MUSICA LEGGERA/Il Totti dei cantanti

di Erica Vagliengo

incontriamo Luca Barbarossa, famoso cantante italiano che ha fatto la storia della musica italiana degli anni '80-90, nel backstage di uno dei suoi gettonatissimi concerti in lungo e in largo per la Penisola. Simpatico e affabile, Luca, dopo i convenevoli di rito,  si appropria subito del registratorino e ci dà il là con un "Vai... spara".

Iniziamo partendo dai tuoi esordi: "Roma spogliata", presentata al Festival di Sanremo '81. Com'è nata la canzone e cosa ricordi di quell'inizio anni '80?
«Ricordo un grande successo: sono entrato da sconosciuto e uscito scortato dai carabinieri per entrare in auto, fermato dall'affetto della gente che voleva l'autografo. Ricordo che pochi mesi prima avevo vinto Castrocaro, (che mi aveva aperto le porte di Sanremo) e che ero stato chiamato a premiare la vincitrice, Fiordaliso. In finale c'erano anche Zucchero ed Eros Ramazzotti che volle farsi fotografare con me e mi chiese: "Ma come si fa ad avere successo?"... io sto ancora pensando oggi a cosa gli ho risposto. Comunque deve avergli portato fortuna, perché, da allora, non si è più fermato».

 La tua carriera non può prescindere da Sanremo: un festival che tra alti e bassi, continua a far parlare di sé e degli artisti. Ma serve ancora, oggi, a vendere dischi?
«Sanremo è un forte acceleratore promozionale. Avere la stessa promozione e pubblicità all'uscita di un disco che ti dà Sanremo, senza andarci costerebbe centinaia di migliaia di euro. Quindi è senz'altro un momento di grande attenzione: radio, tv e giornali sono tutte lì per una settimana; male che vada, ti vedono dieci milioni di spettatori, bene che vada quindici milioni. Più di così, per promuovere un disco, proprio non si può. Il problema di Sanremo è che i dischi non vendono perché spesso le canzoni sono brutte. Questo è dovuto al fatto che chi si occupa della selezione,  non è motivato dalla scelta del bello, ma compie, a volte, scelte di carattere televisivo. Bisognerebbe coinvolgere maggiormente il mondo dei produttori musicali, discografici, arrangiatori, autori di canzoni, per mandare in scena quegli artisti che hanno effettivamente chance di vendita».

 

la tua carriera non può prescindere da Sanremo: un festival che tra alti e bassi, continua a far parlare di sé e degli artisti. Ma serve ancora, oggi, a vendere dischi?
«Tengo molto alle canzoni del mio ultimo album "Via delle storie infinite", interamente prodotto da me, nel senso esecutivo e arrangiato dal bravissimo Adriano Pennino».

In "Aspettavamo il 2000" (del 2007), canti "la mia generazione è sopravvissuta perfino al tucatuca e alla guerra fredda, alla moto senza casco, all'avvento della disco, all'arresto di Valpreda...". Se dovessi scrivere l'attacco di una canzone dedicata ai trentenni precari di oggi, come inizieresti?
«Inizierei dicendo che i trentenni di oggi si sono persi un sacco di cose, le più interessanti, tipo gli anni '70. Poi direi loro di non mollare, di prendere in mano il loro destino e futuro, perché hanno il diritto e il dovere di farlo. Non possono accontentarsi della risposta che danno tutti: "Tanto non c'è  più un futuro". Questa è una stupidaggine... questa generazione è stata volutamente allontanata dalla politica e messa davanti a un monitor, a un pc, alla playstation. Ma è stato un grandissimo errore. Per me, la politica, quella vera, è una cosa che i trentenni dovrebbero cominciare a fare, perché è lì che si decide se i loro figli avranno buone scuole, se loro avranno un buon lavoro, una buona vecchiaia».

"Via Margutta" (1986), è ancora quella di Fellini e Giulietta Masina?
«Via Margutta è cambiata: dagli studi di pittura di un tempo si è passati agli appartamenti dei ricchi, spesso stranieri.  E' sempre molto affascinante e bella, ma è il periodo storico che è cambiato».

Musica e pallone: sei il capocannoniere della Nazionale cantanti, con cui hai segnato 163 goal in 207 partire giocate (fonte Wikipedia). Quanto conta il calcio nella tua vita?
«Allora, ti devo aggiornare i dati: sono quasi vicino a 300 goal, siamo ai livelli di Totti, Pelè... sono un calci-autore. Scherzi a parte, sono stati goal importanti perché con queste partite abbiamo realizzato progetti importanti, che hanno aiutato molte persone, in special modo i bambini in stato di sofferenza e di malattia».

Luca Barbarossa e il web: hai un sito internet, un myspace, sei anche su facebook?
«Sì, sono anche su fb, lo ammetto. Ma non chatto, sono uno di quelli che sta in disparte, così mi si nota di più».

Un salto ad oggi... 2009 "Attenti a quei due": Neri Marcorè e Luca Barbarossa insieme, sul palcoscenico di diverse città italiane. Com'è nata l'idea?
«L'idea è nata da una grande amicizia e una grande stima che ho per Neri. Lui era stato ospite  di alcuni miei concerti, avevamo improvvisato delle gag che erano venute molto bene, così abbiamo deciso di farlo diventare uno spettacolo».


Sei stato paparazzato, di recente, al compleanno di Rodolfo Laganà, in posa con Fiordaliso. Ma che ci fa uno come Barbarossa su gossipnews?

«Innanzitutto vorrei dire al mio amico Rodolfo Laganà che non andrò più ai suoi compleanni, perché se devo andarci e poi trovare la televisione, sinceramente, la cosa un poco mi ripugna. Detto questo siamo molto amici, e gli voglio molto bene. Solo che non amo il gossip, e nemmeno apparire in quelle circostanze. La televisione pensa sempre che le sia concesso tutto: entra nella vita privata delle persone, e riprende tutto quanto. Al mio compleanno le televisioni non le invito».


Ultima domanda come sta andando il nuovo disco "Via delle storie infinite"?

«Il disco è uscito già un anno fa. E' andato molto bene come riscontro. Purtroppo le vendite non sono più quelle degli anni passati, si fa molta più fatica, però attraverso i concerti sono riuscito a farlo conoscere, anche grazie a Neri Marcorè».