Che si dice in Italia

Il bello che risolleva l’animo

di Gabriella Patti

Dal turismo e dalla cultura arrivano buone notizie. Ed è il caso di registrarle, per sollevarci il morale. La prima riguarda un albergo. No, non sono diventata una tour operator: finora non mi avete mai sentito parlare di hotel. Ma il fatto è che il Donna Camilla Savelli, in via Garibaldi proprio sotto il Gianicolo cioè nel cuore di Trastevere, è davvero uno spettacolo. Tra i cento migliori alberghi del mondo, sostiene la rivista Traveller della Condè Nast. Anzi: il primo, a leggere la classifica stilata da Trivago.com, un sito a cui fa capo un network internazionale di viaggiatori. Ma il bello della storia sta proprio ... nella storia di questo ex convento. Prende il nome da una nobildonna romana, la duchessa Savelli, sposa Farnese, che nel 1643 affidò all'architetto Borromini l'incarico di fare un convento per le monache di clausura  agostiniane. Con chiesa annessa: Santa Maria dei Sette Dolori. Il complesso è circondato da antiche mura in mattoni dalle linee curve e convesse del barocco. Dell'attuale congregazione, però, ormai sono rimaste solo quattro suore. Che, visti i tempi, hanno fatto la scelta giusta: un contratto per 35 anni con la società Alpitour. Risultato: restauro di tre anni condotto in modo tale da conservare l'antica partitura originale per rendere la scansione delle celle ancora riconoscibile. Ed ecco che al posto delle celle, ora ci sono 78 camere. Tutte arredate con la mobilia appartenente alle doti delle suore. Anche la maggior parte degli infissi è quella originale.

Le stanze sono diventate lussuose, ma di un'eleganza davvero raffinata e non sfarzosa. Mantengono, tra l'altro, un tratto del loro passato con i rossi scurissimi dei velluti. Una nota storica: nel 1947 qui si tenne il primo congresso della Democrazia Cristiana. Ma la storia importa poco. La terrazza del convento-albergo basta da sola a commuovere; specialmente al tramonto, tutta Roma a portata di mano è uno scenario di rara bellezza. Viene da dire, e perciò ne scrivo, che non sempre le generazioni successive distruggono i capolavori realizzati da quelle precedenti.

L'ALTRA BUONA NOTIZIA RIGUARDA UN INCONTRO DI TERZO TIPO. Scenario: la Galleria Borghese. Dove si inaugura la mostra "Caravaggio e Bacon", ovvero l'incontro-confronto tra due artisti separati da 400 anni ma uniti da una personalità sofferta e inquieta, al limite dello sconvolgente. Francis Bacon è artista difficile e creatore di inquietudini; non ha nulla di Caravaggio e non si è ispirato a lui, ma se c'è un artista del nostro tempo che può essergli equiparato è proprio lui.

Dall'intrecciarsi delle poetiche di due artisti consci della tragedia dell'esistere come tragedia universale, emergono straordinarie vicinanze. Il realismo di Caravaggio, il suo sforzo di afferrare il vero dell'uomo e della natura traducendolo in pura visibilità, equivale allo sforzo che Bacon compie di carpire il reale, la sua crudezza metafisica. E la scelta delle opere, in tutto trenta capolavori, fatta da Anna Coliva direttrice della Galleria e Michael Peppiat, amico e biografo di Bacon produce non una banale mostra sulla storia dell'arte, ma l'invito a compiere un'esperienza estetica. Perché vero protagonista della mostra è lo spettatore: messe all'interno della scenografia tuttosommato gioiosa della galleria Borghese le pitture di Caravaggio già risultano difficili; quelle di Bacon, con i suoi volti stravolti e scomposti, potrebbero sembrare un'eresia. Invece ne viene fuori uno "spettacolo" davvero coinvolgente. A fare gli onori di casa durante la visita che ho compiuto, organizzata in anteprima per la Stampa Estera, sono stati il ministro della Cultura Sandro Bondi e il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti. Tentativo da parte del governo di sviluppare un miglior approccio con una stampa straniera non particolarmente favorevole? Forse sì.

Il  che mi conferma che forse si è trattato davvero di un incontro del terzo tipo. Ma per gli amanti dell'arte (a proposito: il catalogo è della Federico Motta Editore, gli sponsor - la cultura ha sempre avuto bisogno di mecenati - sono Bg Italia, Enel, Vodafone) il problema non si pone. C'è tempo fino al 24 gennaio per godersi una mostra davvero diversa.