PUNTO DI VISTA/L’imbuto Afghanistan

di Toni De Santoli

La Russia non è mai abbastanza forte, la Russia non è mai abbastanza debole", così dicevano i diplomatici d'una volta. Mai abbastanza forte per riportare (da sola) vittorie decisive sul nemico, mai abbastanza debole per poter essere occupata e vinta in modo definitivo.

L'Afghanistan rappresenta un caso analogo. I Talebani non hanno la forza necessaria per debellare il nemico occidentale, ma ne hanno a sufficienza per resistere al nemico.  A loro, che rappresentano comunque almeno tre quarti della popolazione afghana, non interessa quanto possa durare il conflitto con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l'Italia e altri Paesi democratici. Gli afghani possono combattere per anni e anni. Dieci, cinquanta, cent'anni. Hanno conservato plurimillenarie virtù guerriere, ora affinate dalla guerriglia, e cioè dagli attentati, dai colpi di mano, dalle incursioni rapide, improvvise, che arrivano come frustate. Frustate che fanno male. Che stordiscono, esasperano. Demoralizzano. Non ne scorgi mai la mano che le sferra, per prima cosa ti domandi quando arriverà la staffilata successiva. Fra due ore? E' possibile. Fra una settimana? Forse. È possibile anche questo. Ma sai che, prima o poi, sibilerà nell'aria l'ennesima scudisciata, la quale farà ancor più male delle precedenti.  

E' così. È un incubo. E' un incubo che non puoi nemmeno dissolvere polverizzando coi bombardieri e con le artiglierie di grosso calibro cittadine, paesi, villaggi. Il talebano tornerà a farsi sotto. Torna sempre all'attacco. Per lui, e per quasi tutti gli afghani, la guerra è "gioia", "felicità". Reca in sé perfino qualcosa di voluttuoso. Oggi medici e soldati occidentali curano, salvano, sfamano torme di bambini, di ragazzi afghani, gli stessi che a diciotto, vent'anni, apriranno il fuoco su chiunque indossi una uniforma straniera. E' sempre stato così, lo fu anche ai tempi della "Afghan War" dichiarata dalla Gran Bretagna sotto il regno della Regina Vittoria. E così sempre sarà in quest'angolo di mondo che non riveste alcuna valenza strategica, ma in cui le democrazie occidentali svolgono il miserabile giochetto della "esportazione della democrazia". Il giochino da cui gronda sempre più sangue: sangue americano, inglese, italiano. E senza che vi sia in tutto questo una vera ragione d'ordine pratico.

La scorsa settimana il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha proposto l'invio in Afghanistan di altri trentamila soldati. Meno di due o tre ore dopo, con la leggerezza tipica dei militaristi, il governo italiano ha assicurato la partecipazione di altri mille uomini (a partire dal giugno 2010, così si dice qui a Roma). Il tracciato è ben chiaro... E' il tracciato che s'infila nell'imbuto afghano. Nell'imbuto che non dà scampo. Esso non ti distrugge, no, né tantomeno ti infligge la sconfitta ‘apocalittica'. Ma ti sega le gambe, ti disorienta. Ti esaurisce. Vi tireranno le cuoia altri soldati americani giunti dalla Valle dell'Hudson o dalle "swamps" della Louisiana. Vi creperanno altri soldati inglesi arrivati dalle colline dello Yorkshire o dalle sponde del Tamigi. Vi moriranno altri nostri soldati, ragazzi venuti dai monti della Basilicata o dalle Colline Metallifere, da San Giorgio a Cremano o da Campobasso. Ma sì, certo, accorriamo in Afghanistan in assetto di guerra, con armi ben lucidate, in uniformi fresche di bucato... Andiamo a morire con letizia in nome dell'esportazione della democrazia!! Non c'è nulla di più bello, di più inebriante, di più sacro e giusto che portare sui massicci e nelle vallate dell'Afghanistan lo spirito di Socrate, Pericle; della Magna Charta...

La mondanità che oggigiorno si trova alla guida (...) delle potenze occidentali, fra un cocktail e una lauta cena, ha deciso ancora una volta così. Ha deciso di sacrificare per vieta, criminosa, retorica, altre vite, altre giovani vite. E' così.