SCHUBERT & CO./Serenata” lunare e romantica
Campanilismo ed "amor sui' a parte, bisogna riconoscerlo, con rispetto ed obiettività: il bel cantare siamo soprattutto noi italiani, è vero, ma non solo noi. Basterebbe, ad esempio, la sola "Ständchen", la stupenda romantica "Serenata" di Franz Schubert, a giustificare tale affermazione, canto carico com'è d'emozioni, passioni e calori melanconici da far invidia, quasi, al nostro Bel Paese.
Ce ne dà una superba conferma il baritono Simon Keenlyside che, accompagnato dal pianista Malcom Martineau, ci offre - registrato lo scorso anno alla Wigmore Hall - un florilegio di lieder e canzoni francesi da Schubert, Wolf, Fauré, Ravel e Poulenc in «Live», un album targato WigmoreHall registrato dal vivo lo scorso autunno. Tutto ciò che accade in una vita, tutto quel che vi capita di buono e di cattivo, è in questi testi, poetici e coinvolgenti; pagine dai temi e dalle emozioni notevoli.
"Tra i maggiori baritoni lirici del nostro tempo e tra i più grandi di sempre - ha scritto tra l'altro il BBC Music Magazine - (Keenlyside) è unico nel cogliere l'interiorità dei personaggi. Dotato com'è di voce calda e di un eccezionale controllo del fiato, il baritono mette in evidenza un legato che appartiene solo ai più grandi artisti".
Londinese di nascita con studi a Cambridge, Keenlyside ha al suo attivo innumerevoli ruoli operistici, dal Conte d'Almaviva al Don Giovanni, da Figaro a Belcore, da Marcello a Papageno (alla Scala ancora lo ricordano con rispetto ed ammirazione in "Flauto magico" memorabile). Al Metropolitan, tra non molto, tornerà nei panni dello shakespeariano Hamlet.
I ruoli più frequenti e a lui più congeniali sono quelli belcantistici del Conte d'Almaviva, di Don Giovanni e di Papageno. E' in possesso di una voce duttile, capace di adattarsi a molteplici repertori, e di una sensibilità scenica tali da farne uno dei baritoni di riferimento nell'attuale panorama lirico.
"Ständchen" su tutto, dicevamo, si staglia e resta impressa, per atmosfere e coinvolgimenti: è il canto, dolce e lamentoso, di un innamorato che di notte pensa e sogna la sua amata e che, nei silenzi lunari e nei fruscii misteriosi del vento fra le fronde, l'abbraccia e la bacia fino al cantar dell'usignolo all'alba, dimenticando nell'amore i dolori e le nostalgie e le pene del vivere: "Vieni, mio amore, ti aspetto. Vieni e fammi felice".





