PANE AL PANE.../L’abito fa... il monaco
Il conflitto tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si va facendo sempre più marcato, non siamo ai colpi di sciabola, ma a quelli di fioretto sì.
E' interessante la mutazione politica che questo ex delfino di Giorgio Almirante ha avuto dalla svolta di Fiuggi, avvenuta il 24 gennaio 1995, ad oggi. Sono quasi quindici anni che a piccoli passi Fini sta traghettando la destra italiana sul terreno democratico. Il cammino si è andato velocizzando da quando è diventato Presidente della Camera dei Deputati, un ruolo istituzionale importante visto che si tratta della terza carica dello Stato dopo il Presidente della Repubblica e quello del Senato. Si dice notoriamente che l'abito non fa il monaco, ma nel caso di Gianfranco Fini è avvenuto il contrario. Rivestire un ruolo istituzionale deve aver prodotto in lui quella che amo definire sindrome di Beckett, l'arcivescovo di Canterbury oggetto di molte opere letterarie, cinematografiche e musicali.
Siamo nell'Inghilterra del XII secolo, il giovane re Enrico II, detto il Plantageneto, nomina l'amico personale nonché cancelliere del regno Thomas Beckett arcivescovo di Canterbury con l'intenzione di ridimensionare i privilegi ecclesiastici. Beckett, esperto di diritto romano, aveva aiutato il re a contenere la riottosità dei baroni ma appena indossa l'abito di arcivescovo di Canterbury cambia totalmente atteggiamento divenendo strenuo difensore del clero.
Quando il re gli chiede di firmare il documento che sottopone per i delitti comuni il clero inglese alla giustizia laica, come avviene per tutti i sudditi del regno, Beckett non firma. Gli scontri tra gli ex amici sono molteplici e si concludono con l'uccisione di Beckett per opera di quattro fedelissimi di Enrico II nella cattedrale di Canterbury durante gli uffici religiosi.
Questi sommariamente i fatti, ma l'episodio apparentemente marginale della storia ha suscitato nel corso dei secoli molto interesse. Thomas Eliot scrisse il suo famosissimo "Assassinio nella cattedrale" musicato da Ildebrando Pizzetti e portato sugli schermi nel 1951 alla Mostra di Venezia dove vinse il Grand Prix. Jean Anouilh sullo stesso tema scrisse "Beckett l'honneur de Dieu", testo dal quale fu tratto un altro film con Richard Burton e Peter O'Toole dal titolo "Beckett e il suo re".
La vicenda si prestava a diverse interpretazioni: la Chiesa di Roma fece e fa ancora oggi di Beckett il simbolo della resistenza religiosa all'assolutismo politico, i laici vi lessero e vi leggono la volontà fino al sacrificio di difendere il ruolo assunto al di sopra di tutto e tutti. Beckett in sostanza una volta diventato arcivescovo di Canterbury non accetta più di essere un semplice esecutore della volontà del re.
Fatte le dovute differenze storiche con Fini siamo ugualmente di fronte a chi rivestendo un ruolo istituzionale garante di tutti i cittadini non accetta di essere trattato come il galoppino del re o meglio nel nostro caso del reuccio Berlusconi.
Fini sta svolgendo con serietà e senso dello stato il suo ruolo istituzionale lo dimostrano i numerosi stop posti ai suoi alleati di governo. Le istituzioni sempre più sono umiliate dal dispotismo populista del Presidente del Consiglio, che dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, ha perso completamente la bussola. I suoi fedelissimi ancora una volta sono corsi ai ripari proponendo una legge che dovrebbe accorciare drasticamente i tempi di prescrizione dei processi.
Fini ancora una volta cerca di smarcarsi mostrandosi favorevole ad accelerare i processi a patto di fornire alle procure strumenti e finanziamenti adeguati ma non a modificare i tempi di prescrizione. C'è da evidenziare che per salvare Silvio Berlusconi dal processo Mills e da quello sulle Tv si rischia di annullare circa il 60% dei procedimenti penali dimenticando totalmente le vittime. Ed ancora più assurda appare la richiesta della Lega Nord che vuole stralciare da un eventuale legge per accorciare i tempi della giustizia penale i reati relativi all'immigrazione clandestina.
Siamo alle comiche, si verrebbe a creare nel nostro paese un assurdo giuridico: un corruttore finanziario sarebbe processato in sei anni, un clandestino no. Fini non ci sta e cerca di allontanarsi ogni giorno di più dalla destra berlusconiana e leghista per rivendicare la connotazione liberale e democratica della sua destra. Un tentativo questo da valutare con attenzione proprio perché la destra italiana, inquinata dal ventennio fascista non è stata dalla nascita della Repubblica ad oggi veramente democratica come lo era quella storica, quella delle mani nette, quella che sanò il bilancio dopo l'unità d'Italia, non è stata insomma l'erede di Cavour.
La destra storica era liberale, credeva nell'autonomia dello Stato dalla Chiesa, "libera chiesa in libero stato" secondo il motto di Cavour, sosteneva il libero mercato. Non era certamente una forza politica attenta alle esigenze delle classi emarginate, ignorate totalmente, ma era pur sempre una destra fatta da una generazione di uomini dotati di capacità e di austero senso dello stato.
La destra subì nel ventennio fascista una mutazione genetica: i latifondisti, la grande industria, la piccola e media borghesia, il ceto impiegatizio trovarono più proficuo per i propri interessi un governo autoritario che fosse protezionista sul piano economico e soprattutto che fosse in grado di tenere a bada la classe operaia prepotentemente affacciatasi sulla scena politica europea.
Il conte Giuseppe Volpi, ministro delle fFnanze perseguì un indirizzo ancora più radicale attuando il diretto intervento dello stato in economia varando leggi protezionistiche ed autarchiche. I Patti Lateranensi del 1929 sancirono una collaborazione diretta tra il Papato ed il fascismo che si protrasse fino alla caduta di Mussolini. La nobiltà nera ed i cattolici ripresero a votare, a fare politica con l'unica preoccupazione di tutelare gli interessi del Vaticano. La destra si andò sempre più identificando con un regime autoritario che aveva negato la divisione dei poteri accentrando nelle mani di uno solo il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Attraverso meccanismi ad hoc, con il consenso di una monarchia miope e debole, con il sostegno di una propaganda martellante il paese fu schiacciato per vent'anni da una dittatura che ne condizionò la modernizzazione e soprattutto ne negò la libertà. Mancò da allora in Italia una borghesia liberale capace di camminare da sola.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la destra era ormai una forza nostalgica sempre più emarginata sia sul piano politico che culturale. La nascita del Movimento Sociale per opera di Giorgio Almirante, uno dei più convinti assertori della difesa della razza, non mutò di molto la situazione anzi contribuì al ristagno di un'intera generazione di giovani incapaci di guardare a quelli che erano stati i mutamenti sociali post bellici. E' per questo stretto legame con il ventennio fascista che la destra italiana, isolata culturalmente, è profondamente diversa dalla destra europea.
Gianfranco Fini con la svolta di Fiuggi di cui fu l'artefice riconobbe i valori fondanti della Repubblica democratica nata dalla liberazione e dalla resistenza. Il fine della sua politica è quello di inserirsi a pieno titolo tra le forze democratiche europee che fino ad ora hanno sempre guardato con diffidenza alla destra italiana.
Recuperare il tempo perduto non è facile ma vale la pena proporsi per diventare una destra liberale, democratica, alternativa alla sinistra, solo così potrebbe innescarsi un processo virtuoso di serio confronto democratico. La destra antidemocratica, populista, razzista, omofoba





