MODA/Stile e gusto in libertà

di Erica Vagliengo

Papessa della moda, cronista prima e critica poi per le pagine fashion del "Corriere della Sera", per terminare una sfolgorante carriera come ufficio stampa di Giorgio Armani. Quattro chiacchiere con una donna che non ha di certo problemi di peli sulla lingua...


Signora Mulassano, una domanda al brucio: cos'è la moda oggi?

«Senza tanti giri di parole... secondo me, la moda oggi è qualcosa di molto confuso, di estremamente cheap, di pochissime idee e di cattiva qualità».

E chi la decide?
«Non certo chi la fa. Oggi c'è una grande consapevolezza negli acquirenti e in questo marasma di proposte uno trova facilmente quello che gli piace. Così è sparito completamente il diktat dello stilista».

Quindi, quale sarebbe la cosa migliore da fare per uscire da questo momento critico?
«Come diceva De Filippo "ha dà passà a nuttata..." e ti spiego il perché: la moda ha avuto un lunghissimo periodo di importanza negli anni '80-'90, ma anche prima. Come tutte le espressioni artistiche, subisce dei collassi, saturandosi. Così diminuisce l'input creativo e tutto si trasforma in  business tout court, andando a finire in un grande mercatone. Per superare questa situazione occorre che le industrie se la sentano di puntare su qualcuno di nuovo, perché i giovani stilisti oggi sono completamente disattesi. Se continuiamo con la politica della gente che è su piazza da venticinque anni, non credo che andremo lontano. Certo, non aiuta la catalessi culturale che pervade il mondo in questo momento storico».

In un'intervista ha detto: "La moda è cultura e tutti sono digiuni di essa". Quale relazione intercorre tra le due?
«Una relazione che passa, necessariamente, dal buon gusto. E preciso che una persona non nasce con il buon gusto, ma bisogna formarlo. Come si può fare oggi? In una società che è un'epitome del cattivo gusto in tutte le sue espressioni, le persone che possiedono il buon gusto, oggi, scelgono delle divise, che per me possono essere il pantalone e il pullover blu di cachemire, oppure camicia bianca e pantalone nero per la Sozzani, ad esempio. Creata la "divisina" la si personalizza con gli accessori - uno dei pochi comparti che non risente della crisi - per togliersi qualche sfizio di stagione».

Nomi giovani e nuovi sui quali puntare (sempre che trovino un investitore... questo è il problema!).
«Ti faccio subito il nome di Angelo Figus... lo conosco da dieci anni. E' un genio, viene fuori dalla scuola di Anversa, e ha trentaquattro anni. Perché Marras che è bravissimo anche lui, ha trovato prima Les Copains, poi Kenzo? Perché era il momento giusto. Purtroppo quando Figus è uscito, non c'era più l'esprit d'aventure. Per non parlare di un altro talento che non ha ancora raggiunto la notorietà personale che merita...  parlo di Giampiero Arcese, direttore artistico di Brioni Donna. Bellissime sfilate, bellissimo prodotto che la "casta"delle presunte guru della stampa italiana ignora o quasi in quanto il marchio non fa molta pubblicità. La prova? Suzy Menkes (lei sì che è una vera intenditrice!) ha salvato l'ultima sfilata di Brioni dal disastro delle collezioni milanesi di settembre scorso».

E agganciamoci proprio a lei: la "famigerata" Menkes che ha scritto sulle pagine dell'Herald Tribune, riguardo le  sfilate milanesi appena passate: "Ci sono abbastanza vestiti impertinenti, sfronta    n questa città per alimentare uno dei party del presidente Silvio Berlusconi", accusando addirittura Re Giorgio di aver realizzato capi esagerati e poco adatti alla ragazze per bene. Lei, cosa le avrebbe risposto?
«Io le avrei risposto che ha ragione. Perché  Susy Menkes è sufficientemente anziana per aver assistito, come me, ai tempi d'oro della moda italiana. Allora... non si può non riconoscere che sono cambiate molte cose, in tutto, anche nella politica dei grandi, e giustamente, perché loro, ormai sono diventati un brand, che si commercializza a dei livelli folli. Per dirti: se vai a vedere una sfilata del Privée di Armani capisci chi è ancora Armani, ma se vai ad una dell'Emporio, capisci che le cose sono ben diverse dagli anni '80-'90. In più penso veramente la Menkes sia una donna libera. Rifiuto l'ipotesi che sia una di quelle che scrive un articolo per "ammazzare" l'Italia e tirare su l'America... non è il suo genere, anche perché ha parlato bene della moda italiana per un sacco di anni».

Sempre restando in tema, Vittorio Feltri, in un suo editoriale di fine 2006, scrisse quaranta righe di ingiurie contro giornaliste colpevoli di dedicare agli stilisti "pagine intrise di saliva, giornaliste che agitano il turibolo e spargono incenso su qualsiasi capo in cambio di armadi stipati con collezioni (da capogiro) di borsette, scarpe, cappotti e cappottini, stracci e straccetti che non potrebbero permettersi con lo stipendiuccio che hanno". Più che la risposta a Feltri, mi interessa sapere se è vero che, lavorando in questo campo, si porta a casa solamente uno stipendiuccio.
«Affrontiamo il problema seriamente... io sono andata via dal "Corriere della Sera", nel '90, alla terza telefonata dell'Ufficio pubblicità del Corriere che mi imponeva di non scrivere male dei grandi stilisti perché ci foderavano di pubblicità. Perché ho detto: mi dispiace, io faccio la critica di moda. Se vi va bene così, bene, altrimenti mi levo di torno, perché non mi interessa fare in un altro modo questo mestiere, portato avanti da venticinque anni in totale libertà, come deve essere.  Però una parte di verità, in quello che ha detto Feltri, c'è: dagli anni '90, il carico pubblicitario fornito dalle maison, diventate ormai dei veri e propri brand con giri miliardari d'affari, ha zittito tutti. Contesto la seconda parte del suo editoriale e aggiungo che gli stipendi sono quelli di un normale redattore».

Facciamo un salto indietro nel tempo: quando è nata la sua passione per il giornalismo?
«La mia passione per il giornalismo è nata geneticamente perché ho avuto un nonno materno e il fratello di mia madre che facevano i giornalisti».

Perché ha fatto la giornalista?
«Perché, dopo aver lavorato in America con Avendon, come fashion buyer, ho iniziato ad appassionarmi alla moda. Poi da lì sono andata ad Elle France».

Ma come era possibile, allora, avere occasioni simili?
«Dunque, ti spiego, ma partiamo da prima: da quando ho finito la maturità. Dopo averla terminata, mio padre mi chiese "Adesso che facoltà fai?" , "Quella della vita" gli ho risposto. "Che cosa vuol dire?" "Che vorrei andare in America." Benissimo, mio padre capì e mi diede i soldi per il viaggio e per tre mesi di mantenimento a New York. Questo nel '57... pensa un po'! Così sono partita e mi sono trovata un lavoro in un bar di Brooklyn, dove servivo ai tavoli e  lavavo i bicchieri. In questo bar veniva spesso alle sette di sera un signore distintissimo, con il suo giornale sotto il braccio. Dopo due settimane, mi ha chiesto il perché lavorassi in un bar. Io gli ho raccontato tutta la storia e lui alla fine mi ha domandato: ma la moda non ti interessa? All'epoca, non avevo nessuna competenza, ma mi propose lo stesso di andare a lavorare con lui, lasciandomi il suo biglietto da visita. A quel punto chiamo mia madre in Italia (una donna appassionata di moda e collezionista di Vogue, Harper's Baazar) e le racconto quanto mi era appena successo. Lei mi ha chiesto il nome e sentito che si trattava di Richard Avedon, stava per cadere dalla sedia.  Mi ha subito detto: "Domani mattina sei alle 8.30 lì davanti al suo studio, per favore!". Dopo un anno e mezzo di lavoro con Avedon, ho capito che la mia vocazione più della fotografia era la scrittura e dunque volevo andare a lavorare in un giornale. Così lui ha chiamato Helène Lazareff, editore-direttore di Elle France e io sono partita alla volta di Parigi. Un altro anno lì, e al mio ritorno in Italia, stavano lavorando sul numero zero di Amica. Mi sono presentata e date le credenziali mi hanno assunta subito a tempo indeterminato. Adesso non succederebbe più a nessuno, una cosa del genere!»

Oggi, invece, insegna Comunicazione all'Accademia del Costume e della Moda di Roma. E' ancora possibile diventare giornaliste di moda con la crisi nera del giornalismo mondiale?
«Occorre essere acculturati e aggiornati. Il mio motto è: leggere leggere leggere e di tutto: dai libri ai saggi, passando per i giornali. E soprattutto studiare la storia della moda. Senza cultura del passato non c'è futuro».

E per concludere torniamo indietro di trent'anni: nel 1979 esce il suo libro "I Mass-Moda/Fatti e Personaggi dell'Italian Look", pubblicato insieme ad Alfa Castaldi (grande fotografo e marito di Anna Piaggi che ha scritto la prefazione). Una pubblicazione introvabile, se non su internet o nelle librerie di usato di lusso. Senta... nel caso riuscissi a scovarla da qualche parte me la farebbe una dedica in seconda pagina?
«Sì, te la farò, quando ci incontreremo a Roma».