STORIA/Dal “biennio rosso” a quello “nero”

L'avvento del fascismo italiano in una lettura rinnovata e che squaderna la netta ripartizione, finora proposta dalla storiografia, tra un primo "biennio rosso" - tutto segnato dalla violenza socialista e culminato nell'occupazione delle fabbriche del settembre 1920 - e un "biennio nero" di santa reazione, di controrivoluzione preventiva al dilagare del socialismo, viene riletta sotto una diversa ottica. È questo l'obiettivo di «Le origini della guerra civile. L'Italia dalla Grande Guerra al fascismo (1918/1921)» di Fabio Fabbri (Utet).

Secondo l'Autore, l'espressione "biennio rosso", con cui si definiscono gli anni 1919-1920 in Europa, non appare appropriata per l'Italia, né rende conto della complessità della forze in campo. Essa è (e fu, a suo tempo) funzionale solo a giustificare la reazione fascista, che in realtà si sviluppò quando il timore di un pericolo rivoluzionario era ormai finito. Fabio Fabbri ricostruisce minuziosamente gli anni successivi all'armistizio fino alle elezioni del maggio 1921 mettendo a nudo le radici della repressione, prima ancora che si scatenasse la violenza squadrista: "Nel 1921 - annotò A. Gramsci - centinaia e centinaia di morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di bastonati si aggiungono a quelli del 1920".

Per recuperare quella "storia" e quella "memoria", «Le origini della guerra civile» ricostruisce le direttive sull'ordine pubblico, impartite dal governo Orlando, dai giorni dell'armistizio fino all'incendio del quotidiano socialista, rivendicato dallo stesso Mussolini, quale "primo atto della guerra civile"; dà conto degli esiti dei tumulti per fame, nell'estate del 1919, e dello stato d'assedio imposto al paese, in occasione dello sciopero di solidarietà con la Russia sovietica; documenta il rigido controllo impartito dal governo Nitti nei confronti delle agitazioni agrarie e delle manifestazioni del Primo Maggio del 1920; quantifica le dimensioni reali della "grande paura" dell'occupazione delle fabbriche; constata - insomma - come il ricorso alla reazione si fosse manifestato come "psicologia diffusa" ben prima dell'attacco fascista che si consumò a Bologna in occasione dell'insediamento della Giunta comunale socialista a Palazzo d'Accursio (21 novembre 1920), e che lasciò sul terreno 11 morti e 60 feriti.

Da allora lo squadrismo si scatenò in tutto il paese, utilizzando, col consenso degli apparati statali, la violenza armata quale strumento dirompente nel confronto politico e nella guerra civile dichiarata. La sanguinosa campagna elettorale per le elezioni del 15 maggio 1921, contrassegnata da circa 170 morti e decine di feriti, si concluse con l'ingresso alla Camera di 35 fascisti, organizzatori e responsabili degli eccidi e delle rappresaglie squadriste. Fu, secondo l'Autore, "una svolta politica e di civiltà senza più ritorno"; fu un evento determinante nell'avvento del fascismo al potere; data storicamente rilevante, prima ancora della fatidica "marcia" su Roma dell'ottobre 1922.