ARTE/Realtà e statue a... colori
Potrebbe essere una grossa delusione per gli amanti dei kolossal: la Roma splendente di marmi bianchi e immacolati non è mai esistita. Negli anni del suo massimo splendore, la Città Eterna sembrava piuttosto la realizzazione dei sogni di un arredatore un po' pacchiano. Edifici, archi commemorativi, templi e persino le statue erano completamente dipinte a colori vivaci, ed era difficile trovare una parete libera da affreschi.
Purtroppo questa parte della creatività romana è andata perduta, dando vita al mito di una civiltà appassionata alla scultura più che alla pittura. Di ristabilire la verità si è incaricata ora la mostra "Roma, la pittura di un Impero", in programma nella capitale - alle Scuderie del Quirinale - fino al 17 gennaio. Le dieci sale dedicate all'esposizione, allestite dal regista Luca Ronconi, ricostruiscono in maniera plausibile sette secoli di pittura. Le opere esposte variano per scelta dei soggetti, tecniche, attenzione ai particolari e realismo; con un po' di immaginazione, si riesce a immaginare quel che doveva vedere javascript:mceToggle('edit-body',%20'wysiwyg4body');un cittadino romano a spasso per l'Urbe e in casa dei suoi amici più benestanti.
Di quello che è visibile nella mostra, e di quel che le opere dovevano significare per un cittadino romano, abbiamo parlato con Eugenio La Rocca, professore di archeologia all'Università La Sapienza e curatore dell'esposizione. Per capire questa mostra è necessario prima di tutto immaginare una Roma in technicolor: «Nella cultura romana - spiega il professore -, come era stato in quella greca e come sarà in quella rinascimentale, la pittura aveva un'importanza primaria. Il concetto romano di aderenza alla realtà richiedeva l'uso dei colori anche nel rivestire le statue. Abbiamo quindi una visione distorta del mondo imperiale, o per meglio dire una visione sbiadita».
Osservando alcune delle opere esposte, come le cosiddette "Nozze Aldobrandini", si ha quasi l'impressione di avere di fronte un dipinto rinascimentale, segno che alcuni degli artisti dell'epoca avevano raggiunto livelli di perizia notevoli. Eppure nonostante tanti capolavori la pittura romana sembra incapace di comprendere le leggi della prospettiva. La Rocca riconosce che i Romani ignoravano la prospettiva a fuoco unico sviluppatasi all'inizio del Quattrocento, ma ci spiega che un effetto del genere a loro probabilmente non interessava.
«Quando volevano, i pittori romani realizzavano scorci prospettici divinamente bene. Semplicemente non erano interessati a un gioco prospettico d'insieme, che restasse coerente in tutta la composizione. In effetti molti dei paesaggi ospitati nella mostra sono estremamente suggestivi. A differenza dei greci, che erano interessati quasi esclusivamente alla riproduzione dei corpi sulla scena, i Romani cercavano sempre di inserire le figure in un contesto paesaggistico ben sviluppato. Da questo punto di vista furono senza dubbio dei grandi innovatori».
Alcuni degli sfondi sono realizzati con poche, efficaci pennellate, tanto che qualcuno ha fatto paragoni con gli impressionisti francesi.
«È vero - riconosce il professore - i Romani sapevano realizzare una pittura in chiave ottica, cercando di riprodurre la percezione che si può avere dell'insieme mediante pochi colpi di pennello, come fecero poi, quasi duemila anni dopo, gli impressionisti. Allo stesso tempo erano in grado di fare ritratti di estremo realismo, anche se loro avrebbero preferito il termine naturalismo».
In effetti, percorrendo le sale, si notano ritratti capaci di soffermarsi sui singoli peli della barba, e vesti riprodotte seguendo con estrema cura i panneggi del tessuto. Una ricchezza di temi e stili nella quale il cittadino romano, al centro di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto, doveva trovarsi a proprio agio.
Ci si avvilisce un po' però nel notare che una buona metà delle opere esposte proviene da Pompei ed Ercolano, preservate grazie alla cenere e ai lapilli del Vesuvio. A parte questa eccezione è rimasto ben poco. Viene da chiedersi se assisteremo ad altri importanti ritrovamenti in futuro, ma La Rocca è pessimista.
«Purtroppo non possiamo sperare in qualche nuova clamorosa scoperta in futuro, perché la grande pittura romana era una pittura su tavola, soggetta quindi a rovinarsi col tempo. Non è vero infatti che i Romani prediligessero l'affresco; noi lo crediamo solo perché buona parte delle opere che sono arrivate fino a noi appartengono a questa categoria. In realtà i grandi maestri dell'epoca dipingevano su tavola, per una ragione molto semplice. Un dipinto realizzato direttamente su un muro non poteva essere trasferito da un luogo all'altro.
Non dobbiamo disperarci comunque; possiamo ancora capire molto studiando quel che è arrivato fino a noi. E neanche è il caso di considerare gli affreschi delle opere di secondo piano, nonostante avessero di solito carattere decorativo. In questa tecnica i Romani avevano raggiunto una perizia rimasta insuperata. Riuscivano a ottenere una eccezionale brillantezza e tenuta dei colori, che possiamo ammirare ancora oggi».
Stupisce però, di fronte a tanta maestria, l'anonimato di quasi tutti gli artisti. A parte l'aristocratico Fabio, Studius e Fabullus, non conosciamo l'identità di alcun pittore di epoca romana. La ragione, secondo La Rocca, sta nella scarsa considerazione in cui erano tenuti gli artisti nella società romana.
«Il pittore era considerato piuttosto un artigiano, e non di rado questo mestiere era esercitato da ex schiavi stranieri, soprattutto greci».
Questo non significa che le opere d'arte fossero poco considerate.
«Al contrario, sappiamo per certo che i lavori più pregiati erano pagati fior di quattrini. Molti magistrati di carriera erano grandi collezionisti, e organizzavano vere e proprie pinacoteche nelle loro abitazioni».
Un altro piccolo appunto che l'appassionato moderno potrebbe muovere a queste opere è la quasi totale mancanza di scene di vita quotidiana; sarebbe stato bello ammirare il via vai di gente all'interno del Foro, le battaglie dentro un anfiteatro e i giochi in strada dei bambini.
«È vero, abbondano soprattutto i paesaggi di fantasia e i temi mitologici, mentre sono rarissimi i soggetti che ci permettano di ricostruire la loro vita comune. Dobbiamo considerare che per i Romani la pittura rappresentava un distacco dalle incombenze giornaliere.
Per questo motivo prevalgono le raffigurazioni fantastiche, e i paesaggi che non corrispondono mai a luoghi reali. I pochi soggetti relativi alla vita reale erano commissionati dai magistrati che volevano pubblicizzare iniziative delle quali erano stati protagonisti, come notiamo nella donazione pubblica del pane ritrovata a Ostia e inserita nella mostra».
Percorrendo le ultime due sale dell'esposizione, dedicate ai reperti più recenti, si avverte un certo peggioramento delle tecniche pittoriche, come se a partire dal secondo secolo dopo Cristo gli artisti più bravi fossero scomparsi.
«Questa involuzione è dovuta a due motivi principali - chiarisce La Rocca -. Da una parte i Romani cominciarono a preferire l'uso del marmo colorato per decorare gli ambienti delle loro case, relegando la pittura a un ruolo secondario. Dall'altra i pittori stessi cercarono strade nuove con pitture più sintetiche, rapide e meno dettagliate. Non si tratta tanto di uno scadimento delle capacità, ma di una precisa scelta artistica».
Anche perché è proprio al Tardo Impero che risalgono alcuni dei reperti migliori della mostra, i medaglioni di vetro con incisioni in oro.
«Si tratta di piccoli ritratti estremamente particolareggiati, probabilmente utilizzati a guisa di foto ricordo. Venivano portati esattamente come noi teniamo le immagini di una persona cara nel portafogli».
Mancava solo l'oro per finire di raccontare una delle civiltà più colorate della Storia.





