LETTERATURA \ PIRANDELLO E IL CINEMA/al “Pascal” al “Kaos”
Pirandello, come soggettista e sceneggiatore cinematografico ha ispirato "un totale di 44 film (se si contano complessivamente cioè calcolando produzioni separate, come di fatto sono, la triplice versione di "La canzone dell'amore", la duplice di "Ma non è una cosa seria" e "L'Homme de nulle part". Francesco Callari aggiunge che "ad essere esatti, i film diventerebbero 64 qualora si considerasse che il n. 21, "Questa è la vita" comprende quattro episodi da altrettante novelle; il n. 25, "Il mondo di Pirandello" è adattato da tredici novelle in cinque episodi; e il n. 37, "Kaos", è composto di cinque episodi tratti da sei novelle").
Sarà la Francia ad imporre Pirandello all'attenzione internazionale con il primo capolavoro cinematografico di Marcel L'Herbier, anche adattatore e scenarista, nonché condottiere della "Nouvelle Vague" di quell'epoca e futuro fondatore del noto Institut de Hantes Etudes Cinematographiques. La sua versione del "Feu Mathias Pascal" (1924-25) ricavata da "Il fu Mattia Pascal" (1904), fu emulata più tardi da Henry Bigot (1910). Questa versione capeggia la lista dei film stranieri pirandelliani finora realizzati (tredici) e di quelli di cui si conserva copia; è anche il primo film che Pirandello vide con favore ancora prima che fosse realizzato.
Del Pascal, abbiamo due successive edizioni cinematografiche: "L'homme de nulle part" (1936-37) di Pierre Chenal, con Pierre Blanchar, che, come quella di L'Herbier, è fedele all'epoca in cui si svolge la vicenda narrata da Pirandello cioè all'inizio del secolo; e "Le Due Vite di Mattia Pascal" (1984-85) di Mario Monicelli con Marcello Mastroianni, coproduzione italo-francese la prima, italo-francese-tedesca (e televisivo-cinematografica) la seconda.
Questo terzo adattamento del Pascal trasporta la storia ai giorni nostri, con tutte le conseguenze che un aggiornamento così drastico comporta. Del romanzo è stato preso solo lo spunto, che è attualissimo, il resto viene da esigenze cinematografiche (più immagini che parole e descrizioni) che prevalgono su quelle letterarie. La prima e importante variante è proprio quella del titolo. Il regista Mario Monicelli elimina "Il fu" e lo sostituisce con "Le due vite".
Seconda variante è il compromesso tra il personaggio e l'attore. Mattia Pascal è descritto da Pirandello con un occhio che "tendeva a guardare per conto suo, altrove". È un dettaglio attraverso il quale Pirandello mette in luce il ruolo della percezione oculare. Ma Mattia è anche rappresentato con un barbone rossastro e ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come "sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave". Marcello Mastroianni, l'attore che interpreta Mattia Pascal, era lungi dall'essere un ometto basso e piuttosto brutto. Al contrario del personaggio descritto da Pirandello, Mastroianni, con la sua aria simpatica e seducente affascinava. Monicelli riconosce il compromesso tra il personaggio e l'attore e dichiara che proprio per questo la sua scelta per la parte va benissimo: "...lui così ironico, così sornione, così spietato e crudele, uno che malgrado l'apparenza dolce, non si lascia schiacciare da nessuno, semmai schiaccia lui tutti gli altri". Il protagonista del noto romanzo pirandelliano va in cerca della sua identità. È un personaggio contradditorio e angosciato; è la figura dell'uomo moderno. Nel film del Monicelli, molti dialoghi sono rimasti così come sono nel testo. Il regista rispetta lo sviluppo narrativo, gli scatti psicologici del protagonista che rimane figlio di benestante, che non ha mai fatto nulla e non riesce ad adattarsi alla realtà della miseria provocata da Malagna, l'amministratore disonesto che lo deruba di tutto.
Come è ben noto nel film, che segue la narrativa, Mattia è figlio di un ricco agricoltore. Alla morte del padre, si scopre povero a causa della disonestà dell'amministratore. Come nel romanzo, Mattia va a Montecarlo, e al tavolo da gioco vince molti soldi. Nel testo, il protagonista, in treno, sta facendo ritorno al suo paese (forse in Sicilia), apprende da un giornale la propria morte. Un cadavere di un misterioso suicida viene identificato come lo scomparso Mattia Pascal. Nel film il personaggio torna a casa (l'ambientazione è la Liguria e non la Sicilia) e si rende conto che è dato per morto. Approfitta della sua finta morte per rieinventare la propria vita: allontanandosi dalla moglie, dalla suocera, dai debiti e dalla greve realtà quotidiana in cui è costretto a vivere, Mattia scorge la sua possibile rinascita nella più piena libertà. La sua è la tragedia del ribelle che tenta di sottrarsi alle maschere e alle convenzioni sociali per essere, con un altro nome, esclusivamente e liberamente se stesso. Ben presto, però, il suo sogno fallisce. Mattia cerca di crearsi una seconda vita, ma questo diventa impossibile sia per fattori psicologici che burocratici.
Nelle uniche pagine de "Il fu Mattia Pascal" in cui si parla di sentimenti e di tenerezze, si leggono quelle dedicate alla morte della madre e della figlia di Mattia. Il protagonista è un uomo cinico, non riesce ad amare. Quando teme di essere coinvolto con Adriana, la ragazza della pensione a Roma, si inventa una seconda morte per suicidio. Nel film, grazie a Mastroianni, l'attore che interpreta il ruolo di Mattia Pascal, il protagonista riesce a diventare simpatico, malgrado la sua natura cinica e fredda.
Il film, "Le Due Vite di Mattia Pascal", dimostra una vasta ricercatezza stilistica da parte del regista, e ci dà un esito notevole sia dal punto di vista della tecnica cinematografica, sia nel rispetto per l'opera letteraria che l'ha ispirato.
Nel 1984 alla XLI Mostra del cinema di Venezia, il film "Kaos", che era stato prodotto dai fratelli Taviani per la televisione, veniva giudicato dalla maggior parte di critici come il miglior film italiano. Suddiviso in sei parti -un prologo, quattro episodi e un epilogo - "Kaos" - nome che si riferisce al reale luogo di nascita di Pirandello e, allo stesso tempo, parola greca che indica il disordine dell'esistenza - si ispira a sei novelle contadine di Pirandello raccolte in "Novelle per un anno": "Il corvo di Mizzaro", "L'altro figlio", "Male di luna", "La giara", "Requiem aeternam dona eis, Domine!" e "Colloqui coi personaggi". I registi toscani, che desideravano fare un film sulla Sicilia, spiegano la loro scelta dei testi pirandelliani in Kaos: "Abbiamo cercato l'omogeneità del film attraverso il Pirandello che svolge le sue storie nei campi tra la terra, tra i contadini".
Ma perchè il film porta il titolo di "Kaos" e non "il corvo", "la luna" o "la giara"...? Già dal titolo, lo spettatore capisce che il film tratta di un viaggio della memoria; di un ritorno alla matrice originale; di una risalita della coscienza fino alla fonte primitiva di ogni vita. Nella produzione dei fratelli Taviani, i temi ricorrenti sono: la vita dei campi, la passione per la storia, per la letteratura, per la musica.
La visione pirandelliana dello scenario siciliano assume un'importanza fondamentale. Della novella "Il corvo di Mizzaro", i registi sono essenzialmente interessati ai brani che permettono di visualizzare la Sicilia. Le immagini costituiscono il commento visuale alle frasi di Pirandello in cui fa riferimento all'immensità del cielo: "Il corvo di Mizzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, suonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato". Il paesaggio, assieme alla musica, assume una funzione strutturale. La Sicilia ariosa della cornice, vista verticalmente, dal cielo, inquadra quella orizzontale dei racconti. È una Sicilia mitica, simile a un immenso palcoscenico teatrale sul quale recitano gli attori a campi medi e a figura intera davanti alla cinepresa che, intanto, fa da spettatore. Con poche linee grafiche i registi dipingono il mondo dei contadini che, con le braccia tese verso il cielo, implorano le forze di una natura deserta e ostile, e rielaborano la ricchezza delle descrizioni che Pirandello fa della vita dei campi. I Taviani danno un'immagine più umana dei contadini poveri e deboli.
In "Mal di luna", Batà non è più quell'uomo anziano descritto da Pirandello, e ne "L'altro figlio", Ninfarosa, la giovane donna che fa finta di scrivere lettere per Mariagrazia, non è la donna arrogante del testo letterario. La stessa Mariagrazia, che vive di speranza e di amore per i figli lontani, assume una bellezza rara e innocente. Nel rappresentare le donne, i Taviani usano sapientemente l'estetica femminile. Come se stessero lì a contemplarle, spesso la loro cinepresa rimane immobile davanti a queste donne bellissime. Il senso dell'estetica appare anche nel viso sorridente e nel corpo sensuale della moglie di Don Lolò, un personaggio, che, anche se essenzialmente pirandelliano, è stato inventato dai registi.
In "Kaos", il ruolo della madre assume la stessa importanza di quello della madre terra, la Sicilia. Le tre madri, Mariagrazia, la madre di Betà e la madre di Pirandello, incarnano l'intensità emozionale e mitica del mondo siciliano. Esse apertamente raccontano la loro storia, e rivelano le loro emozioni e i loro più intimi segreti. La madre di Pirandello, morta, riappare agli occhi del figlio sia per impartigli una lezione di coraggio, che per il piacere di poter narrare.
In questo viaggio della memoria, Pirandello ritorna in Sicilia (un viaggio che non esiste nella narrativa). Soltanto tornando nella terra natìa egli riesce a ritrovare la sua identità. Ma il suo viaggio è anche un viaggio nel tempo quando, cioè, sua madre era ancora viva. Il tempo passato è riecheggiato nella musica discordante, nell'odore del limone che entra dalla finestra del salone. I ricordi, le emozioni sono così forti e intensi che per qualche istante - e la scena ricorda il pascoliano "sogno" - egli vede la vecchia casa rianimarsi e la madre rivivere. La vede seduta nel posto che era solita occupare e l'ascolta mentre racconta la storia che lui vuol tanto sentire. Cerca la ripetizione dell'emozione creata dal racconto; un racconto che l'autore non è mai riuscito a scrivere ma che i registi riescono a realizzare. Mentre la madre racconta ancora una volta la sua storia al bimbo-Pirandello, lo spettatore ne sente la voce, ma non vede la donna. L'affabulazione, il piacere del racconto, si articola in una dimensione tematica che regge lo svolgersi sia del film che del testo letterario.
Malgrado le difficoltà e la pena di vivere che percorre il film, i fratelli Taviani concludono "Kaos" con un messaggio di speranza che è direttamente ripreso dal testo letterario. La madre di Pirandello rivela al figlio la ragione per cui lo ha richiamato nella terra delle sue origini: "Impara a guardare le cose con gli occhi di quelli che non le vedono più. Ne proverai dolore certo. Ma quel dolore te le renderà più sacre e più belle". La morte - o lo sguardo postumo sul mondo - come a suo modo anche Mattia Pascal aveva intuito quando scelse di vivere come un morto e rinato alla vita, si pone come prospettiva da cui l'arte della contemplazione e della scrittura ha origine.
È dalla prospettiva - termine teorizzato dall'Alberti e problematizzato nell'arte italiana del Rinascimento - che sorge la grande arte del Pirandello e che si esprime anche nel cinema a cui Pirandello si ispira. La "prospettiva" condensa in sé la mutevolezza di ciò che appare ai nostri occhi, la frammentazione di ogni possible conoscenza, e la irriducibilità di ogni sguardo individuale. Ma è soprattutto la sua idea di cinema - come espressione assieme di arte e di tecnica - che mostra quanto Pirandello si sia spinto verso le esperienze estetiche che di solito siamo pronti a riconoscere solo al Futurismo. Pirandello e i suoi epigoni hanno colto e la limitazione di ogni prospettiva e la sua necessità.





