IL FUORIUSCITO/Quella rabbia che non passa

di Franco Pantarelli

Questa volta non devo fare molti sforzi per sostenere che l'Italia -ciò che l'Italia è diventata - è un luogo dal quale è bene tenersialla larga. Non ho bisogno di star male raccontando l'ultimo degliattacchi che quotidianamente vengono lanciati contro la Costituzione,né di sentirmi ribollire il sangue nel riferire l'ultima bravataleghista e neppure di disperarmi per spiegare l'ultima timidezzadell'opposizione che sembra intenta più a tentare di "ammorbidire" isuccitati che a combatterli. Tutto ciò, oggi, è perfettamente riassunto dalla vicenda di una ragazza che amava sognare, amava l'Italia, si stava preparando con molta serietà al momento in cui sarebbe stata in grado di contribuire a renderla migliore e invece èfinita nella tribù dei fuorusciti per scelta, cioè quelli che non sopportano l'Italia così com'è o più esattamente non sopportano di vedere ogni giorno cosa ne hanno fatto quelli che oggi comandano. Araccontarla, questa vicenda, è stato Bruno Tinti, ex magistrato e orabrillante articolista di Il Fatto, il giornale che è uscito da poco esi è subito caratterizzato per la franchezza con cui riferisce lebrutture che vengono consumate ogni giorno, senza sconti e senza"prudenze". Bene, non facciamola troppo lunga e passiamo la parola aBruno Tinti e alla sua interlocutrice.Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IVanno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesisulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibilisoluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistandomagistrati e avvocati. Io l'ho guardata un po' meglio e ho capito chetutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratoree abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta edeterminata, così pronta a identificare l'essenziale di ogni problema,che le ore sono volate.

E' andata via ringraziandomi garbatamente.Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) sucui era scritto "è solo una tesi", e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata.Poi l'ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fintroppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducianelle "possibili soluzioni", tanto più "impossibili" quanto semplicied efficaci.Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: "Si ricordaancora di me?", era l'oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera inun paese straniero dove cerca di "imparare una lingua che a scuola nonho mai studiato" e dove frequenta un master in materie che "non hannonulla a che fare con i miei sogni di bambina". Io lo sapevo qualierano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentrediscutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso,mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che "non potevosprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare sestesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggiespresse da un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquentipotessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustiziafunzioni sarebbe stata un'illusione alla quale nemmeno la grandesognatrice che ero poteva credere".

Così, ha scritto, ha deciso di "scendere"; e se ne è andata. Adessostudia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoiluoghi. E' - così si è definita - "una piccola fuoruscita" che ognigiorno legge, con altri come lei, Il Fatto, ingoiando una rabbia chel'essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. "Poi - mi ha scritto -ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte eti chiede: "What the hell is happening in Italy?". Questi sono igiorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so è che sono felicedi essere scesa". Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla;non lei e nemmeno i "piccoli fuorusciti" suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete co