcune attività (la Rai, un paio di giornali, qualche ministero, le strutture sanitarie e tanti altri luoghi in cui c'era qualcuno che lavora e qualcuno che dirigeva) mi ha indotto a concludere che in Italia sembra essersi ferocemente sviluppato e serenamente installato il fenomeno che al suo affacciarsi fu illustrato da Fruttero e Lucentini in quello che credo fu l'ultimo libro che scrissero insieme, dal titolo fulminante: "La prevalenza del cretino". E di certo non sono il solo, visto il tono che attraversa tutti i commenti che la lettera di Pier Luigi Celli ha sollecitato, si tratti della soddisfazione di quelli che all'estero ci sono da un pezzo o della speranza di quelli che intendono andarci, della frustrazione di quelli che hanno esitato e sono rimasti o della delusione di quelli che sono tornati fidando in qualche cambiamento.

La verità è che l'emigrazione - nonostante le fanfaluche dei leghisti e del loro ridicolo "problema degli immigrati" - è la vera costante dell'Italia, la sua compagna ostinata e crudele che nel corso degli anni ha assunto sempre facce diverse. La raggiunta unità nazionale non era stata abbastanza e nelle due sponde del 1900 ci fu il grande esodo di poveri verso il "nuovo mondo". Il fascismo prometteva agli oppositori la galera ed ecco l'esodo dei politici. Arrivano le leggi razziali e quelli costretti a partire non sono né poveri e né necessariamente oppositori: la loro colpa è solo di essere ebrei. Finisce la guerra, l'Europa devastata si lancia a ricostruire, la richiesta di mano d'opera è grande, ma non in Italia.  "Imparate le lingue e andate all'estero", dice Alcide De Gasperi, per allentare la pressione dei disoccupati.

E ora? L'ultima faccia dell'emigrazione è quella dei giovani colti e altamente qualificati. Per loro non c'è nulla da fare e quel poco che c'è è riservato a figli, amici, affiliati, alleati politici e ultimamente (ma questo solo per gli alti incarichi istituzionali) alle compagne di letto. Così l'abbandono per necessità si confonde con l'ultimissima faccia dell'emigrazione: quella dello stomaco che si rivolta.